Nello splendore dell’oscurità: gli scatti in bianco e nero di Veronica Mecchia tra Sicilia e Finlandia — Intervista con la fotografa

Tempo stimato per la lettura: 14,9 minuti
Tra i paesaggi solari della Sicilia e la luce nordica della Finlandia, Veronica Mecchia esplora corpo, memoria e natura in Dans le brillant de l’obscurité (Nello splendore dell’oscurità) presso la MA Fondation a Parigi, dal 13 al 22 marzo 2026. La fotografa presenta le nuove immagini realizzate durante la residenza con Arno Rafael Minkkinen in Finlandia nel maggio 2025, ispirate ai poeti e pittori del XIX secolo, in dialogo con gli scatti siciliani, dove archeologia e paesaggio si fondono in un gioco di tempo, memoria e suggestione.
L’incontro tra Mecchia e Minkkinen risale alla fine degli anni ’90: da allora nasce un legame di mentore e allieva, basato su fiducia e collaborazione artistica. Entrambi esplorano il rapporto tra corpo umano e natura, prediligendo fotografia analogica e bianco e nero. Nel 2025, inoltre, hanno realizzato insieme la serie Intimate Equations al Festival Planches Contact di Deauville, consolidando oltre 25 anni di scambio creativo, complicità e visione estetica condivisa.
Leggi anche: Planches Contact 2025: l’intimità come nuovo orizzonte
Nei lavori di Mecchia, la natura non è mai semplice scenario: è spazio sacro, vivo, simbolico, dove ogni forma diventa epifania di una spiritualità universale. Tra rovine millenarie e panorami incontaminati, l’artista reinventa il ciclo “nascita-morte-rinascita”, il rapporto tra uomo e ambiente, e il dialogo profondo tra tempo, memoria e percezione visiva.
A completare l’esperienza, l’artista Ismini Petridou firma una creazione sonora originale che amplifica il ritmo e l’intensità di queste immagini, trasformando la mostra in un’esperienza sensoriale totale.
La tua nuova mostra nasce da un viaggio artistico tra Finlandia e Sicilia. Qual è la genesi di questo progetto e cosa unisce questi due paesaggi così lontani?
Questo progetto è nato quasi naturalmente, come spesso succede nel mio lavoro. Io non parto mai da un’idea completamente definita: sono piuttosto i luoghi che mi guidano, che mi chiamano. Negli ultimi anni la Sicilia è diventata un territorio fondamentale della mia ricerca, un luogo in cui torno ciclicamente perché sento che c’è ancora molto da scoprire e da ascoltare. Poi, nel 2025, è arrivata la possibilità di partecipare a una residenza artistica in Finlandia con Arno Rafael Minkkinen.
All’inizio sembrava quasi l’opposto della Sicilia: un Nord estremo, una luce completamente diversa, una natura che non avevo mai vissuto così intensamente. Eppure, lavorando, mi sono accorta che esisteva un filo invisibile tra questi due paesaggi. Non tanto dal punto di vista geografico, ma da quello simbolico. In entrambi i luoghi la natura è una presenza molto forte, quasi una entità viva con cui entrare in dialogo.
In Sicilia ho lavorato soprattutto tra Noto, la riserva di Vendicari e alcuni siti archeologici dell’entroterra, come Pantalica, che è una necropoli straordinaria con circa quindicimila tombe scavate nella roccia. È un luogo impressionante. Camminando in questi luoghi si percepisce davvero una stratificazione di tempi e di vite.
In Finlandia invece mi sono trovata immersa in una natura silenziosa, quasi meditativa: laghi immensi, foreste di betulle altissime, una luce chiarissima e contrastata. Ma anche lì ho sentito la stessa presenza della vita nella natura.
Quindi il progetto si è costruito su questa idea: mettere in dialogo due paesaggi lontanissimi ma uniti da una dimensione spirituale e arcaica.
La serie siciliana presenta una sequenza di scatti che attraverso pietra, terra e mare ci rivelano che ogni fine è anche un nuovo inizio.
La prima foto di questa serie è stata scattata a Pantanica, una necropoli straordinaria con circa 15.000 tombe. Il luogo lascia senza fiato: montagne di roccia punteggiate di cavità simili ad alveari, ciascuna contenente una tomba. Ho attraversato questa necropoli camminando molto, per percepire appieno l’energia di questo paesaggio selvaggio. Le tombe, spesso rotonde, evocano l’utero, la madre terra, la nascita e la rinascita. Alcune presentano portali con simboli di fecondità. Per me questi luoghi non parlano solo di morte, ma anche di vita.
