Pour tout faire, il faut une fleur. Al MBAL la mostra sulla creatività come processo circolare

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 28 Marzo 2026

Tempo stimato per la lettura: 8,4 minuti

“Per fare tutto ci vuole un fiore.” Basta una frase – e chi è cresciuto con quella melodia lo sa – per evocare un intero universo. Il titolo della mostra Pour tout faire, il faut une fleur è un omaggio dichiarato a Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo, filastrocca colta di Gianni Rodari travestita da canzone per bambini, manifesto poetico della circolarità quando la parola “sostenibilità” non era ancora un hashtag. Forse oggi nessuno la canticchia più, ma il suo messaggio – niente nasce dal nulla, tutto è connesso – suona più contemporaneo che mai. Ed è da qui che prende forma la primavera 2026 al Le Musée des Beaux-Arts De Locle – Mbal: un’esposizione che trasforma quella frase in visione curatoriale, dove fotografia, graphic design e pratiche ibride fioriscono in un racconto fluido, colto e sorprendentemente interconnesso.

Il museo come piattaforma: tradizione, sperimentazione, inclusione

In Svizzera, a Le Locle, il MBAL è molto più di un museo storico fondato nel 1862. È un’istituzione che ha saputo trasformare la propria eredità in una piattaforma dinamica, capace di far dialogare arte antica e creazione contemporanea, scena locale e sguardo internazionale. Ospitato in un edificio Art Nouveau restaurato nel 2014, con 800 metri quadrati di superficie espositiva e una piattaforma digitale dedicata all’arte contemporanea, ORBIT_E, il museo incarna una visione aperta e multilivello.

La collezione conta circa 5.000 opere, dal XVII secolo a oggi, e include depositi prestigiosi come quelli della Confederazione Svizzera e della Fondazione Gottfried Keller. Ma il vero motore del cambiamento è la direzione artistica affidata dal 2022 a Federica Chiocchetti, curatrice e scrittrice che ha impresso al museo una linea chiara: parità di genere nelle acquisizioni, programmazione inclusiva, attenzione ai linguaggi emergenti. Pour tout faire, il faut une fleur si inserisce perfettamente in questa traiettoria, come un capitolo che intreccia ricerca, educazione e sperimentazione.

«Il primo obiettivo è stato creare un dialogo tra arte contemporanea e collezione storica, superando l’idea di una sala permanente, anche alla luce degli squilibri di rappresentanza (solo il 17% di artiste donne). Ho quindi intrecciato la collezione con il contemporaneo, invitando artisti o lavorando con il team curatoriale per costruire nuovi accostamenti, in un programma sperimentale alternato tra mostre collettive e monografiche», dichiara alla stampa Federica Chiocchetti.

Nicolas Polli: una pratica ibrida come dichiarazione generazionale

La curatela di questa mostra è stata affidata a Nicolas Polli, che la direttrice artistica conosce da anni e di cui ammira la sua straordinaria poliedricità: è fotografo, artista installativo, docente, grafico ed editore. «Per questo ho deciso di esplorare un ulteriore aspetto della sua pratica, invitandolo ad assumere il ruolo di curatore, per entrare nella mente dell’artista: non solo nel suo studio, ma nel suo processo creativo».

L’obiettivo era indagare le sue fonti di ispirazione, storiche e contemporanee, e gli artisti della sua generazione che hanno influenzato, consapevolmente o meno, il suo lavoro. Da qui nasce un progetto che svela il “dietro le quinte”, mostrando sia il suo processo creativo sia il modo in cui gli artisti operano oggi in una società complessa ed esigente.

Creare senza confini: cartografia di una pratica fluida

In questo contesto, la specializzazione perde centralità: un artista non è più legato a un unico linguaggio, ma attraversa discipline diverse – dalla fotografia alla pittura, dalla scrittura alla musica e alla performance. È proprio questa intersezione a diventare centrale nella mostra Pour tout faire, il faut une fleur.

