Nanni Balestrini: la rivolta come linguaggio visivo

Tempo stimato per la lettura: 4,4 minuti
A Firenze, negli spazi di Frittelli Arte Contemporanea, la mostra La rivolta illustrata (1963–2018) restituisce – fino al 17 aprile 2026 – la complessità dell’opera di Nanni Balestrini a sette anni dalla sua scomparsa. Più che una semplice retrospettiva, il progetto curatoriale di Marco Scotini si configura come un dispositivo critico capace di attraversare la produzione dell’artista lungo oltre mezzo secolo, evitando ogni linearità cronologica per privilegiare una lettura stratificata e mobile.
Balestrini, figura centrale della neoavanguardia italiana e membro del Gruppo 63, ha costruito una pratica in cui scrittura e immagine si contaminano costantemente. La mostra evidenzia come questa tensione non sia mai stata risolta, ma continuamente rilanciata: ogni opera appare come un campo di forze in cui il linguaggio si disarticola e si ricompone, sottraendosi a ogni gerarchia tra testo e visione.
Il collage come pratica ideologica
Fin dai primi lavori degli anni Sessanta, come la serie Pagine, emerge con chiarezza l’interesse per il collage come strumento di intervento sul reale. Non si tratta semplicemente di una tecnica formale, ma di una vera e propria pratica ideologica: frammentare il linguaggio significa opporsi alla sua funzione normativa, aprendo spazi di ambiguità e possibilità.
Questo approccio trova piena espressione nei lavori degli anni Settanta, in particolare nella serie Potere Operaio (1975), dove la cronaca delle lotte sociali si intreccia con una radicale sovversione della comunicazione lineare. Il riferimento al libro La violenza illustrata (1976) non è solo nominale, ma strutturale: parola e immagine si fondono in un unico dispositivo che assorbe e restituisce la tensione politica del tempo.
In queste opere, il testo non è più veicolo di significato univoco, ma materia da manipolare. Slogan, ritagli di giornale, frammenti di discorso politico vengono ricombinati in composizioni che chiedono allo spettatore un coinvolgimento attivo, una lettura discontinua e instabile.
Tra pittura e superficie: gli anni Ottanta
Con gli anni Ottanta, la ricerca di Balestrini si confronta con il ritorno alla pittura, ma senza cedere a derive neoespressioniste o nostalgiche. Serie come Cagediris (1980) e Ondulé (1981) segnano un’evoluzione organica del suo lavoro, in cui il problema del senso si sposta progressivamente sul piano della percezione.
Le superfici si fanno più materiche, i colori più stratificati, mentre il testo tende a dissolversi in elementi visivi autonomi. È un passaggio cruciale: la parola non scompare, ma si trasforma, diventando segno tra i segni, componente di una grammatica visiva più ampia.
Questa fase si arricchisce ulteriormente con le sperimentazioni degli anni Novanta, come Interni (1988), realizzati con buste imbottite, o Pils (1991), in cui materiali plastici accartocciati vengono assemblati in composizioni che oscillano tra informale e costruzione geometrica. Anche il Fax Poem (1992) testimonia l’interesse per i nuovi media, integrati in una pratica che resta coerente nella sua tensione alla trasformazione.
La persistenza della rivolta
Negli anni Duemila e Dieci, opere come Dufy 1-2, Cielo 1-2, Mare 1 (2013), La machine à fantasmes (2015) e Cento fiori (2018) mostrano una rinnovata attenzione alla superficie come spazio di proiezione e costruzione del senso. Le composizioni diventano più essenziali, ma non meno complesse: la geometria e il colore assumono un ruolo centrale, mentre il linguaggio verbale si rarefà.
Eppure, la dimensione della rivolta permane, anche se in forme più sottili. Non è più soltanto esplicitamente politica, ma si manifesta come resistenza alla fissazione del significato, come apertura continua del linguaggio. La pratica di Balestrini si conferma così come un esercizio di libertà, un modo di interrogare il presente attraverso la destabilizzazione dei suoi codici.
Un archivio vivo
L’allestimento della mostra contribuisce a questa lettura, configurando lo spazio espositivo come un archivio vivo, attraversato da tensioni e rimandi. Le opere non sono isolate, ma dialogano tra loro, creando una rete di relazioni che riflette la natura stessa della ricerca dell’artista.
Lo spettatore è chiamato a muoversi all’interno di questo sistema, oscillando tra lettura e visione, tra riconoscimento e smarrimento. È un’esperienza che richiede tempo e attenzione, ma che restituisce, in cambio, la possibilità di accedere a un linguaggio in continua trasformazione.
Oltre la retrospettiva
La rivolta illustrata non si limita a ricostruire il percorso di Nanni Balestrini, ma ne rilancia l’urgenza. In un’epoca segnata da una sovrapproduzione di immagini e da una comunicazione sempre più standardizzata, il suo lavoro appare sorprendentemente attuale.
La mostra invita a ripensare il rapporto tra arte e politica, tra linguaggio e potere, mostrando come ogni superficie possa diventare luogo di resistenza e di invenzione. In questo senso, l’opera di Balestrini continua a operare nel presente, non come testimonianza, ma come strumento critico: una rivolta che non si esaurisce, ma che continua a interrogare il nostro modo di vedere e di leggere il mondo.