Esiste un filo tra antico e presente: cerco di sentire la connessione con quell’umanità lontana. Anche nella natura circostante, come nella riserva di Vendicari o nei paesaggi interni vicino a Furla, percepisco vita e memoria. Ogni dettaglio cattura la mia attenzione: un fiore, una pianta, un albero trasportato dal mare. Gli alberi morti sulle spiagge diventano simboli di rinascita, che fotografo come un omaggio alla vita, quasi a restituirla attraverso la presenza del mio corpo. In alcune immagini mi mimetizzo tra le radici, diventando parte dell’albero. Il contrasto tra la vita che emerge e il contesto di morte o abbandono è fondamentale.
Conosci Arno Rafael Minkkinen da molto tempo, ma non eri mai stata in Finlandia. Qual è stata la scoperta più importante di quest’esperienza?
La scoperta più grande è stata proprio entrare in relazione con una natura completamente nuova. Io lavoro spesso in luoghi che conosco bene, come la Sicilia, dove negli anni ho costruito un rapporto molto intimo con il paesaggio. In Finlandia invece mi sono sentita come davanti a una persona che incontri per la prima volta.
Eravamo in una casa sul lago, vicino alla città di Kuopio, in una regione che viene chiamata “la terra dei cento laghi”. In realtà è un unico lago enorme che si frammenta in moltissime isole e bacini più piccoli. Il silenzio era incredibile. Non un silenzio vuoto, ma un silenzio pieno di presenza.
All’inizio ero quasi scioccata dalla luce. È molto diversa da quella mediterranea: più fredda, molto contrastata, soprattutto all’alba. Il corpo umano, in quel paesaggio, sembra quasi ancora più fragile, più chiaro rispetto alla foresta.
Con Arno abbiamo lavorato insieme in alcuni luoghi, in cui poi io vi tornavo spesso da sola il giorno dopo. È una cosa che faccio quasi sempre: quando un luogo mi parla, sento il bisogno di ritornarci. Alcune fotografie sono nate proprio così.
Una delle ultime immagini che ho realizzato lì mostra quasi una fusione totale con l’acqua e con le betulle. Quando ho scattato la foto il lago era perfettamente fermo, come uno specchio. Poi, quando ho sviluppato la pellicola, ho visto che il riflesso era leggermente mosso, come se l’acqua avesse tremato.
È stato un momento molto bello per me, perché ho avuto la sensazione che il paesaggio avesse partecipato alla fotografia. Io dico sempre che queste immagini non sono mai solo mie: sono opere corali, create insieme al luogo.
Le fotografie finlandesi dialogano con quelle realizzate in Sicilia. Che tipo di confronto visivo o simbolico si crea tra questi due luoghi?
Il dialogo non è tanto formale quanto simbolico. La Sicilia rappresenta per me una terra profondamente legata all’arcaico, alla memoria della civiltà umana. Nei siti archeologici che ho fotografato, come la necropoli di Pantalica, o le spiagge della Riserva Naturale Cavagrande del Cassibile, si percepisce questa dimensione antichissima della presenza umana.
Un’antropologa mi spiegava che in molte di queste tombe preistoriche i corpi sono stati ritrovati in posizione fetale. Le tombe hanno spesso una forma rotonda, quasi uterina, e per questo alcuni studiosi pensano che ci fosse l’idea di restituire il corpo alla Madre Terra per permettere una nuova nascita.
Questa visione mi ha colpita moltissimo. Per me la tomba non è tanto un simbolo di morte quanto di rinascita. E infatti molti di questi luoghi sono stati riabitati nel tempo: a Pantalica, per esempio, le grotte funerarie sono diventate in epoca bizantina un vero e proprio villaggio.
La Finlandia invece rappresenta una dimensione più primordiale della natura. Non c’è la stessa stratificazione archeologica, ma c’è una relazione molto forte con il paesaggio, quasi animista. La foresta, il lago, il vento: tutto sembra abitato da una presenza.
Quindi il dialogo tra questi luoghi diventa quasi un dialogo tra due forme diverse di sacralità della natura.
