Arlene Shechet e Magnus Plessen, due visioni dell’arte contemporanea alla Galerie Lelong di Parigi

Tempo stimato per la lettura: 6,4 minuti
Due artisti, due linguaggi, due indirizzi nel cuore dell’ottavo arrondissement di Parigi. Dal 19 ottobre al 14 novembre 2026, La Galerie Lelong presenta per la prima volta nella capitale francese le opere di Arlene Shechet e Magnus Plessen, protagonisti di due mostre che esplorano, attraverso percorsi differenti, le possibilità della scultura e della pittura contemporanee. Kind of Blue, al 13 rue de Téhéran, riunisce le sculture recenti dell’artista americana; Théâtre imaginaire, al 38 avenue Matignon, accompagna invece il pubblico nell’universo pittorico dell’artista tedesco. Due esposizioni autonome, unite dalla volontà di mettere in discussione le forme della rappresentazione e il nostro modo di guardare le immagini e gli oggetti.
Arlene Shechet, la ceramica libera dalle sue convenzioni
Con Kind of Blue, Arlene Shechet porta alla Galerie Lelong una ricerca che, negli ultimi vent’anni, ha contribuito a rinnovare profondamente il linguaggio della scultura contemporanea. Nata nel 1951 e attiva tra New York e la Hudson Valley, l’artista americana lavora sulla materia come su un territorio instabile, nel quale le forme sembrano sottrarsi alle regole dell’equilibrio. La ceramica, al centro della sua pratica dagli anni Duemila, perde ogni connotazione puramente decorativa per entrare in relazione con legno, acciaio, cemento e altri materiali. Ne derivano opere ibride, sospese tra solidità e precarietà, in cui l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma una componente essenziale del processo creativo.
Forme in equilibrio tra caso, materia e gravità
Nelle sculture di Shechet nulla sembra completamente immobile o definitivo. Volumi irregolari, superfici lavorate e combinazioni inattese di materiali suggeriscono una tensione continua tra costruzione e disordine. L’artista lascia emergere le tracce della lavorazione, accoglie l’imprevisto e mette in discussione la distinzione tradizionale tra arte e artigianato. La ceramica, in particolare, diventa uno strumento per interrogare il rapporto tra struttura e fragilità, controllo e spontaneità. In questa prospettiva, la scultura non è soltanto una forma da contemplare, ma il risultato visibile di una negoziazione tra materia, gesto e spazio. È proprio questa libertà sperimentale a rendere il lavoro di Shechet una delle esperienze più riconoscibili della scultura americana contemporanea.
Una ricerca riconosciuta dalle grandi istituzioni internazionali
Il percorso di Arlene Shechet è stato accompagnato da importanti mostre istituzionali. Nel 2015 l’Institute of Contemporary Art di Boston le ha dedicato All At Once, una retrospettiva che ripercorreva vent’anni di attività. Sono seguiti progetti alla Frick Collection di New York e alla Phillips Collection di Washington nel 2016, un intervento a Madison Square Park nel 2018 e la mostra Girl Group allo Storm King Art Center nel 2024. Nel 2023 l’artista è stata eletta membro a vita dell’American Academy of Arts and Letters. Le sue opere fanno parte delle collezioni di istituzioni come il Metropolitan Museum of Art, il Centre Pompidou, la National Gallery of Art, il Whitney Museum of American Art e il Walker Art Center.
Magnus Plessen, il teatro interiore della pittura
All’indirizzo di avenue Matignon, Théâtre imaginaire inaugura la collaborazione tra la Galerie Lelong e Magnus Plessen, pittore tedesco nato ad Amburgo nel 1967 e residente a Berlino. La mostra, aperta dal 19 ottobre al 14 novembre 2026, presenta una ventina di dipinti realizzati tra il 2024 e il 2026, offrendo uno sguardo sull’evoluzione più recente della sua ricerca. Il titolo suggerisce una scena che non coincide con un luogo fisico, ma con uno spazio mentale abitato da ricordi, sogni e immagini inventate. Fatta eccezione per My Dying Father, le opere esposte nascono dall’immaginazione dell’artista e costruiscono un universo in cui figure e forme si trasformano continuamente, senza seguire una trama prestabilita.