Crediti immagini: Installation view “Nanni Balestrini. La rivolta illustrata”, 17 gennaio – 17 aprile 2026, Frittelli arte contemporanea, Firenze. Photo credits: Fabrizio Farroni – Alto //Piano Studio. Courtesy Frittelli arte contemporanea, Firenze
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Nanni Balestrini: la rivolta come linguaggio visivo
Tempo stimato per la lettura: 13 minuti
A Firenze, negli spazi di Frittelli Arte Contemporanea, la mostra La rivolta illustrata (1963–2018) restituisce – fino al 17 aprile 2026 – la complessità dell’opera di Nanni Balestrini a sette anni dalla sua scomparsa. Più che una semplice retrospettiva, il progetto curatoriale di Marco Scotini si configura come un dispositivo critico capace di attraversare la produzione dell’artista lungo oltre mezzo secolo, evitando ogni linearità cronologica per privilegiare una lettura stratificata e mobile.
Balestrini, figura centrale della neoavanguardia italiana e membro del Gruppo 63, ha costruito una pratica in cui scrittura e immagine si contaminano costantemente. La mostra evidenzia come questa tensione non sia mai stata risolta, ma continuamente rilanciata: ogni opera appare come un campo di forze in cui il linguaggio si disarticola e si ricompone, sottraendosi a ogni gerarchia tra testo e visione.
Il collage come pratica ideologica
Fin dai primi lavori degli anni Sessanta, come la serie Pagine, emerge con chiarezza l’interesse per il collage come strumento di intervento sul reale. Non si tratta semplicemente di una tecnica formale, ma di una vera e propria pratica ideologica: frammentare il linguaggio significa opporsi alla sua funzione normativa, aprendo spazi di ambiguità e possibilità.
Questo approccio trova piena espressione nei lavori degli anni Settanta, in particolare nella serie Potere Operaio (1975), dove la cronaca delle lotte sociali si intreccia con una radicale sovversione della comunicazione lineare. Il riferimento al libro La violenza illustrata (1976) non è solo nominale, ma strutturale: parola e immagine si fondono in un unico dispositivo che assorbe e restituisce la tensione politica del tempo.
In queste opere, il testo non è più veicolo di significato univoco, ma materia da manipolare. Slogan, ritagli di giornale, frammenti di discorso politico vengono ricombinati in composizioni che chiedono allo spettatore un coinvolgimento attivo, una lettura discontinua e instabile.
Tra pittura e superficie: gli anni Ottanta
Con gli anni Ottanta, la ricerca di Balestrini si confronta con il ritorno alla pittura, ma senza cedere a derive neoespressioniste o nostalgiche. Serie come Cagediris (1980) e Ondulé (1981) segnano un’evoluzione organica del suo lavoro, in cui il problema del senso si sposta progressivamente sul piano della percezione.
Le superfici si fanno più materiche, i colori più stratificati, mentre il testo tende a dissolversi in elementi visivi autonomi. È un passaggio cruciale: la parola non scompare, ma si trasforma, diventando segno tra i segni, componente di una grammatica visiva più ampia.
Questa fase si arricchisce ulteriormente con le sperimentazioni degli anni Novanta, come Interni (1988), realizzati con buste imbottite, o Pils (1991), in cui materiali plastici accartocciati vengono assemblati in composizioni che oscillano tra informale e costruzione geometrica. Anche il Fax Poem (1992) testimonia l’interesse per i nuovi media, integrati in una pratica che resta coerente nella sua tensione alla trasformazione.
La persistenza della rivolta
Negli anni Duemila e Dieci, opere come Dufy 1-2, Cielo 1-2, Mare 1 (2013), La machine à fantasmes (2015) e Cento fiori (2018) mostrano una rinnovata attenzione alla superficie come spazio di proiezione e costruzione del senso. Le composizioni diventano più essenziali, ma non meno complesse: la geometria e il colore assumono un ruolo centrale, mentre il linguaggio verbale si rarefà.
Eppure, la dimensione della rivolta permane, anche se in forme più sottili. Non è più soltanto esplicitamente politica, ma si manifesta come resistenza alla fissazione del significato, come apertura continua del linguaggio. La pratica di Balestrini si conferma così come un esercizio di libertà, un modo di interrogare il presente attraverso la destabilizzazione dei suoi codici.
Un archivio vivo
L’allestimento della mostra contribuisce a questa lettura, configurando lo spazio espositivo come un archivio vivo, attraversato da tensioni e rimandi. Le opere non sono isolate, ma dialogano tra loro, creando una rete di relazioni che riflette la natura stessa della ricerca dell’artista.
Lo spettatore è chiamato a muoversi all’interno di questo sistema, oscillando tra lettura e visione, tra riconoscimento e smarrimento. È un’esperienza che richiede tempo e attenzione, ma che restituisce, in cambio, la possibilità di accedere a un linguaggio in continua trasformazione.
Oltre la retrospettiva
La rivolta illustrata non si limita a ricostruire il percorso di Nanni Balestrini, ma ne rilancia l’urgenza. In un’epoca segnata da una sovrapproduzione di immagini e da una comunicazione sempre più standardizzata, il suo lavoro appare sorprendentemente attuale.
La mostra invita a ripensare il rapporto tra arte e politica, tra linguaggio e potere, mostrando come ogni superficie possa diventare luogo di resistenza e di invenzione. In questo senso, l’opera di Balestrini continua a operare nel presente, non come testimonianza, ma come strumento critico: una rivolta che non si esaurisce, ma che continua a interrogare il nostro modo di vedere e di leggere il mondo.
Crediti immagini: Installation view “Nanni Balestrini. La rivolta illustrata”, 17 gennaio – 17 aprile 2026, Frittelli arte contemporanea, Firenze. Photo credits: Fabrizio Farroni – Alto //Piano Studio. Courtesy Frittelli arte contemporanea, Firenze






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