Il tesoro ritrovato del Re Sole. Un evento irripetibile sotto la volta del Grand Palais

Tempo stimato per la lettura: 6,1 minuti
Dal 1° all’8 febbraio 2026, la Nef del Grand Palais accoglie una delle esposizioni più spettacolari e simboliche degli ultimi decenni: Le Trésor retrouvé du Roi-Soleil. Coprodotta da GrandPalaisRmn e Manufactures nationales – Sèvres & Mobilier national, la mostra riunisce per la prima volta una trentina dei monumentali tappeti commissionati da Luigi XIV per la Grande Galerie del Louvre. Un sogno mai realizzato nel XVII secolo e finalmente visibile oggi. A guidare il progetto curatoriale sono Wolf Burchard, conservatore al Metropolitan Museum of Art di New York, Emmanuelle Federspiel, conservatrice generale del patrimonio, e Antonin Macé de Lépinay, ispettore delle collezioni delle Manufactures nationales (foto 2, da destra a sinistra). La scenografia, firmata Clément Hado e Anthony Lelonge, trasforma la navata in una galleria regale immersiva, restituendo a questi capolavori tessili la monumentalità per cui furono concepiti. Non si tratta solo di una mostra, ma di una ricomposizione storica, politica ed estetica che attraversa tre secoli di splendore, oblio e rinascita.
La nascita di un progetto titanico
All’alba del regno di Luigi XIV, quando Versailles era ancora un padiglione di caccia e il Louvre rappresentava il centro del potere monarchico, Jean-Baptiste Colbert immaginò un’impresa senza precedenti: ricoprire il pavimento della Grande Galerie – un corridoio di oltre 440 metri che collegava il Louvre alle Tuileries – con un unico, vertiginoso tappeto “alla persiana”. In realtà, si trattava di 92 tappeti distinti, larghi nove metri ciascuno, tessuti tra il 1668 e il 1688 dalla prestigiosa manifattura della Savonnerie. Un progetto politico prima ancora che decorativo: dimostrare la supremazia artistica francese, emanciparsi dalle importazioni orientali e tradurre il potere assoluto del sovrano in linguaggio ornamentale. Alla guida creativa fu chiamato Charles Le Brun, primo pittore del re, che ideò i motivi e supervisionò la realizzazione dei cartoni affidati agli artisti dei Gobelins. Ogni tappeto diventava così un manifesto visivo della monarchia, pensato per accompagnare il visitatore verso la sala del trono come in una processione simbolica.
Il tappeto come strumento di potere
Questi tappeti non erano semplici elementi d’arredo, ma dispositivi di rappresentazione. I motivi ideati da Le Brun seguono una struttura comune – rinceaux d’acanto su fondi scuri – ma si distinguono l’uno dall’altro secondo l’ideale barocco della varietas. Allegorie delle virtù regali, paesaggi idealizzati, bassorilievi immaginari: ogni estremità racconta un frammento del mito solare del re. Camminare su questi tappeti significava letteralmente attraversare un universo simbolico ordinato intorno alla figura di Luigi XIV, centro immobile di un cosmo decorativo in espansione. Anche la loro scala contribuisce alla narrazione del potere: con quasi 4000 metri quadrati di superficie tessuta, questi manufatti incarnano un’idea di grandezza che non ammette compromessi. Il lusso diventa linguaggio politico, il decoro si fa propaganda, e il tappeto – solitamente associato all’intimità – si trasforma in palcoscenico del potere assoluto.
Dalla Galerie d’Apollon alla Grande Galerie
Prima dei tappeti monumentali della Grande Galerie, un altro spazio del Louvre aveva già sperimentato questa fusione tra arte, mito e autorità: la Galerie d’Apollon. Ricostruita dopo l’incendio del 1661, la galleria fu concepita come un omaggio al dio solare, alter ego mitologico del giovane Luigi XIV. Qui, tra il 1664 e il 1666, furono posati tredici tappeti realizzati dall’atelier di Philippe Lourdet, caratterizzati da simboli apollinei come la lira, l’arco e la corona d’alloro. Questo primo ciclo rappresentò un banco di prova decisivo, sia sul piano tecnico sia su quello stilistico. L’ambizione decorativa, la complessità iconografica e l’uso monumentale dello spazio anticipano chiaramente il progetto, ancora più grandioso, della Grande Galerie. Nella mostra del Grand Palais, quattro di questi tappeti dialogano con quelli successivi, offrendo una lettura continua dell’evoluzione estetica e simbolica del regno.
