Véra Molnar, la geometria della disobbedienza

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 17 Ottobre 2026

Tempo stimato per la lettura: 4,9 minuti

C’è qualcosa che non torna, ed è proprio questo il bello. Una linea che devia, una simmetria imperfetta, una sequenza geometrica che sembra perdere improvvisamente il filo. Alla Galerie Zlotowski di Parigi, Véra Molnar Une faille dans le système, œuvres de 1947 à 1968 riporta alla luce  – dal  17  ottobre all’ 8 dicembre 2026 – una stagione poco conosciuta dell’artista, con una ventina di opere realizzate durante quel periodo. Gouache, disegni, collage e dipinti raccontano una ricerca in cui il rigore non esclude l’imprevisto, ma sembra anzi invocarlo. Prima del computer, prima che il suo nome entrasse nella storia dell’arte digitale, Molnar aveva già trovato il modo di sabotare gentilmente la geometria: darle una regola e poi divertirsi a infrangerla.

Da Budapest a Parigi, una ricerca fuori dagli schemi

Nata a Budapest nel 1924, Véra Molnar studia pittura e storia dell’arte nella capitale ungherese, prima di trasferirsi a Parigi nel 1947. È qui che prende forma un linguaggio personale, in dialogo con le avanguardie astratte del Novecento. Lontana dall’idea di una geometria fredda e immutabile, l’artista esplora le possibilità delle forme attraverso serie, ripetizioni e variazioni minime. Cerchi, quadrati e linee diventano gli elementi di un laboratorio visivo nel quale ogni cambiamento, anche infinitesimale, può alterare l’equilibrio complessivo. La sua è una pratica metodica, quasi scientifica, ma animata da una curiosità profondamente umana: scoprire che cosa accade quando la perfezione smette di essere perfetta.

Il disordine come metodo

A prima vista, tutto sembra al proprio posto. Le forme si organizzano secondo una logica riconoscibile, le sequenze obbediscono a un principio, le composizioni sembrano voler raggiungere un equilibrio definitivo. Poi qualcosa si sposta. Una linea si piega, una figura esce dall’allineamento, il ritmo si spezza. È in questa piccola insubordinazione che l’opera di Molnar trova la propria forza. L’artista stabilisce regole precise per poterle mettere in discussione dall’interno, senza bisogno di gesti clamorosi. Il disordine non è il contrario dell’ordine, ma il suo necessario interlocutore. E l’imperfezione, anziché essere corretta, viene accolta come una possibilità creativa: una libertà che si manifesta proprio là dove meno la si aspetterebbe.

L’eredità di Paul Klee e Sonia Delaunay

Nelle opere esposte si avvertono le risonanze di Paul Klee, Sonia Delaunay, Sophie Taeuber-Arp, Jean Arp e Theo van Doesburg. Il costruttivismo e l’arte concreta costituiscono riferimenti importanti, ma Molnar ne rifiuta ogni interpretazione troppo rigida. In particolare, Sonia Delaunay rappresenta una presenza fondamentale: come lei, Molnar lascia che la composizione conservi una parte di imprevedibilità, affidando alla variazione il compito di animare le forme. Le figure geometriche sembrano talvolta trasformarsi in organismi, sottrarsi alla disciplina della griglia, suggerire traiettorie inattese. Non si tratta di abbandonare la razionalità, ma di impedirle di diventare una gabbia. La geometria, nelle sue mani, smette di essere una certezza assoluta e diventa un territorio da esplorare.

Leggi anche: La simultaneità di Sonia Delaunay alle gallerie Zlotowski e Roger-Viollet

La bellezza dell’incompiuto

C’è una qualità quasi domestica in queste gouache, nei disegni e nei collage di piccolo formato: la traccia della mano rimane visibile, il gesto conserva la propria spontaneità, la composizione non nasconde le sue esitazioni. È una dimensione che rende queste opere diverse dalle immagini più note della Molnar digitale, spesso associate a sequenze rigorose e processi programmati. Qui il non finito non è un limite, ma uno spazio aperto. Le forme sembrano sul punto di cambiare ancora, come se l’artista avesse deciso di fermarsi un istante prima della conclusione. L’esposizione contribuisce a riportare l’attenzione su questo periodo meno frequentato, nel quale l’astrazione si rivela sorprendentemente sensibile, quasi giocosa. Guardare queste opere significa anche accettare che una composizione possa restare in sospeso.