Il progetto nasce dalla visione di Nicolas Polli, che incarna una figura professionale sempre più diffusa e sempre meno classificabile. La mostra nasce da una domanda semplice e radicale: come si interconnettono oggi i diversi ambiti delle arti grafiche? In un’epoca segnata dall’iperspecializzazione ma anche dall’esigenza di versatilità, Polli propone una lettura alternativa: la polivalenza non come obbligo produttivo, ma come scelta poetica. La sua stessa traiettoria – tra committenza commerciale, ricerca personale e insegnamento – diventa paradigma di una generazione che rifiuta compartimenti stagni.

Una costellazione di artisti oltre le etichette

La mostra riunisce una pluralità di voci svizzere e internazionali, accomunate dal desiderio di superare i confini disciplinari. Tra gli artisti invitati figurano Ayed Arafah, Ruth van Beek, il duo formato da Linus Bill e Adrien Horni, Alina Frieske, Sabine Hess, Jeanne Jacob, Enzo Mari, Aldo Mozzini, Olga Prader, Erin O’Keefe e il celebre duo svizzero composto da Peter Fischli e David Weiss.

Dalle ricerche fotografiche che scompongono e ricompongono la realtà alle pratiche installative che trasformano materiali di recupero in strutture espositive, il percorso mette in scena un ciclo continuo: strumenti che diventano opere, backstage che si trasformano in protagonisti. L’upcycling non è solo un tema, ma un metodo operativo. In ogni sala affiora un’opera — oggetto o immagine — di un artista già incontrato o ancora da scoprire lungo il percorso: una presenza discreta che tesse rimandi, rafforza echi visivi e consolida l’idea di una mostra costruita per connessioni.

L’arte come processo condiviso

Pour tout faire, il faut une fleur si configura come un’esplorazione dei processi creativi più che dei risultati finali. Schizzi preparatori, pubblicazioni, oggetti editoriali, archivi personali, pittura e scultura convivono in una scenografia immersiva che valorizza le traiettorie biografiche, le influenze formative, l’immaginario dell’infanzia.

Uno spazio è dedicato anche ai più giovani, con un’installazione partecipativa di Olga Prader pensata per i bambini nella sala Marie-Anne Calame. «Marie-Anne Calame era un’artista che decorava smalti e orologi, ma anche una donna profondamente impegnata dal punto di vista sociale: nel 1815 fondò un instituto destinato ad accogliere bambine e giovani in difficoltà e a offrire loro una formazione professionale», afferma la direttrice artistica. La trasmissione diventa parte integrante del progetto: apprendere, insegnare, condividere sono gesti creativi tanto quanto produrre un’opera.

Dialoghi in movimento: il catalogo come passeggiata

Emblematica è la scelta editoriale: il catalogo coincide con cinque fogli offset 70 x 100 cm, stampati in più copie e messi a disposizione del pubblico. I visitatori possono prenderli, piegarli e assemblarli autonomamente, costruendo il proprio esemplare. Un gesto semplice che trasforma la fruizione in partecipazione attiva e prolunga l’esperienza oltre le sale espositive.

«Il catalogo si presenta, in gran parte, come una camminata, una sorta di passeggiata attraverso le sale. L’idea è quella di un oggetto che racconti l’esposizione in modo più personale. In cui lo stile di scrittura, così come i commenti di Federica Chiocchetti, assumono la forma di una conversazione con gli artisti e con le idee alla base della mostra», spiega Nicolas Polli.

In questo senso, il catalogo si sviluppa parallelamente al percorso espositivo. Il modo di attraversare le sale riflette anche il modo di percepire le connessioni tra gli artisti del curatore Nicola Polli, la progressione degli spazi e il dialogo tra le opere.

Le cose d’ogni giornoRaccontano segretiA chi le sa guardareEd ascoltare (Ci vuole un fiore, Sergio Endrigo)

Un percorso di echi e risonanze inattese

Ad aprire la mostra l’ironia perturbante di Jeanne Jacob, il cui Mickey Fluid (foto 1) riattiva l’immaginario globale deformando — senza mai cancellarlo — il volto iconico di Topolino. Poco oltre, Olga Prader ribalta la contemplazione in esperienza condivisa con Trop Chaud, un ambiente partecipativo dove – come già citato – il gesto del pubblico completa l’opera. La tensione tra uso e disuso attraversa le installazioni di Aldo Mozzini, dai “Cospiratori” al “Grottino”, e riecheggia nelle strutture radicali di Enzo Mari, qui riattivate secondo il principio dell’autoprogettazione. Con Ayed Arafah, la forma si fa instabile, aperta, dipendente da materiali e sguardi (foto 3), mentre il celebre The Way Things Go di Peter Fischli e David Weiss imprime al percorso una dinamica di trasformazione continua.