Il segreto della Savonnerie
Alla base di questa epopea tessile c’è una tecnica tanto raffinata quanto faticosa: il “point noué” (punto annodato). I tappeti della Savonnerie sono tessuti su telai verticali ad alta liccia, con una doppia orditura in lana e una trama in lino. Ogni nodo viene realizzato a mano, tagliato e rifinito per creare un velluto compatto e luminoso. È un processo lento, quasi meditativo, che richiede una precisione assoluta. Importata in Francia sotto Enrico IV per competere con i tappeti orientali, questa tecnica trova nella Savonnerie la sua massima espressione. Il luogo stesso – un’ex fabbrica di sapone a Chaillot – diventa simbolo di una Francia che reinventa i saperi artigianali per trasformarli in strumenti di prestigio nazionale. Ancora oggi, all’interno delle Manufactures nationales, questa tradizione continua a vivere, testimoniando una continuità rara tra passato e presente.
Dispersione, oblio, rinascita
La storia dei tappeti della Grande Galerie è anche una storia di perdita. Con lo spostamento della corte a Versailles e la morte di Colbert, il progetto perde centralità. La Rivoluzione, le vendite, i doni diplomatici e le mutilazioni trasformano l’insieme in un puzzle disperso tra Europa e Stati Uniti. Alcuni tappeti vengono tagliati, altri adattati a nuovi contesti, altri ancora scompaiono. Eppure, nel corso del XIX secolo, sotto l’Impero e la Restaurazione, inizia un lento processo di recupero. Napoleone I, poi Carlo X, riacquistano numerosi esemplari. Nel 2024, il Mobilier national acquisisce un frammento fondamentale del 50° tappeto, segnando un nuovo capitolo di questa caccia al tesoro. Oggi, 41 tappeti sono conservati nelle collezioni nazionali, 33 dei quali completi: una sopravvivenza quasi miracolosa.
Restaurare il tempo
Dal 2023, l’atelier di restauro del Mobilier national ha avviato una campagna sistematica di conservazione. Qui, la restaurazione non è mai riscrittura, ma ascolto. Pulizia delicata, consolidamento delle fibre, interventi minimi per stabilizzare senza cancellare le tracce del tempo. Particolarmente fragile è il fondo scuro, alterato dall’ossido di ferro utilizzato nel XVII secolo. Le scelte etiche sono rigorose: preservare l’autenticità, rispettare le restaurazioni storiche, evitare ogni eccesso di ricostruzione. Ogni tappeto diventa così un archivio vivente, dove materia e memoria si intrecciano. Esporli oggi significa anche mostrare il lavoro invisibile che ne ha reso possibile la sopravvivenza.
L’Histoire du Roi: un dialogo monumentale
A completare l’esperienza, la mostra affianca ai tappeti una delle più celebri tenture dei Gobelins: L’Histoire du Roi. Tessuta tra il 1665 e il 1681, su cartoni di Charles Le Brun e dei suoi collaboratori, questa serie glorifica le imprese di Luigi XIV con una narrazione epica e teatrale. Dodici pezzi sono esposti, lo stesso numero del primo tissage, ricomponendo un ciclo che non veniva mostrato integralmente dal 1976. Il dialogo tra tappeti e arazzi è potente: pavimento e pareti parlano la stessa lingua simbolica, trasformando la Nef del Grand Palais in un palazzo ideale del XVII secolo. Qui, il Re Sole torna a splendere, non come reliquia del passato, ma come chiave per comprendere il rapporto eterno tra arte, potere e rappresentazione.