Nella mostra le due serie sono presentate in modo diverso, su due pareti una di fronte all’altra. Perché hai scelto quest’allestimento?
È stata soprattutto una scelta estetica legata allo spazio. Le fotografie della Finlandia sono esposte sul muro di pietra e hanno solo il passe-partout bianco, senza cornice. La pietra è già molto presente visivamente, quindi mi sembrava più giusto mantenere qualcosa di semplice ed essenziale, quasi minimalista in modo che le immagini entrassero in risonanza direttamente con la materia della parete.
Sulla superficie bianca invece ho scelto una presentazione diversa per gli scatti in Sicilia, con le cornici, perché mi piaceva l’idea di costruire una composizione tra le fotografie. È una disposizione che può sembrare asimmetrica, ma che per me ha quasi un senso circolare. In fondo anche questo modo di disporre le immagini rimanda al tema che attraversa la mostra: il ciclo della vita, della nascita, della morte e della rinascita.
Proprio questo tema ritorna spesso nel tuo lavoro: perché questo ciclo è così centrale nella tua ricerca?
Perché è la struttura stessa della vita. E credo che oggi tendiamo a dimenticarlo. Viviamo in una società che rimuove la morte e che spesso ha perso il contatto con i cicli naturali.
Quando lavoro nei siti archeologici della Sicilia penso spesso a queste civiltà antiche che avevano una visione molto più ciclica dell’esistenza. La morte non era una fine, ma una trasformazione.
Questo è molto evidente nelle necropoli: le tombe non sono isolate dalla natura, ma fanno parte del paesaggio. Sono scavate nella roccia, immerse nella vegetazione, aperte al cielo.
In alcune fotografie mi interessa anche suggerire una presenza femminile, quasi una figura archetipica della madre mediterranea. Non è un ritratto preciso, ma una presenza simbolica. L’idea della Madre Terra, che dà la vita ma accoglie anche la morte.
La Sicilia è diventata negli anni un luogo fondamentale per il tuo lavoro. Cosa ti ha spinto a tornare più volte su quest’isola?
La Sicilia è un luogo che non smette mai di sorprendere. Ogni volta che torno scopro qualcosa di nuovo. Per esempio, quest’anno ci sono stata per la prima volta a febbraio, e ho trovato i mandorli in fiore. Dopo anni in cui avevo fotografato la Sicilia d’estate, con quei paesaggi gialli e bruciati dal sole, improvvisamente mi sono trovata davanti a una natura completamente diversa: tutto verde, pieno di fiori selvatici.
È stato come pensare di conoscere bene qualcuno e invece scoprirne improvvisamente un lato inatteso. Questo mi interessa molto nel mio lavoro: creare una relazione con i luoghi nel tempo.
Nei tuoi scatti la natura sembra avere una dimensione quasi spirituale. Quando fotografi un paesaggio, cerchi più la realtà o un simbolo?
Direi entrambe le cose. La fotografia parte sempre dalla realtà, ma poi diventa inevitabilmente simbolica. Io non arrivo mai in un luogo dicendo: “Farò questa fotografia”. Cammino molto, osservo, e a un certo punto qualcosa mi chiama: una pianta, una roccia, un albero.
Per esempio, in una delle fotografie della mostra c’è una pianta che cresce davanti a una cavità nella roccia. È stato proprio quel dettaglio di vita a farmi scattare la foto. Mi piace pensare che sia la natura stessa a guidarmi.
Oggi la fotografia è quasi completamente digitale, eppure tu continui a lavorare con la pellicola. Perché hai scelto di restare fedele all’analogico?
Perché l’analogico richiede tempo, attenzione e presenza. Non puoi fare centinaia di scatti e scegliere dopo. Quando lavoro con la pellicola devo essere completamente immersa nel momento. Questo crea una relazione molto più forte con il paesaggio.
E poi c’è sempre una parte di sorpresa: non sai esattamente cosa verrà fuori fino allo sviluppo. Questo lascia spazio all’imprevisto, e per me l’imprevisto è una parte fondamentale della creazione.
Per il tuo lavoro in Finlandia ti sei ispirata anche ai poeti e ai pittori finlandesi dell’Ottocento. In che modo la letteratura e la pittura influenzano il tuo linguaggio fotografico?