Al piano superiore, il dialogo si fa processo: Linus Bill e Adrien Horni (foto 2) orchestrano una pratica a quattro mani, fluida e digitale, cui rispondono le costellazioni visive di Ruth van Beek (foto 4), i collage algoritmici di Alina Frieske e gli spazi ambigui, sospesi tra fotografia e scultura, di Erin O’Keefe. Il finale è un cambio di scala: nell’atelier di Nicolas Polli, sotto l’impulso curatoriale di Federica Chiocchetti, il processo creativo e la dimensione intima diventano forma espositiva. Attraversata da una “casa-lampadario” di Mozzini, la scena si chiude sulla grammatica domestica e il sistema di regole condivise tra Polli e la sua compagna Sabine Hess (foto5), trasformando fotografie e testi in una riflessione personale e universale sulla convivenza.

Un fiore come metafora del presente

Pur radicata nel panorama svizzero, la mostra si apre al mondo, rivolta tanto agli appassionati quanto ai giovani in cerca di nuovi orizzonti creativi. In un contesto culturale spesso segnato da compartimenti e logiche di mercato, Pour tout faire, il faut une fleur ripensa la creatività come intreccio di connessioni, flusso continuo e pratica condivisa.

Il fiore, qui, non è ornamento delicato: diventa simbolo di una generazione che germina nelle relazioni, si trasforma nel tempo e moltiplica la propria energia. Un manifesto vivente di origine, metamorfosi e forza creativa. Al MBAL, nella primavera 2026, quel fiore sboccia tra carta stampata, fotografie, strutture riciclate e dialoghi intergenerazionali – e persino nelle vetrate Art Nouveau del museo – ricordandoci che ogni gesto creativo è parte di un ciclo più ampio. E che, per fare davvero tutto, serve sempre – ancora – un fiore.

Crediti immagini: © Cristina Biordi

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Published On: 28 Marzo 2026

About the Author: Cristina Biordi

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“Per fare tutto ci vuole un fiore.” Basta una frase – e chi è cresciuto con quella melodia lo sa – per evocare un intero universo. Il titolo della mostra Pour tout faire, il faut une fleur è un omaggio dichiarato a Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo, filastrocca colta di Gianni Rodari travestita da canzone per bambini, manifesto poetico della circolarità quando la parola “sostenibilità” non era ancora un hashtag. Forse oggi nessuno la canticchia più, ma il suo messaggio – niente nasce dal nulla, tutto è connesso – suona più contemporaneo che mai. Ed è da qui che prende forma la primavera 2026 al Le Musée des Beaux-Arts De Locle – Mbal: un’esposizione che trasforma quella frase in visione curatoriale, dove fotografia, graphic design e pratiche ibride fioriscono in un racconto fluido, colto e sorprendentemente interconnesso.

Il museo come piattaforma: tradizione, sperimentazione, inclusione

In Svizzera, a Le Locle, il MBAL è molto più di un museo storico fondato nel 1862. È un’istituzione che ha saputo trasformare la propria eredità in una piattaforma dinamica, capace di far dialogare arte antica e creazione contemporanea, scena locale e sguardo internazionale. Ospitato in un edificio Art Nouveau restaurato nel 2014, con 800 metri quadrati di superficie espositiva e una piattaforma digitale dedicata all’arte contemporanea, ORBIT_E, il museo incarna una visione aperta e multilivello.

La collezione conta circa 5.000 opere, dal XVII secolo a oggi, e include depositi prestigiosi come quelli della Confederazione Svizzera e della Fondazione Gottfried Keller. Ma il vero motore del cambiamento è la direzione artistica affidata dal 2022 a Federica Chiocchetti, curatrice e scrittrice che ha impresso al museo una linea chiara: parità di genere nelle acquisizioni, programmazione inclusiva, attenzione ai linguaggi emergenti. Pour tout faire, il faut une fleur si inserisce perfettamente in questa traiettoria, come un capitolo che intreccia ricerca, educazione e sperimentazione.

