Grottesco. Eva Jospin trasforma il Grand Palais in un palcoscenico di meraviglie

Tempo stimato per la lettura: 3,2 minuti
Dal 10 dicembre 2025 al 15 marzo 2026, la Galleria 9 del Grand Palais accoglie Grottesco, il nuovo capitolo dell’universo di Eva Jospin, sostenuto da Galleria Continua e presentato sotto la curatela del Grand Palais. L’artista riunisce oltre quindici opere — alcune nate appositamente per questa occasione — orchestrando un’ambientazione che non si limita a occupare lo spazio, ma lo riscrive, lo scolpisce, lo trasforma in un territorio da attraversare più che da guardare.
Leggi anche: Eva Jospin inganna l’occhio alla Galleria Continua
Alle radici del “grottesco”: un mito che diventa metodo
Il titolo della mostra nasce da un episodio della Roma sotterranea: un giovane che precipita in una cavità sconosciuta e porta alla luce gli affreschi della Domus Aurea, sopravvissuti al buio per secoli. Da quella scoperta prende forma l’estetica del “grottesco”, costruita sull’intreccio fecondo di vegetazione, architettura e invenzione fantastica. Jospin non si limita a evocare questa genealogia: la assume come chiave interpretativa del proprio lavoro, dove grotte e foreste non sono semplici temi, ma ecosistemi immaginari che si espandono negli anni come un organismo in crescita.
Una mostra che si attraversa, non si osserva
Il percorso di Grottesco si offre al visitatore come una scenografia in movimento. Si entra da un punto rialzato che apre la visione su un paesaggio frastagliato; si sfiora un cenotafio; si scende verso una cavità sormontata da una cupola che fa affiorare memorie del Pantheon. Da lì, la progressione si addensa in architetture in rovina, anfratti che sembrano abitazioni rupestri, fino all’apparizione di una foresta imponente, quasi impenetrabile. Nulla è immediato: ogni deviazione, ogni ritorno sui propri passi rivela un dettaglio nascosto, una forma che muta, una materia che inganna il senso. È un’esperienza che chiede tempo, che richiede di guardare due volte.
Leggi anche: Eva Jospin: tra natura e architettura, una nuova dimensione artistica
L’intreccio delle tecniche: quando il ricamo diventa monumentale
Tra le nuove opere presentate, spicca una serie di bassorilievi ricamati che ribaltano la percezione del tessile. Il ricamo, sottratto alla sua bidimensionalità, acquista una presenza scultorea: fili e perle si stratificano in cascate che assumono la densità di un paesaggio liquido, dove affiorano ninfee astratte e forme che sembrano muoversi da un tempo remoto. Jospin continua così a forzare i confini tra tecniche, rendendo poroso il passaggio tra cartone, bronzo, filo, ricamo. Le sue opere non si collocano in una disciplina: ne mettono in discussione la grammatica.
Una poetica costruita per stratificazioni
La carriera di Jospin — dal Panorama al Louvre nel 2016 fino ai progetti al Palazzo dei Papi, al Museo Fortuny, all’Orangerie di Versailles — è una continua espansione di linguaggi e materiali. La sua pratica si fonda su sovrapposizioni e contaminazioni: scale diverse convivono nella stessa opera, il minuscolo dialoga con il monumentale, e ogni forma sembra emergere da un processo di sedimentazione. Nulla è mai statico, tutto vibra come se fosse in divenire.
La Galleria 9 come teatro di una narrazione silenziosa
In Grottesco, la Galleria 9 del Grand Palais diventa un luogo senza figure, ma non per questo privo di presenze. L’assenza umana amplifica la forza delle architetture immaginarie, che si impongono come tracce di civiltà dimenticate o forse mai esistite. Ogni installazione appare come un reperto di un mondo parallelo e, allo stesso tempo, come l’annuncio di qualcosa che deve ancora nascere.
Il risultato è un ambiente che non racconta una storia: la genera. In cui il visitatore non è spettatore, ma esploratore di un paesaggio mentale.