Quando viaggio in un paese cerco sempre di conoscerne la cultura. In Finlandia ho letto alcuni poeti di fine Ottocento, come Eino Leino e L. Onerva, che hanno scritto molto sulla natura. Numerosi loro testi parlano di pace, di silenzio, di fusione con il paesaggio. Era esattamente quello che sentivo vivendo vicino al lago.
Ho scoperto solo dopo che i due poeti erano stati amanti. È stato curioso, perché avevo scelto le loro poesie senza saperlo, come se ci fosse stata una risonanza inconscia.
Nella mostra presenti anche piccoli libricini su mensole o sul tavolo che ricordano degli album di famiglia.
Sì, sono piccoli oggetti molto speciali per me. Questi mini album sono stati realizzati a mano da una signora di Milano, che crea appositamente per me con una cura incredibile. Tra questi libricini c’è la serie di scatti che partono dal 2019 e riguardano una pianta. Ogni estate, quando arrivo nella mia casa in Sicilia, vado a vedere se la pianta c’è ancora: come se andassi a trovare un’amica.
Lo faccio come un rito: cammino, osservo, mi lascio guidare dalla pianta, dalle pietre e dalla natura, senza avere idee precise. A volte faccio più foto, altre volte meno, dipende da quello che la natura mi offre. Ho chiamato la serie Wildflower, citazione di William Blake: “Vedere il mondo in un granello di sabbia e il paradiso in un fiore selvatico.” Ho scelto anche una citazione di Eraclito, perché per me rappresenta l’inatteso che la natura ci regala. Non pianifico mai le foto: sono le piante, le pietre e gli elementi naturali a chiamarmi. È come essere aspettata dalla natura stessa: un dono che ricevo e che fotografo.
Durante la mia residenza a Deauville, per il festival della fotografia, ho realizzato un’altra serie di scatti (raccolti in un altro libricino ndr). Ci sono fotografie di luoghi quasi metafisici della città balneare, e altri scatti realizzati in una camera di un altro fotografo in residenza, dove, con il calare del sole, una piccola pianta vicino alla finestra inizia a irradiare luce. L’inatteso che sorprende, ancora una volta, come un piccolo miracolo della natura.
Per la mostra hai invitato la compositrice Ismini Petridou a creare un’opera sonora. Che esperienza vivrà il pubblico tra immagini e suono?
Per questa domanda preferisco lasciare la parola direttamente a Ismini Petridou, perché il suo lavoro è stato fondamentale per l’atmosfera della mostra.
(Ismini Petridou) Quando abbiamo iniziato a parlare di questo progetto, circa un anno fa, Veronica mi ha inviato alcune delle sue fotografie. Guardandole ho cominciato a immaginare come potessero “suonare”, quale paesaggio sonoro potesse emergere da quelle immagini.
Da molti anni registro i suoni della natura: il mare, i fiumi, il vento tra gli alberi. Nel tempo ho costruito un archivio personale di paesaggi sonori che continuo ad arricchire ogni volta che viaggio o incontro un luogo che mi colpisce.
Per questa mostra ho scelto soprattutto suoni provenienti dalla Grecia — dalle isole del Golfo Saronico, dalla regione dell’Epiro — ma anche da Istanbul. Non si tratta però di una colonna sonora illustrativa: non ho creato suoni per accompagnare una fotografia specifica. Piuttosto ho cercato di entrare nell’atmosfera delle immagini e di immaginare quale potesse essere il loro paesaggio sonoro.
Nella composizione si possono ascoltare diversi elementi: il suono del mare, alcune gocce d’acqua che cadono ritmicamente — quasi a suggerire il passaggio del tempo — e anche registrazioni molto emozionanti di canti polifonici tradizionali dell’Epiro.
Ho registrato queste voci durante un viaggio in Grecia: erano alcune donne molto anziane, ottanta o novant’anni, sedute insieme che cantavano spontaneamente questi canti antichi. Era un momento molto semplice e allo stesso tempo molto intenso, e ho sentito il desiderio di conservarne la memoria.
Il risultato è un paesaggio sonoro che accompagna le fotografie e che, spero, possa amplificare l’idea del ciclo della vita, del tempo che passa e di una memoria mediterranea condivisa.
In fondo anche questo dialogo tra suono e immagine è una forma di viaggio: un viaggio tra paesaggi, culture e memorie che si incontrano nello spazio della mostra.