Volti frammentati e corpi in trasformazione
La pittura di Plessen si muove sul confine tra figurazione e astrazione. I corpi umani, i volti e le mani emergono dalla superficie della tela, per poi frammentarsi, sovrapporsi o dissolversi nella materia pittorica. La figura non è mai una presenza stabile: sembra apparire e scomparire sotto gli occhi dello spettatore, come un’immagine trattenuta dalla memoria o restituita da una percezione incerta. Le mani, ricorrenti nel suo lavoro, introducono una dimensione tattile e intima, suggerendo il contatto tra i corpi e la possibilità di una relazione. Ogni quadro conserva una propria autonomia, ma nel percorso espositivo le opere sembrano rispondersi attraverso gesti, analogie e variazioni, componendo una sorta di drammaturgia silenziosa.
Le Baiser, la tenerezza si veste d’oro
Nell’ultima sala, la serie Le Baiser porta questa ricerca verso una dimensione più raccolta e affettiva. Il bacio diventa un’immagine di prossimità, complicità e tenerezza, mentre l’impiego della foglia d’oro conferisce alle composizioni una qualità iconica. La preziosità del materiale non cancella l’ambiguità delle figure, ma le sospende in una dimensione che oscilla tra intimità quotidiana e rappresentazione simbolica. È un passaggio significativo all’interno di Théâtre imaginaire: dopo le deformazioni e le instabilità che attraversano i dipinti, il rapporto tra i corpi si concentra in un gesto essenziale. Anche qui, tuttavia, Plessen evita ogni certezza narrativa, lasciando che sia lo spettatore a completare il senso dell’immagine.
Magnus Plessen, una pittura tra memoria e percezione
Dopo aver iniziato da autodidatta, Plessen si è avvicinato alla fotografia e al cinema prima di dedicarsi interamente alla pittura dal 1999. La sua ricerca affronta una questione centrale: come rendere visibile non tanto la realtà, quanto l’esperienza che ne facciamo? Le immagini che compaiono sulle tele non cercano una riproduzione fedele del mondo, ma restituiscono la fragilità della percezione, il modo in cui un volto o un ricordo possono modificarsi nella mente. L’artista ha esposto alla 50ª Biennale di Venezia nel 2003 e in numerose istituzioni internazionali. Le sue opere sono presenti, tra le altre, nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, del Centre Pompidou, del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, dell’Art Institute of Chicago e della Pinakothek der Moderne di Monaco. Dal 2019 insegna pittura alla Staatliche Akademie der Bildenden Künste di Karlsruhe.
Due mostre, un unico invito a guardare oltre le apparenze
Le esposizioni di Shechet e Plessen non cercano una corrispondenza immediata tra scultura e pittura, ma mettono in luce due modi complementari di interrogare la forma. Da una parte, la materia concreta si trasforma attraverso l’imprevisto, la sperimentazione e la tensione tra elementi; dall’altra, l’immagine dipinta si costruisce e si disfa, seguendo i movimenti della memoria e della percezione. Entrambi gli artisti rifiutano l’idea di un’opera completamente chiusa, lasciando spazio all’ambiguità e alla partecipazione dello spettatore. Per accompagnare il pubblico alla scoperta dei due progetti, la Galerie Lelong organizza un artist walkthrough con entrambi gli artisti martedì 20 ottobre alle ore 11, tra la sede di rue de Téhéran e quella di avenue Matignon, offrendo l’occasione di attraversare due universi creativi distinti nel cuore della scena artistica parigina.