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Grottesco. Eva Jospin trasforma il Grand Palais in un palcoscenico di meraviglie
Tempo stimato per la lettura: 9 minuti
Dal 10 dicembre 2025 al 15 marzo 2026, la Galleria 9 del Grand Palais accoglie Grottesco, il nuovo capitolo dell’universo di Eva Jospin, sostenuto da Galleria Continua e presentato sotto la curatela del Grand Palais. L’artista riunisce oltre quindici opere — alcune nate appositamente per questa occasione — orchestrando un’ambientazione che non si limita a occupare lo spazio, ma lo riscrive, lo scolpisce, lo trasforma in un territorio da attraversare più che da guardare.
Leggi anche: Eva Jospin inganna l’occhio alla Galleria Continua
Alle radici del “grottesco”: un mito che diventa metodo
Il titolo della mostra nasce da un episodio della Roma sotterranea: un giovane che precipita in una cavità sconosciuta e porta alla luce gli affreschi della Domus Aurea, sopravvissuti al buio per secoli. Da quella scoperta prende forma l’estetica del “grottesco”, costruita sull’intreccio fecondo di vegetazione, architettura e invenzione fantastica. Jospin non si limita a evocare questa genealogia: la assume come chiave interpretativa del proprio lavoro, dove grotte e foreste non sono semplici temi, ma ecosistemi immaginari che si espandono negli anni come un organismo in crescita.
Una mostra che si attraversa, non si osserva
Il percorso di Grottesco si offre al visitatore come una scenografia in movimento. Si entra da un punto rialzato che apre la visione su un paesaggio frastagliato; si sfiora un cenotafio; si scende verso una cavità sormontata da una cupola che fa affiorare memorie del Pantheon. Da lì, la progressione si addensa in architetture in rovina, anfratti che sembrano abitazioni rupestri, fino all’apparizione di una foresta imponente, quasi impenetrabile. Nulla è immediato: ogni deviazione, ogni ritorno sui propri passi rivela un dettaglio nascosto, una forma che muta, una materia che inganna il senso. È un’esperienza che chiede tempo, che richiede di guardare due volte.
Leggi anche: Eva Jospin: tra natura e architettura, una nuova dimensione artistica
L’intreccio delle tecniche: quando il ricamo diventa monumentale
Tra le nuove opere presentate, spicca una serie di bassorilievi ricamati che ribaltano la percezione del tessile. Il ricamo, sottratto alla sua bidimensionalità, acquista una presenza scultorea: fili e perle si stratificano in cascate che assumono la densità di un paesaggio liquido, dove affiorano ninfee astratte e forme che sembrano muoversi da un tempo remoto. Jospin continua così a forzare i confini tra tecniche, rendendo poroso il passaggio tra cartone, bronzo, filo, ricamo. Le sue opere non si collocano in una disciplina: ne mettono in discussione la grammatica.
Una poetica costruita per stratificazioni
La carriera di Jospin — dal Panorama al Louvre nel 2016 fino ai progetti al Palazzo dei Papi, al Museo Fortuny, all’Orangerie di Versailles — è una continua espansione di linguaggi e materiali. La sua pratica si fonda su sovrapposizioni e contaminazioni: scale diverse convivono nella stessa opera, il minuscolo dialoga con il monumentale, e ogni forma sembra emergere da un processo di sedimentazione. Nulla è mai statico, tutto vibra come se fosse in divenire.
La Galleria 9 come teatro di una narrazione silenziosa
In Grottesco, la Galleria 9 del Grand Palais diventa un luogo senza figure, ma non per questo privo di presenze. L’assenza umana amplifica la forza delle architetture immaginarie, che si impongono come tracce di civiltà dimenticate o forse mai esistite. Ogni installazione appare come un reperto di un mondo parallelo e, allo stesso tempo, come l’annuncio di qualcosa che deve ancora nascere.
Il risultato è un ambiente che non racconta una storia: la genera. In cui il visitatore non è spettatore, ma esploratore di un paesaggio mentale.










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