«Il primo obiettivo è stato creare un dialogo tra arte contemporanea e collezione storica, superando l’idea di una sala permanente, anche alla luce degli squilibri di rappresentanza (solo il 17% di artiste donne). Ho quindi intrecciato la collezione con il contemporaneo, invitando artisti o lavorando con il team curatoriale per costruire nuovi accostamenti, in un programma sperimentale alternato tra mostre collettive e monografiche», dichiara alla stampa Federica Chiocchetti.

Nicolas Polli: una pratica ibrida come dichiarazione generazionale

La curatela di questa mostra è stata affidata a Nicolas Polli, che la direttrice artistica conosce da anni e di cui ammira la sua straordinaria poliedricità: è fotografo, artista installativo, docente, grafico ed editore. «Per questo ho deciso di esplorare un ulteriore aspetto della sua pratica, invitandolo ad assumere il ruolo di curatore, per entrare nella mente dell’artista: non solo nel suo studio, ma nel suo processo creativo».

L’obiettivo era indagare le sue fonti di ispirazione, storiche e contemporanee, e gli artisti della sua generazione che hanno influenzato, consapevolmente o meno, il suo lavoro. Da qui nasce un progetto che svela il “dietro le quinte”, mostrando sia il suo processo creativo sia il modo in cui gli artisti operano oggi in una società complessa ed esigente.

Creare senza confini: cartografia di una pratica fluida

In questo contesto, la specializzazione perde centralità: un artista non è più legato a un unico linguaggio, ma attraversa discipline diverse – dalla fotografia alla pittura, dalla scrittura alla musica e alla performance. È proprio questa intersezione a diventare centrale nella mostra Pour tout faire, il faut une fleur.

Il progetto nasce dalla visione di Nicolas Polli, che incarna una figura professionale sempre più diffusa e sempre meno classificabile. La mostra nasce da una domanda semplice e radicale: come si interconnettono oggi i diversi ambiti delle arti grafiche? In un’epoca segnata dall’iperspecializzazione ma anche dall’esigenza di versatilità, Polli propone una lettura alternativa: la polivalenza non come obbligo produttivo, ma come scelta poetica. La sua stessa traiettoria – tra committenza commerciale, ricerca personale e insegnamento – diventa paradigma di una generazione che rifiuta compartimenti stagni.

Una costellazione di artisti oltre le etichette

La mostra riunisce una pluralità di voci svizzere e internazionali, accomunate dal desiderio di superare i confini disciplinari. Tra gli artisti invitati figurano Ayed Arafah, Ruth van Beek, il duo formato da Linus Bill e Adrien Horni, Alina Frieske, Sabine Hess, Jeanne Jacob, Enzo Mari, Aldo Mozzini, Olga Prader, Erin O’Keefe e il celebre duo svizzero composto da Peter Fischli e David Weiss.

Dalle ricerche fotografiche che scompongono e ricompongono la realtà alle pratiche installative che trasformano materiali di recupero in strutture espositive, il percorso mette in scena un ciclo continuo: strumenti che diventano opere, backstage che si trasformano in protagonisti. L’upcycling non è solo un tema, ma un metodo operativo. In ogni sala affiora un’opera — oggetto o immagine — di un artista già incontrato o ancora da scoprire lungo il percorso: una presenza discreta che tesse rimandi, rafforza echi visivi e consolida l’idea di una mostra costruita per connessioni.

L’arte come processo condiviso

Pour tout faire, il faut une fleur si configura come un’esplorazione dei processi creativi più che dei risultati finali. Schizzi preparatori, pubblicazioni, oggetti editoriali, archivi personali, pittura e scultura convivono in una scenografia immersiva che valorizza le traiettorie biografiche, le influenze formative, l’immaginario dell’infanzia.

Uno spazio è dedicato anche ai più giovani, con un’installazione partecipativa di Olga Prader pensata per i bambini nella sala Marie-Anne Calame. «Marie-Anne Calame era un’artista che decorava smalti e orologi, ma anche una donna profondamente impegnata dal punto di vista sociale: nel 1815 fondò un instituto destinato ad accogliere bambine e giovani in difficoltà e a offrire loro una formazione professionale», afferma la direttrice artistica. La trasmissione diventa parte integrante del progetto: apprendere, insegnare, condividere sono gesti creativi tanto quanto produrre un’opera.