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Nello splendore dell’oscurità: gli scatti in bianco e nero di Veronica Mecchia tra Sicilia e Finlandia — Intervista con la fotografa
Tempo stimato per la lettura: 45 minuti
Tra i paesaggi solari della Sicilia e la luce nordica della Finlandia, Veronica Mecchia esplora corpo, memoria e natura in Dans le brillant de l’obscurité (Nello splendore dell’oscurità) presso la MA Fondation a Parigi, dal 13 al 22 marzo 2026. La fotografa presenta le nuove immagini realizzate durante la residenza con Arno Rafael Minkkinen in Finlandia nel maggio 2025, ispirate ai poeti e pittori del XIX secolo, in dialogo con gli scatti siciliani, dove archeologia e paesaggio si fondono in un gioco di tempo, memoria e suggestione.
L’incontro tra Mecchia e Minkkinen risale alla fine degli anni ’90: da allora nasce un legame di mentore e allieva, basato su fiducia e collaborazione artistica. Entrambi esplorano il rapporto tra corpo umano e natura, prediligendo fotografia analogica e bianco e nero. Nel 2025, inoltre, hanno realizzato insieme la serie Intimate Equations al Festival Planches Contact di Deauville, consolidando oltre 25 anni di scambio creativo, complicità e visione estetica condivisa.
Leggi anche: Planches Contact 2025: l’intimità come nuovo orizzonte
Nei lavori di Mecchia, la natura non è mai semplice scenario: è spazio sacro, vivo, simbolico, dove ogni forma diventa epifania di una spiritualità universale. Tra rovine millenarie e panorami incontaminati, l’artista reinventa il ciclo “nascita-morte-rinascita”, il rapporto tra uomo e ambiente, e il dialogo profondo tra tempo, memoria e percezione visiva.
A completare l’esperienza, l’artista Ismini Petridou firma una creazione sonora originale che amplifica il ritmo e l’intensità di queste immagini, trasformando la mostra in un’esperienza sensoriale totale.
La tua nuova mostra nasce da un viaggio artistico tra Finlandia e Sicilia. Qual è la genesi di questo progetto e cosa unisce questi due paesaggi così lontani?
Questo progetto è nato quasi naturalmente, come spesso succede nel mio lavoro. Io non parto mai da un’idea completamente definita: sono piuttosto i luoghi che mi guidano, che mi chiamano. Negli ultimi anni la Sicilia è diventata un territorio fondamentale della mia ricerca, un luogo in cui torno ciclicamente perché sento che c’è ancora molto da scoprire e da ascoltare. Poi, nel 2025, è arrivata la possibilità di partecipare a una residenza artistica in Finlandia con Arno Rafael Minkkinen.
All’inizio sembrava quasi l’opposto della Sicilia: un Nord estremo, una luce completamente diversa, una natura che non avevo mai vissuto così intensamente. Eppure, lavorando, mi sono accorta che esisteva un filo invisibile tra questi due paesaggi. Non tanto dal punto di vista geografico, ma da quello simbolico. In entrambi i luoghi la natura è una presenza molto forte, quasi una entità viva con cui entrare in dialogo.
In Sicilia ho lavorato soprattutto tra Noto, la riserva di Vendicari e alcuni siti archeologici dell’entroterra, come Pantalica, che è una necropoli straordinaria con circa quindicimila tombe scavate nella roccia. È un luogo impressionante. Camminando in questi luoghi si percepisce davvero una stratificazione di tempi e di vite.
In Finlandia invece mi sono trovata immersa in una natura silenziosa, quasi meditativa: laghi immensi, foreste di betulle altissime, una luce chiarissima e contrastata. Ma anche lì ho sentito la stessa presenza della vita nella natura.
Quindi il progetto si è costruito su questa idea: mettere in dialogo due paesaggi lontanissimi ma uniti da una dimensione spirituale e arcaica.
La serie siciliana presenta una sequenza di scatti che attraverso pietra, terra e mare ci rivelano che ogni fine è anche un nuovo inizio.
La prima foto di questa serie è stata scattata a Pantanica, una necropoli straordinaria con circa 15.000 tombe. Il luogo lascia senza fiato: montagne di roccia punteggiate di cavità simili ad alveari, ciascuna contenente una tomba. Ho attraversato questa necropoli camminando molto, per percepire appieno l’energia di questo paesaggio selvaggio. Le tombe, spesso rotonde, evocano l’utero, la madre terra, la nascita e la rinascita. Alcune presentano portali con simboli di fecondità. Per me questi luoghi non parlano solo di morte, ma anche di vita.
