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Intervista a Samuele Ripani: “Quello che voglio comunicare con la fotografia cambia continuamente”

Ritratto_fotografia
Alessia
Scritto da Alessia

“Appena entrato nel mondo della ritrattistica usavo la fotografia come un modo per distrarmi e svagarmi. La fotografia era un modo per “staccare la spina”, una visione alternativa del mondo come lo volevo effettivamente vedere o come già lo vedevo. Oggi quando comincio a pensare alle foto da realizzare, dietro c’è tutto tranne che l’idea di distrarmi.  A un certo punto non ho più sentito il bisogno di immaginare: dietro i miei scatti ci sono pensieri, idee e, perché no, problemi che sento di avere. Gli stessi che avevano cominciato a influenzare le foto che scattavo, nonostante fosse qualcosa che inizialmente non volevo accadesse. Poi ho deciso di abbracciare quel nero che mi circondava. È per questo motivo che non scatto in bianco e nero: nelle foto monocromatiche, il nero è un colore sottovalutato perché lo si considera come un’alternativa al bianco e al grigio. Nelle foto a colori invece se ne percepisce maggiormente la “pesantezza”. Il nero è assenza di colori, di luce, di tutto. È perfetto per descrivere il mio stato d’animo. Scatto foto perché è quello che più si avvicina alla mia visione oggettiva delle cose. Non voglio disegnare o dipingere ad esempio, perché per me queste due arti rendono ancora più vago il modo di vedere cose già di per sé fin troppo astratte. Mi piace ordinare tutto davanti alla lente in modo da dargli le sembianze di cose che non posso vedere o sentire, ma sono senza alcun dubbio vere”.

Classe 2001, Samuele Ripani è di San Benedetto del Tronto dove ha frequentato dei corsi di fotografia, ora vive a Roma e studia all’Accademia di Belle Arti. Organizza incontri one-to-one per chi voglia conoscere qualcosa in più riguardo alla sua fotografia e in che modo realizzi i ritratti. Il primo corso che ha organizzato è stato quello nel liceo linguistico che ha frequentato, aperto a tutti gli studenti dell’istituto che volessero parteciparvi. Nel giro di pochi anni dall’inizio del suo percorso, ha accumulato circa una quindicina di pubblicazioni su diverse riviste di fotografia, italiane e internazionali.
Fino a giugno 2022 potrete trovare alcune delle sue foto alla mostra VeniceArt 2022 di Venezia.

Come è nata la tua passione per la fotografia e quale è finora il percorso artistico che stai seguendo?

Sono sempre stato attratto dalla fotografia, ma gli impegni che avevo con il liceo e lo sport mi hanno impedito di approfondire e portare avanti quella che poi sarebbe diventata la mia più grande passione. Ridimensionato il tempo di entrambi, mi sono subito cimentato nello studio della fotografia di base, per poi seguire corsi di fotografia avanzata. Credo che il punto di partenza del mio percorso sia il 2017, cioè quando ho deciso di iniziare a ritrarre le persone. Da quel momento, scattando per privati e brand, ho collezionato diverse pubblicazioni su riviste di fotografia, organizzo corsi one-to-one e sono stato esposto a Venezia (1 Aprile – 12 Giugno) e Roma (3 Giugno – 26 Giugno).

Come sta cambiando secondo te la fotografia?

La fotografia si sta evolvendo a una velocità impressionante e questo significa che diventa sempre di più accessibile a ogni persona anche solo minimamente interessata. Prima la fotografia era solo per pochi, sia dal punto di vista economico e sia per le obbligatorie e perfette conoscenze tecniche di cui si necessitava per riuscire a utilizzare una macchina fotografica. Con l’avvento delle reflex automatiche e i cellulari ormai non si parla più di fotografia d’élite diventando qualcosa “che tutti possono fare”. La fotografia sta perdendo il suo vero significato e, di conseguenza, il ruolo del fotografo viene un po’ sminuito.

Il ritratto è la forma di espressione che preferisci? Perché?

Il ritratto è ciò che più si avvicina alla mia visione razionale e realistica del mondo. Per esprimermi non voglio disegnare o dipingere ad esempio (nonostante spesso faccia entrambe le cose per diletto), perché per me queste due arti rendono ancora più vago la visione di cose già di per sé fin troppo astratte. In precedenza ho sperimentato la paesaggistica e la street, ma è nel ritratto che riesco veramente a creare qualcosa di mio e di cui riesco ad essere soddisfatto e più “leggero”.

Quale messaggio vuoi far arrivare?

Quello che voglio comunicare con la fotografia cambia continuamente. Oggi dietro ai ritratti che scatto c’è il bisogno di rendere il più tangibile possibile quello che ho dentro, che non è quasi mai un sentimento positivo. Per riuscire a raccontare qualcosa di me attraverso una fotografia ho bisogno che quello che provo sia innanzitutto reale. Non riesco a creare cose che non ho mai visto o sentito. Ogni volta che scatto, però, lascio che la fotografia sia un modo per raccontare quello che mi succede e quello che mi passa per la testa.

