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Gregory Crewdson, la realtà inceppata

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Chiara
Scritto da Chiara

Nel 2002 Gregory Crewdson aveva fotografato per il suo progetto Dream house l’attore Philip Seymour Hoffman scomparso troppo presto, nel 2014, per un’overdose. Aveva deciso tutto Crewdson, il set, la composizione della messa in scena, le luci, la posizione dei fiori e della terra sparsa sull’asfalto, l’angolatura esatta dove posizionare l’auto nel quale Hoffman sedeva, lo sportello aperto, lo sguardo basso. L’unica cosa su cui aveva deciso di non intervenire era stata l’espressione dell’attore. “Non cambiarti, non fare nulla, ricordati di non agire”. Scatto.

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Philip Seymour Hoffman, per Dream House

Altrove, in una casa con un’enorme porta finestra sul giardino Tilda Swinton, in un pallore spettrale, guarda in alto con lo stesso smarrimento con cui Hoffman guardava in basso. Tutto intorno palloncini, festoni strappati, in mano la Swinton ne tiene due di cartapesta colorata. Scatto.

 

Tilda Swinton - Gregory Crewdson

Tilda Swinton fotografata da Gregory Crewdson

Non sappiamo cosa sia successo. Ma lo sentiamo. Sentiamo che le case dei sogni che Gregory Crewdson ha deciso di raccontarci non sono altro che spettrali Tableaux Vivants di un inferno piccolo borghese con i suoi centrini di merletto, il prato tagliato, il football in tv, la felicità in scatola. Ci invita ad attraversare lo specchio, ad osservare con attenzione tutti i dettagli della scena, ad interrogarci su ogni ombra che si allunga sulla normalità.
Non sappiamo nulla dei suoi personaggi. Ma sentiamo di loro ogni piccola cosa. Percepiamo i segreti sussurrati nelle camere da letto, le menzogne attorno al tavolo da pranzo, ma soprattutto quella disperata e tangibile solitudine che sembra scuotere l’immobilità della composizione fotografica. Forse è quella a creare caos, a strappare i fiori, a frantumare i vetri, a far scoppiare i palloncini di una perfetta festa di compleanno.
Gregory Crewdson è tra i maggiori esponenti della Staged Photography, nell’autorevole definizione della Treccani, “un modo di relazionarsi del fotografo rispetto al visibile, inteso come luogo di elaborazione dell’illusione, dell’artificio, della fabula, piuttosto che come qualcosa di ‘oggettivamente’ registrabile attraverso il mezzo tecnico. Ciò può accadere, paradossalmente, proprio in virtù del credito di verosimiglianza che il senso comune da sempre attribuisce alla fotografia.”
E a queste parole fa eco la visione dell’artista rispetto ai suoi progetti: “Sono interessato a tutto quello che è inspiegabile, che per me consiste nel trovare un mistero inaspettato nella vita di tutti i giorni […] È per questo che l’ambientazione delle mie foto deve risultare familiare, con i costumi, l’arredamento e i soggetti scelti. Sono poi la luce e il colore a caricare la scena con un’altra atmosfera”.
Nell’America suburbana delle any town Crewdson congela istanti di vita qualunque e li sospende in una dimensione onirica soffocata dai peggiori incubi. Pietrificate come le vittime di Medusa, bloccate nel tempo e nello spazio, le figure che li abitano sono però tutto il contrario della normalità, sono lo straordinario, i divi e le dive delle dorate colline hollywoodiane. Un paradosso che a suo modo contribuisce a creare quell’effetto di iperrealtà che è cifra stilistica di tutte le opere del fotografo di Brooklyn.
Come quella foto che ritrae una Gwyneth Paltrow emaciata in intimo, lo sguardo basso in piedi di fronte a quella che presumiamo essere la madre, una donna non troppo anziana seduta sul divano di velluto beige, con le mani conserte e uno sguardo carico di giudizio. L’attrice, di tre quarti rispetto all’obiettivo, ci viene mostrata nella sua interezza grazie ad uno specchio nel salotto. Vicino al tavolino del salotto, scarpe eleganti gettate alla rinfusa, un bicchiere, fazzoletti sporchi, cuscini.

Gwyneth Paltrow per Dream House di Gregory Crewdson

Gwyneth Paltrow per Dream House di Gregory Crewdson

Nel suo primo importante progetto, Twilight, titolo scelto non a caso per indicare quello specifico momento in cui le ombre sembrano creare forme e atmosfere surreali, il mondo domestico si scontra con la dimensione paranormale. I corpi galleggiano dentro stanze allegate, la luce filtra da fori sul pavimento, le camere da letto si riempiono di alberi ed erba. Stupore e ansia appaiono le uniche chiavi per decifrare quello che stiamo vedendo.
Gregory Crewdson, 30 lunghi anni di carriera e un divorzio doloroso alle spalle, ha lavorato due anni fa al bellissimo Cathedral of Pines, dal nome di un sentiero nelle Berkshire in Massachusetts. Non più le anonime città di provincia, ma gli imponenti Appalachi, le stanze diventano boschi innevati, cammini rocciosi, l’alienazione e lo smarrimento restano e, se possibile, si amplificano.

Cathedral of Pines - Gregory Crewdson

Cathedral of Pines – Gregory Crewdson

Mesi di pre-produzione, troupe di almeno 40 persone, una macchina quella messa in moto da Crewdson ad ogni lavoro che ha le dimensioni e i costi di quella cinematografica. Ed è al cinema che il fotografo fa costante riferimento, non solo prendendo a prestito i suoi attori, ma anche nella composizione stessa delle scene che ricordano certamente i quadri di Edward Hopper, ma anche le atmosfere dei film di David Lynch, Steven Spielberg e Alfred Hitchcock.

Le sue foto, come qualcuno ha scritto, sono frammenti di pellicola inceppata che ci obbligano a vedere dove non vorremmo, ad andare a fondo nelle brutture dell’animo umano, nei vizi nascosti sotto il tappeto, a mascherare attraverso la finzione – ed è questo un altro incredibile paradosso – la realtà delle cose.
E, tuttavia, nel farlo, non c’è mai un giudizio sui personaggi, è uno sguardo il suo e, dunque, anche il nostro, di comprensione, affetto, vicinanza. E non potrebbe essere diverso, raccontando la vita.

Il creautore

Chiara

Chiara

Siciliana, mina vagante, writer, attitudine cinefila e anche un po' rissosa.
Se potessi rinascere, sarei una rivoluzionaria con tanto di sigaro e bandana al collo su una triumph impolverata.

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