Esiste un filo tra antico e presente: cerco di sentire la connessione con quell’umanità lontana. Anche nella natura circostante, come nella riserva di Vendicari o nei paesaggi interni vicino a Furla, percepisco vita e memoria. Ogni dettaglio cattura la mia attenzione: un fiore, una pianta, un albero trasportato dal mare. Gli alberi morti sulle spiagge diventano simboli di rinascita, che fotografo come un omaggio alla vita, quasi a restituirla attraverso la presenza del mio corpo. In alcune immagini mi mimetizzo tra le radici, diventando parte dell’albero. Il contrasto tra la vita che emerge e il contesto di morte o abbandono è fondamentale.
Conosci Arno Rafael Minkkinen da molto tempo, ma non eri mai stata in Finlandia. Qual è stata la scoperta più importante di quest’esperienza?
La scoperta più grande è stata proprio entrare in relazione con una natura completamente nuova. Io lavoro spesso in luoghi che conosco bene, come la Sicilia, dove negli anni ho costruito un rapporto molto intimo con il paesaggio. In Finlandia invece mi sono sentita come davanti a una persona che incontri per la prima volta.
Eravamo in una casa sul lago, vicino alla città di Kuopio, in una regione che viene chiamata “la terra dei cento laghi”. In realtà è un unico lago enorme che si frammenta in moltissime isole e bacini più piccoli. Il silenzio era incredibile. Non un silenzio vuoto, ma un silenzio pieno di presenza.
All’inizio ero quasi scioccata dalla luce. È molto diversa da quella mediterranea: più fredda, molto contrastata, soprattutto all’alba. Il corpo umano, in quel paesaggio, sembra quasi ancora più fragile, più chiaro rispetto alla foresta.
Con Arno abbiamo lavorato insieme in alcuni luoghi, in cui poi io vi tornavo spesso da sola il giorno dopo. È una cosa che faccio quasi sempre: quando un luogo mi parla, sento il bisogno di ritornarci. Alcune fotografie sono nate proprio così.
Una delle ultime immagini che ho realizzato lì mostra quasi una fusione totale con l’acqua e con le betulle. Quando ho scattato la foto il lago era perfettamente fermo, come uno specchio. Poi, quando ho sviluppato la pellicola, ho visto che il riflesso era leggermente mosso, come se l’acqua avesse tremato.
È stato un momento molto bello per me, perché ho avuto la sensazione che il paesaggio avesse partecipato alla fotografia. Io dico sempre che queste immagini non sono mai solo mie: sono opere corali, create insieme al luogo.
Le fotografie finlandesi dialogano con quelle realizzate in Sicilia. Che tipo di confronto visivo o simbolico si crea tra questi due luoghi?
Il dialogo non è tanto formale quanto simbolico. La Sicilia rappresenta per me una terra profondamente legata all’arcaico, alla memoria della civiltà umana. Nei siti archeologici che ho fotografato, come la necropoli di Pantalica, o le spiagge della Riserva Naturale Cavagrande del Cassibile, si percepisce questa dimensione antichissima della presenza umana.
Un’antropologa mi spiegava che in molte di queste tombe preistoriche i corpi sono stati ritrovati in posizione fetale. Le tombe hanno spesso una forma rotonda, quasi uterina, e per questo alcuni studiosi pensano che ci fosse l’idea di restituire il corpo alla Madre Terra per permettere una nuova nascita.
Questa visione mi ha colpita moltissimo. Per me la tomba non è tanto un simbolo di morte quanto di rinascita. E infatti molti di questi luoghi sono stati riabitati nel tempo: a Pantalica, per esempio, le grotte funerarie sono diventate in epoca bizantina un vero e proprio villaggio.
La Finlandia invece rappresenta una dimensione più primordiale della natura. Non c’è la stessa stratificazione archeologica, ma c’è una relazione molto forte con il paesaggio, quasi animista. La foresta, il lago, il vento: tutto sembra abitato da una presenza.
Quindi il dialogo tra questi luoghi diventa quasi un dialogo tra due forme diverse di sacralità della natura.