Dialoghi in movimento: il catalogo come passeggiata

Emblematica è la scelta editoriale: il catalogo coincide con cinque fogli offset 70 x 100 cm, stampati in più copie e messi a disposizione del pubblico. I visitatori possono prenderli, piegarli e assemblarli autonomamente, costruendo il proprio esemplare. Un gesto semplice che trasforma la fruizione in partecipazione attiva e prolunga l’esperienza oltre le sale espositive.

«Il catalogo si presenta, in gran parte, come una camminata, una sorta di passeggiata attraverso le sale. L’idea è quella di un oggetto che racconti l’esposizione in modo più personale. In cui lo stile di scrittura, così come i commenti di Federica Chiocchetti, assumono la forma di una conversazione con gli artisti e con le idee alla base della mostra», spiega Nicolas Polli.

In questo senso, il catalogo si sviluppa parallelamente al percorso espositivo. Il modo di attraversare le sale riflette anche il modo di percepire le connessioni tra gli artisti del curatore Nicola Polli, la progressione degli spazi e il dialogo tra le opere.

Le cose d’ogni giornoRaccontano segretiA chi le sa guardareEd ascoltare (Ci vuole un fiore, Sergio Endrigo)

Un percorso di echi e risonanze inattese

Ad aprire la mostra l’ironia perturbante di Jeanne Jacob, il cui Mickey Fluid (foto 1) riattiva l’immaginario globale deformando — senza mai cancellarlo — il volto iconico di Topolino. Poco oltre, Olga Prader ribalta la contemplazione in esperienza condivisa con Trop Chaud, un ambiente partecipativo dove – come già citato – il gesto del pubblico completa l’opera. La tensione tra uso e disuso attraversa le installazioni di Aldo Mozzini, dai “Cospiratori” al “Grottino”, e riecheggia nelle strutture radicali di Enzo Mari, qui riattivate secondo il principio dell’autoprogettazione. Con Ayed Arafah, la forma si fa instabile, aperta, dipendente da materiali e sguardi (foto 3), mentre il celebre The Way Things Go di Peter Fischli e David Weiss imprime al percorso una dinamica di trasformazione continua.

Al piano superiore, il dialogo si fa processo: Linus Bill e Adrien Horni (foto 2) orchestrano una pratica a quattro mani, fluida e digitale, cui rispondono le costellazioni visive di Ruth van Beek (foto 4), i collage algoritmici di Alina Frieske e gli spazi ambigui, sospesi tra fotografia e scultura, di Erin O’Keefe. Il finale è un cambio di scala: nell’atelier di Nicolas Polli, sotto l’impulso curatoriale di Federica Chiocchetti, il processo creativo e la dimensione intima diventano forma espositiva. Attraversata da una “casa-lampadario” di Mozzini, la scena si chiude sulla grammatica domestica e il sistema di regole condivise tra Polli e la sua compagna Sabine Hess (foto5), trasformando fotografie e testi in una riflessione personale e universale sulla convivenza.

Un fiore come metafora del presente

Pur radicata nel panorama svizzero, la mostra si apre al mondo, rivolta tanto agli appassionati quanto ai giovani in cerca di nuovi orizzonti creativi. In un contesto culturale spesso segnato da compartimenti e logiche di mercato, Pour tout faire, il faut une fleur ripensa la creatività come intreccio di connessioni, flusso continuo e pratica condivisa.

Il fiore, qui, non è ornamento delicato: diventa simbolo di una generazione che germina nelle relazioni, si trasforma nel tempo e moltiplica la propria energia. Un manifesto vivente di origine, metamorfosi e forza creativa. Al MBAL, nella primavera 2026, quel fiore sboccia tra carta stampata, fotografie, strutture riciclate e dialoghi intergenerazionali – e persino nelle vetrate Art Nouveau del museo – ricordandoci che ogni gesto creativo è parte di un ciclo più ampio. E che, per fare davvero tutto, serve sempre – ancora – un fiore.

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