condividi su
Il tesoro ritrovato del Re Sole. Un evento irripetibile sotto la volta del Grand Palais
Tempo stimato per la lettura: 18 minuti
Dal 1° all’8 febbraio 2026, la Nef del Grand Palais accoglie una delle esposizioni più spettacolari e simboliche degli ultimi decenni: Le Trésor retrouvé du Roi-Soleil. Coprodotta da GrandPalaisRmn e Manufactures nationales – Sèvres & Mobilier national, la mostra riunisce per la prima volta una trentina dei monumentali tappeti commissionati da Luigi XIV per la Grande Galerie del Louvre. Un sogno mai realizzato nel XVII secolo e finalmente visibile oggi. A guidare il progetto curatoriale sono Wolf Burchard, conservatore al Metropolitan Museum of Art di New York, Emmanuelle Federspiel, conservatrice generale del patrimonio, e Antonin Macé de Lépinay, ispettore delle collezioni delle Manufactures nationales (foto 2, da destra a sinistra). La scenografia, firmata Clément Hado e Anthony Lelonge, trasforma la navata in una galleria regale immersiva, restituendo a questi capolavori tessili la monumentalità per cui furono concepiti. Non si tratta solo di una mostra, ma di una ricomposizione storica, politica ed estetica che attraversa tre secoli di splendore, oblio e rinascita.
La nascita di un progetto titanico
All’alba del regno di Luigi XIV, quando Versailles era ancora un padiglione di caccia e il Louvre rappresentava il centro del potere monarchico, Jean-Baptiste Colbert immaginò un’impresa senza precedenti: ricoprire il pavimento della Grande Galerie – un corridoio di oltre 440 metri che collegava il Louvre alle Tuileries – con un unico, vertiginoso tappeto “alla persiana”. In realtà, si trattava di 92 tappeti distinti, larghi nove metri ciascuno, tessuti tra il 1668 e il 1688 dalla prestigiosa manifattura della Savonnerie. Un progetto politico prima ancora che decorativo: dimostrare la supremazia artistica francese, emanciparsi dalle importazioni orientali e tradurre il potere assoluto del sovrano in linguaggio ornamentale. Alla guida creativa fu chiamato Charles Le Brun, primo pittore del re, che ideò i motivi e supervisionò la realizzazione dei cartoni affidati agli artisti dei Gobelins. Ogni tappeto diventava così un manifesto visivo della monarchia, pensato per accompagnare il visitatore verso la sala del trono come in una processione simbolica.
Il tappeto come strumento di potere
Questi tappeti non erano semplici elementi d’arredo, ma dispositivi di rappresentazione. I motivi ideati da Le Brun seguono una struttura comune – rinceaux d’acanto su fondi scuri – ma si distinguono l’uno dall’altro secondo l’ideale barocco della varietas. Allegorie delle virtù regali, paesaggi idealizzati, bassorilievi immaginari: ogni estremità racconta un frammento del mito solare del re. Camminare su questi tappeti significava letteralmente attraversare un universo simbolico ordinato intorno alla figura di Luigi XIV, centro immobile di un cosmo decorativo in espansione. Anche la loro scala contribuisce alla narrazione del potere: con quasi 4000 metri quadrati di superficie tessuta, questi manufatti incarnano un’idea di grandezza che non ammette compromessi. Il lusso diventa linguaggio politico, il decoro si fa propaganda, e il tappeto – solitamente associato all’intimità – si trasforma in palcoscenico del potere assoluto.
Dalla Galerie d’Apollon alla Grande Galerie
Prima dei tappeti monumentali della Grande Galerie, un altro spazio del Louvre aveva già sperimentato questa fusione tra arte, mito e autorità: la Galerie d’Apollon. Ricostruita dopo l’incendio del 1661, la galleria fu concepita come un omaggio al dio solare, alter ego mitologico del giovane Luigi XIV. Qui, tra il 1664 e il 1666, furono posati tredici tappeti realizzati dall’atelier di Philippe Lourdet, caratterizzati da simboli apollinei come la lira, l’arco e la corona d’alloro. Questo primo ciclo rappresentò un banco di prova decisivo, sia sul piano tecnico sia su quello stilistico. L’ambizione decorativa, la complessità iconografica e l’uso monumentale dello spazio anticipano chiaramente il progetto, ancora più grandioso, della Grande Galerie. Nella mostra del Grand Palais, quattro di questi tappeti dialogano con quelli successivi, offrendo una lettura continua dell’evoluzione estetica e simbolica del regno.