Nella mostra le due serie sono presentate in modo diverso, su due pareti una di fronte all’altra. Perché hai scelto quest’allestimento?
È stata soprattutto una scelta estetica legata allo spazio. Le fotografie della Finlandia sono esposte sul muro di pietra e hanno solo il passe-partout bianco, senza cornice. La pietra è già molto presente visivamente, quindi mi sembrava più giusto mantenere qualcosa di semplice ed essenziale, quasi minimalista in modo che le immagini entrassero in risonanza direttamente con la materia della parete.
Sulla superficie bianca invece ho scelto una presentazione diversa per gli scatti in Sicilia, con le cornici, perché mi piaceva l’idea di costruire una composizione tra le fotografie. È una disposizione che può sembrare asimmetrica, ma che per me ha quasi un senso circolare. In fondo anche questo modo di disporre le immagini rimanda al tema che attraversa la mostra: il ciclo della vita, della nascita, della morte e della rinascita.
Proprio questo tema ritorna spesso nel tuo lavoro: perché questo ciclo è così centrale nella tua ricerca?
Perché è la struttura stessa della vita. E credo che oggi tendiamo a dimenticarlo. Viviamo in una società che rimuove la morte e che spesso ha perso il contatto con i cicli naturali.
Quando lavoro nei siti archeologici della Sicilia penso spesso a queste civiltà antiche che avevano una visione molto più ciclica dell’esistenza. La morte non era una fine, ma una trasformazione.
Questo è molto evidente nelle necropoli: le tombe non sono isolate dalla natura, ma fanno parte del paesaggio. Sono scavate nella roccia, immerse nella vegetazione, aperte al cielo.
In alcune fotografie mi interessa anche suggerire una presenza femminile, quasi una figura archetipica della madre mediterranea. Non è un ritratto preciso, ma una presenza simbolica. L’idea della Madre Terra, che dà la vita ma accoglie anche la morte.
La Sicilia è diventata negli anni un luogo fondamentale per il tuo lavoro. Cosa ti ha spinto a tornare più volte su quest’isola?
La Sicilia è un luogo che non smette mai di sorprendere. Ogni volta che torno scopro qualcosa di nuovo. Per esempio, quest’anno ci sono stata per la prima volta a febbraio, e ho trovato i mandorli in fiore. Dopo anni in cui avevo fotografato la Sicilia d’estate, con quei paesaggi gialli e bruciati dal sole, improvvisamente mi sono trovata davanti a una natura completamente diversa: tutto verde, pieno di fiori selvatici.
È stato come pensare di conoscere bene qualcuno e invece scoprirne improvvisamente un lato inatteso. Questo mi interessa molto nel mio lavoro: creare una relazione con i luoghi nel tempo.
Nei tuoi scatti la natura sembra avere una dimensione quasi spirituale. Quando fotografi un paesaggio, cerchi più la realtà o un simbolo?
Direi entrambe le cose. La fotografia parte sempre dalla realtà, ma poi diventa inevitabilmente simbolica. Io non arrivo mai in un luogo dicendo: “Farò questa fotografia”. Cammino molto, osservo, e a un certo punto qualcosa mi chiama: una pianta, una roccia, un albero.
Per esempio, in una delle fotografie della mostra c’è una pianta che cresce davanti a una cavità nella roccia. È stato proprio quel dettaglio di vita a farmi scattare la foto. Mi piace pensare che sia la natura stessa a guidarmi.
Oggi la fotografia è quasi completamente digitale, eppure tu continui a lavorare con la pellicola. Perché hai scelto di restare fedele all’analogico?
Perché l’analogico richiede tempo, attenzione e presenza. Non puoi fare centinaia di scatti e scegliere dopo. Quando lavoro con la pellicola devo essere completamente immersa nel momento. Questo crea una relazione molto più forte con il paesaggio.
E poi c’è sempre una parte di sorpresa: non sai esattamente cosa verrà fuori fino allo sviluppo. Questo lascia spazio all’imprevisto, e per me l’imprevisto è una parte fondamentale della creazione.
Per il tuo lavoro in Finlandia ti sei ispirata anche ai poeti e ai pittori finlandesi dell’Ottocento. In che modo la letteratura e la pittura influenzano il tuo linguaggio fotografico?