Il ritratto, in particolare, è un genere fotografico che pone faccia a faccia due persone: qual è la tua filosofia, quale l’approccio e quanta importanza ha l’empatia?

La prima volta che mi è stato chiesto “Ma se le foto parlano solo di te, perché allora non ti autoritrai da solo?” ammetto che sono rimasto spiazzato e senza nessuna risposta. Questa domanda non ha mai influenzato il mio modo di ritrarre o ciò che voglio comunicare con le mie foto, anzi, mi ha aiutato a studiarmi ancora di più e ha rafforzato quella che ho scoperto essere la volontà di trovare quello che sento io stesso, in altre persone. Per questo l’empatia ha un ruolo fondamentale nei miei ritratti. Ho bisogno di una connessione con il soggetto che ho davanti. Sembrerà strano, ma proprio per questo ritraggo quasi solo persone che incontro la prima volta. Tralasciando il discorso della varietà dell’opera finale, uno sconosciuto ti aiuta a non avere filtri ed è più facile entrarci in sintonia. Capita spesso che dopo il set i soggetti mi richiamino per ringraziarmi e dirmi che nonostante le poche ore di shooting sembrava fossimo amici da una vita.

La luce è fondamentale in fotografia e forse nel ritratto lo è ancora di più, cosa ne pensi?

La fotografia è luce. Per me ha pari importanza in ogni genere fotografico. Con la giusta luce una foto street può farti innamorare delle geometrie dei palazzi lungo una strada, una foto di paesaggio può stupirti con il suo panorama, un ritratto può comunicarti felicità o tristezza. Il tutto è rafforzato o meno dalla luce che chi scatta la foto sceglie di utilizzare.

Quanto lavoro richiede la preparazione della tua fotografia? Da dove vengono le idee e quali passaggi ti trovi a compiere per portare a compimento l’idea?

L’uso effettivo della macchina fotografica occupa solo una piccola parte della mia vita. Quello che voglio comunicare con la mia fotografia sono sentimenti reali e che voglio tirar fuori. Per questo possono passare anche mesi tra uno shooting e l’altro. Avuta l’idea disegno quello che più o meno vorrei raccontare, e solo in un secondo momento scelgo il soggetto che per me è perfetto per quello scatto. Non riesco a studiare a tavolino una foto per poi andare a realizzarla, improvviso molto sul set partendo da una mezza idea, così che venga fuori qualcosa che per me sia veramente puro.

Quali sono i tuoi lavori a cui sei più legato?

Tra le mie foto, quelle che considero “migliori” sono quelle che più mi sono divertito a scattare e che mi fanno percepire una sorta di “catarsi” ogni volta che le riguardo. Come il mio primo autoritratto e le foto scattate a Denise e Maria.

Cosa ti fa dire: “Questa foto è buona”?                                                                                   

Sono molto autocritico su quello che faccio, per questo non sono particolarmente affezionato e soddisfatto delle mie foto, ma al contrario punto a fare sempre di meglio. Durante gli anni di studi ed esperimenti, l’obiettivo per migliorarsi è sempre stato quello di “sbagliare meno”. Per questo, quando guardo e realizzo una mia foto, cerco di capire se ho sbagliato qualcosa durante la fase di scatto e se in quella immagine sono riuscito a tirare fuori qualcosa di mio.

Quali sono i grandi fotografi ritrattisti del passato a cui ti ispiri, se ce ne sono, e quali lezioni ti hanno lasciato?

Non ho mai avuto punti di riferimento specifici, nel senso che non ho mai seguito o studiato approfonditamente le opere di qualche artista in particolare. Certo, anche io ho delle preferenze per qualcuno, ma ho sempre voluto cercare uno stile fotografico e una comunicazione completamente da solo, altrimenti non sarei capace di considerare le foto che faccio “mie” al 100%. L’osservazione e lo studio della produzione degli artisti che più mi piacciono sono sempre state incentrate sulla tecnica. Prendere ispirazione e provare a emulare altre opere mi è servito solo come un modo per incuriosirmi e cercare di sperimentare tecniche nuove da utilizzare per raccontare le mie storie.

Che attrezzature utilizzi?

Sono sempre stato un amante Nikon. Scatto con una full frame e per i miei ritratti uso solo lenti fisse, per questo sono molto affezionato al Cinquantino e all’85mm. Uso quasi solo luce naturale, che considero la migliore.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e appuntamenti di cui puoi parlarci?

In questo periodo sto pensando e abbozzando molte idee che non vedo l’ora di rendere reali. Devo ammettere che è un periodo molto produttivo per me, spero di riuscire a creare di nuovo qualcosa che gratifichi me e che permetta a chi osserva le mie foto di immedesimarsi in qualcosa che ho creato io.

Il creautore

Alessia

Alessia

Veneta di nascita (ma vivo a Roma da 10 anni), sono appassionata, abbastanza in questo ordine, di: Steve Jobs, tutto Beatles, Al Pacino, Emma Stone e, da poco, anche di Bruno Mars. Naturalmente amo da morire scrivere, e osservare. Sono curiosa dei nuovi linguaggi contemporanei, in tutte le verie forme.

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