Magnus Plessen, The Act of Painting, 2024 Huile et fusain sur toile, 140 × 197,5 cm © Magnus Plessen. Courtesy Galerie Lelong
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Arlene Shechet e Magnus Plessen, due visioni dell’arte contemporanea alla Galerie Lelong di Parigi
Tempo stimato per la lettura: 19 minuti
Due artisti, due linguaggi, due indirizzi nel cuore dell’ottavo arrondissement di Parigi. Dal 19 ottobre al 14 novembre 2026, La Galerie Lelong presenta per la prima volta nella capitale francese le opere di Arlene Shechet e Magnus Plessen, protagonisti di due mostre che esplorano, attraverso percorsi differenti, le possibilità della scultura e della pittura contemporanee. Kind of Blue, al 13 rue de Téhéran, riunisce le sculture recenti dell’artista americana; Théâtre imaginaire, al 38 avenue Matignon, accompagna invece il pubblico nell’universo pittorico dell’artista tedesco. Due esposizioni autonome, unite dalla volontà di mettere in discussione le forme della rappresentazione e il nostro modo di guardare le immagini e gli oggetti.
Arlene Shechet, la ceramica libera dalle sue convenzioni
Con Kind of Blue, Arlene Shechet porta alla Galerie Lelong una ricerca che, negli ultimi vent’anni, ha contribuito a rinnovare profondamente il linguaggio della scultura contemporanea. Nata nel 1951 e attiva tra New York e la Hudson Valley, l’artista americana lavora sulla materia come su un territorio instabile, nel quale le forme sembrano sottrarsi alle regole dell’equilibrio. La ceramica, al centro della sua pratica dagli anni Duemila, perde ogni connotazione puramente decorativa per entrare in relazione con legno, acciaio, cemento e altri materiali. Ne derivano opere ibride, sospese tra solidità e precarietà, in cui l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma una componente essenziale del processo creativo.
Forme in equilibrio tra caso, materia e gravità
Nelle sculture di Shechet nulla sembra completamente immobile o definitivo. Volumi irregolari, superfici lavorate e combinazioni inattese di materiali suggeriscono una tensione continua tra costruzione e disordine. L’artista lascia emergere le tracce della lavorazione, accoglie l’imprevisto e mette in discussione la distinzione tradizionale tra arte e artigianato. La ceramica, in particolare, diventa uno strumento per interrogare il rapporto tra struttura e fragilità, controllo e spontaneità. In questa prospettiva, la scultura non è soltanto una forma da contemplare, ma il risultato visibile di una negoziazione tra materia, gesto e spazio. È proprio questa libertà sperimentale a rendere il lavoro di Shechet una delle esperienze più riconoscibili della scultura americana contemporanea.
Una ricerca riconosciuta dalle grandi istituzioni internazionali
Il percorso di Arlene Shechet è stato accompagnato da importanti mostre istituzionali. Nel 2015 l’Institute of Contemporary Art di Boston le ha dedicato All At Once, una retrospettiva che ripercorreva vent’anni di attività. Sono seguiti progetti alla Frick Collection di New York e alla Phillips Collection di Washington nel 2016, un intervento a Madison Square Park nel 2018 e la mostra Girl Group allo Storm King Art Center nel 2024. Nel 2023 l’artista è stata eletta membro a vita dell’American Academy of Arts and Letters. Le sue opere fanno parte delle collezioni di istituzioni come il Metropolitan Museum of Art, il Centre Pompidou, la National Gallery of Art, il Whitney Museum of American Art e il Walker Art Center.
Magnus Plessen, il teatro interiore della pittura
All’indirizzo di avenue Matignon, Théâtre imaginaire inaugura la collaborazione tra la Galerie Lelong e Magnus Plessen, pittore tedesco nato ad Amburgo nel 1967 e residente a Berlino. La mostra, aperta dal 19 ottobre al 14 novembre 2026, presenta una ventina di dipinti realizzati tra il 2024 e il 2026, offrendo uno sguardo sull’evoluzione più recente della sua ricerca. Il titolo suggerisce una scena che non coincide con un luogo fisico, ma con uno spazio mentale abitato da ricordi, sogni e immagini inventate. Fatta eccezione per My Dying Father, le opere esposte nascono dall’immaginazione dell’artista e costruiscono un universo in cui figure e forme si trasformano continuamente, senza seguire una trama prestabilita.