Quando viaggio in un paese cerco sempre di conoscerne la cultura. In Finlandia ho letto alcuni poeti di fine Ottocento, come Eino Leino e L. Onerva, che hanno scritto molto sulla natura. Numerosi loro testi parlano di pace, di silenzio, di fusione con il paesaggio. Era esattamente quello che sentivo vivendo vicino al lago.
Ho scoperto solo dopo che i due poeti erano stati amanti. È stato curioso, perché avevo scelto le loro poesie senza saperlo, come se ci fosse stata una risonanza inconscia.
Nella mostra presenti anche piccoli libricini su mensole o sul tavolo che ricordano degli album di famiglia.
Sì, sono piccoli oggetti molto speciali per me. Questi mini album sono stati realizzati a mano da una signora di Milano, che crea appositamente per me con una cura incredibile. Tra questi libricini c’è la serie di scatti che partono dal 2019 e riguardano una pianta. Ogni estate, quando arrivo nella mia casa in Sicilia, vado a vedere se la pianta c’è ancora: come se andassi a trovare un’amica.
Lo faccio come un rito: cammino, osservo, mi lascio guidare dalla pianta, dalle pietre e dalla natura, senza avere idee precise. A volte faccio più foto, altre volte meno, dipende da quello che la natura mi offre. Ho chiamato la serie Wildflower, citazione di William Blake: “Vedere il mondo in un granello di sabbia e il paradiso in un fiore selvatico.” Ho scelto anche una citazione di Eraclito, perché per me rappresenta l’inatteso che la natura ci regala. Non pianifico mai le foto: sono le piante, le pietre e gli elementi naturali a chiamarmi. È come essere aspettata dalla natura stessa: un dono che ricevo e che fotografo.
Durante la mia residenza a Deauville, per il festival della fotografia, ho realizzato un’altra serie di scatti (raccolti in un altro libricino ndr). Ci sono fotografie di luoghi quasi metafisici della città balneare, e altri scatti realizzati in una camera di un altro fotografo in residenza, dove, con il calare del sole, una piccola pianta vicino alla finestra inizia a irradiare luce. L’inatteso che sorprende, ancora una volta, come un piccolo miracolo della natura.
Per la mostra hai invitato la compositrice Ismini Petridou a creare un’opera sonora. Che esperienza vivrà il pubblico tra immagini e suono?
Per questa domanda preferisco lasciare la parola direttamente a Ismini Petridou, perché il suo lavoro è stato fondamentale per l’atmosfera della mostra.
(Ismini Petridou) Quando abbiamo iniziato a parlare di questo progetto, circa un anno fa, Veronica mi ha inviato alcune delle sue fotografie. Guardandole ho cominciato a immaginare come potessero “suonare”, quale paesaggio sonoro potesse emergere da quelle immagini.
Da molti anni registro i suoni della natura: il mare, i fiumi, il vento tra gli alberi. Nel tempo ho costruito un archivio personale di paesaggi sonori che continuo ad arricchire ogni volta che viaggio o incontro un luogo che mi colpisce.
Per questa mostra ho scelto soprattutto suoni provenienti dalla Grecia — dalle isole del Golfo Saronico, dalla regione dell’Epiro — ma anche da Istanbul. Non si tratta però di una colonna sonora illustrativa: non ho creato suoni per accompagnare una fotografia specifica. Piuttosto ho cercato di entrare nell’atmosfera delle immagini e di immaginare quale potesse essere il loro paesaggio sonoro.
Nella composizione si possono ascoltare diversi elementi: il suono del mare, alcune gocce d’acqua che cadono ritmicamente — quasi a suggerire il passaggio del tempo — e anche registrazioni molto emozionanti di canti polifonici tradizionali dell’Epiro.
Ho registrato queste voci durante un viaggio in Grecia: erano alcune donne molto anziane, ottanta o novant’anni, sedute insieme che cantavano spontaneamente questi canti antichi. Era un momento molto semplice e allo stesso tempo molto intenso, e ho sentito il desiderio di conservarne la memoria.
Il risultato è un paesaggio sonoro che accompagna le fotografie e che, spero, possa amplificare l’idea del ciclo della vita, del tempo che passa e di una memoria mediterranea condivisa.
In fondo anche questo dialogo tra suono e immagine è una forma di viaggio: un viaggio tra paesaggi, culture e memorie che si incontrano nello spazio della mostra.










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