Il segreto della Savonnerie
Alla base di questa epopea tessile c’è una tecnica tanto raffinata quanto faticosa: il “point noué” (punto annodato). I tappeti della Savonnerie sono tessuti su telai verticali ad alta liccia, con una doppia orditura in lana e una trama in lino. Ogni nodo viene realizzato a mano, tagliato e rifinito per creare un velluto compatto e luminoso. È un processo lento, quasi meditativo, che richiede una precisione assoluta. Importata in Francia sotto Enrico IV per competere con i tappeti orientali, questa tecnica trova nella Savonnerie la sua massima espressione. Il luogo stesso – un’ex fabbrica di sapone a Chaillot – diventa simbolo di una Francia che reinventa i saperi artigianali per trasformarli in strumenti di prestigio nazionale. Ancora oggi, all’interno delle Manufactures nationales, questa tradizione continua a vivere, testimoniando una continuità rara tra passato e presente.
Dispersione, oblio, rinascita
La storia dei tappeti della Grande Galerie è anche una storia di perdita. Con lo spostamento della corte a Versailles e la morte di Colbert, il progetto perde centralità. La Rivoluzione, le vendite, i doni diplomatici e le mutilazioni trasformano l’insieme in un puzzle disperso tra Europa e Stati Uniti. Alcuni tappeti vengono tagliati, altri adattati a nuovi contesti, altri ancora scompaiono. Eppure, nel corso del XIX secolo, sotto l’Impero e la Restaurazione, inizia un lento processo di recupero. Napoleone I, poi Carlo X, riacquistano numerosi esemplari. Nel 2024, il Mobilier national acquisisce un frammento fondamentale del 50° tappeto, segnando un nuovo capitolo di questa caccia al tesoro. Oggi, 41 tappeti sono conservati nelle collezioni nazionali, 33 dei quali completi: una sopravvivenza quasi miracolosa.
Restaurare il tempo
Dal 2023, l’atelier di restauro del Mobilier national ha avviato una campagna sistematica di conservazione. Qui, la restaurazione non è mai riscrittura, ma ascolto. Pulizia delicata, consolidamento delle fibre, interventi minimi per stabilizzare senza cancellare le tracce del tempo. Particolarmente fragile è il fondo scuro, alterato dall’ossido di ferro utilizzato nel XVII secolo. Le scelte etiche sono rigorose: preservare l’autenticità, rispettare le restaurazioni storiche, evitare ogni eccesso di ricostruzione. Ogni tappeto diventa così un archivio vivente, dove materia e memoria si intrecciano. Esporli oggi significa anche mostrare il lavoro invisibile che ne ha reso possibile la sopravvivenza.
L’Histoire du Roi: un dialogo monumentale
A completare l’esperienza, la mostra affianca ai tappeti una delle più celebri tenture dei Gobelins: L’Histoire du Roi. Tessuta tra il 1665 e il 1681, su cartoni di Charles Le Brun e dei suoi collaboratori, questa serie glorifica le imprese di Luigi XIV con una narrazione epica e teatrale. Dodici pezzi sono esposti, lo stesso numero del primo tissage, ricomponendo un ciclo che non veniva mostrato integralmente dal 1976. Il dialogo tra tappeti e arazzi è potente: pavimento e pareti parlano la stessa lingua simbolica, trasformando la Nef del Grand Palais in un palazzo ideale del XVII secolo. Qui, il Re Sole torna a splendere, non come reliquia del passato, ma come chiave per comprendere il rapporto eterno tra arte, potere e rappresentazione.










seguici su