Volti frammentati e corpi in trasformazione
La pittura di Plessen si muove sul confine tra figurazione e astrazione. I corpi umani, i volti e le mani emergono dalla superficie della tela, per poi frammentarsi, sovrapporsi o dissolversi nella materia pittorica. La figura non è mai una presenza stabile: sembra apparire e scomparire sotto gli occhi dello spettatore, come un’immagine trattenuta dalla memoria o restituita da una percezione incerta. Le mani, ricorrenti nel suo lavoro, introducono una dimensione tattile e intima, suggerendo il contatto tra i corpi e la possibilità di una relazione. Ogni quadro conserva una propria autonomia, ma nel percorso espositivo le opere sembrano rispondersi attraverso gesti, analogie e variazioni, componendo una sorta di drammaturgia silenziosa.
Le Baiser, la tenerezza si veste d’oro
Nell’ultima sala, la serie Le Baiser porta questa ricerca verso una dimensione più raccolta e affettiva. Il bacio diventa un’immagine di prossimità, complicità e tenerezza, mentre l’impiego della foglia d’oro conferisce alle composizioni una qualità iconica. La preziosità del materiale non cancella l’ambiguità delle figure, ma le sospende in una dimensione che oscilla tra intimità quotidiana e rappresentazione simbolica. È un passaggio significativo all’interno di Théâtre imaginaire: dopo le deformazioni e le instabilità che attraversano i dipinti, il rapporto tra i corpi si concentra in un gesto essenziale. Anche qui, tuttavia, Plessen evita ogni certezza narrativa, lasciando che sia lo spettatore a completare il senso dell’immagine.
Magnus Plessen, una pittura tra memoria e percezione
Dopo aver iniziato da autodidatta, Plessen si è avvicinato alla fotografia e al cinema prima di dedicarsi interamente alla pittura dal 1999. La sua ricerca affronta una questione centrale: come rendere visibile non tanto la realtà, quanto l’esperienza che ne facciamo? Le immagini che compaiono sulle tele non cercano una riproduzione fedele del mondo, ma restituiscono la fragilità della percezione, il modo in cui un volto o un ricordo possono modificarsi nella mente. L’artista ha esposto alla 50ª Biennale di Venezia nel 2003 e in numerose istituzioni internazionali. Le sue opere sono presenti, tra le altre, nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, del Centre Pompidou, del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, dell’Art Institute of Chicago e della Pinakothek der Moderne di Monaco. Dal 2019 insegna pittura alla Staatliche Akademie der Bildenden Künste di Karlsruhe.
Due mostre, un unico invito a guardare oltre le apparenze
Le esposizioni di Shechet e Plessen non cercano una corrispondenza immediata tra scultura e pittura, ma mettono in luce due modi complementari di interrogare la forma. Da una parte, la materia concreta si trasforma attraverso l’imprevisto, la sperimentazione e la tensione tra elementi; dall’altra, l’immagine dipinta si costruisce e si disfa, seguendo i movimenti della memoria e della percezione. Entrambi gli artisti rifiutano l’idea di un’opera completamente chiusa, lasciando spazio all’ambiguità e alla partecipazione dello spettatore. Per accompagnare il pubblico alla scoperta dei due progetti, la Galerie Lelong organizza un artist walkthrough con entrambi gli artisti martedì 20 ottobre alle ore 11, tra la sede di rue de Téhéran e quella di avenue Matignon, offrendo l’occasione di attraversare due universi creativi distinti nel cuore della scena artistica parigina.
Magnus Plessen, The Act of Painting, 2024 Huile et fusain sur toile, 140 × 197,5 cm © Magnus Plessen. Courtesy Galerie Lelong




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