Prima del computer, il pensiero era già digitale

Il 1968 segna una svolta: Molnar scopre il computer, destinato a diventare uno strumento centrale della sua ricerca e a consacrarla come pioniera dell’arte generativa. Ma la mostra suggerisce di guardare a questo passaggio senza separarlo da ciò che lo precede. Le ripetizioni, le variazioni sistematiche, le sequenze e gli scarti presenti nei lavori degli anni Cinquanta e Sessanta contengono già i principi del suo metodo successivo. La macchina non inventa la sua curiosità per le regole: le offre nuove possibilità. E non cancella il bisogno di introdurre un errore, una deviazione, qualcosa che sfugga alla previsione. L’artista ricorda che anche un sistema perfettamente costruito ha bisogno di una crepa per continuare a sorprenderci.

Una mostra per riscoprire un capitolo dimenticato

La Galerie Zlotowski, da tempo impegnata nella riscoperta delle avanguardie del Novecento e delle protagoniste femminili dell’astrazione, presenta questo nucleo raro come un’occasione per rileggere l’intero percorso dell’artista. L’esposizione, accompagnata da un catalogo pubblicato dalle Éditions Martin de Halleux con contributi di Cécilia Becanovic, Isabelle Ewig, Laurent Salomé, Isabelle Spaak e Yves Zlotowski. Altre opere di Molnar saranno presentate anche ad Art Basel Paris, nella sezione Premise, dal 23 al 25 ottobre, al Grand Palais. Due appuntamenti per incontrare un’artista che ha saputo trasformare la geometria in un esercizio di libertà. Perché, a volte, per mettere in discussione un sistema non occorre distruggerlo: basta spostare un quadrato di qualche millimetro.

 

Crediti immagini: Vue de l’exposition Véra Molnar – Une faille dans le système à la Galerie Zlotowski jusqu’au 8 décembre 2026 Crédit photo Yosuke Kojima

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Published On: 17 Ottobre 2026

About the Author: Cristina Biordi

Tempo stimato per la lettura: 15 minuti

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Da Budapest a Parigi, una ricerca fuori dagli schemi

Nata a Budapest nel 1924, Véra Molnar studia pittura e storia dell’arte nella capitale ungherese, prima di trasferirsi a Parigi nel 1947. È qui che prende forma un linguaggio personale, in dialogo con le avanguardie astratte del Novecento. Lontana dall’idea di una geometria fredda e immutabile, l’artista esplora le possibilità delle forme attraverso serie, ripetizioni e variazioni minime. Cerchi, quadrati e linee diventano gli elementi di un laboratorio visivo nel quale ogni cambiamento, anche infinitesimale, può alterare l’equilibrio complessivo. La sua è una pratica metodica, quasi scientifica, ma animata da una curiosità profondamente umana: scoprire che cosa accade quando la perfezione smette di essere perfetta.

Il disordine come metodo

A prima vista, tutto sembra al proprio posto. Le forme si organizzano secondo una logica riconoscibile, le sequenze obbediscono a un principio, le composizioni sembrano voler raggiungere un equilibrio definitivo. Poi qualcosa si sposta. Una linea si piega, una figura esce dall’allineamento, il ritmo si spezza. È in questa piccola insubordinazione che l’opera di Molnar trova la propria forza. L’artista stabilisce regole precise per poterle mettere in discussione dall’interno, senza bisogno di gesti clamorosi. Il disordine non è il contrario dell’ordine, ma il suo necessario interlocutore. E l’imperfezione, anziché essere corretta, viene accolta come una possibilità creativa: una libertà che si manifesta proprio là dove meno la si aspetterebbe.

L’eredità di Paul Klee e Sonia Delaunay

Nelle opere esposte si avvertono le risonanze di Paul Klee, Sonia Delaunay, Sophie Taeuber-Arp, Jean Arp e Theo van Doesburg. Il costruttivismo e l’arte concreta costituiscono riferimenti importanti, ma Molnar ne rifiuta ogni interpretazione troppo rigida. In particolare, Sonia Delaunay rappresenta una presenza fondamentale: come lei, Molnar lascia che la composizione conservi una parte di imprevedibilità, affidando alla variazione il compito di animare le forme. Le figure geometriche sembrano talvolta trasformarsi in organismi, sottrarsi alla disciplina della griglia, suggerire traiettorie inattese. Non si tratta di abbandonare la razionalità, ma di impedirle di diventare una gabbia. La geometria, nelle sue mani, smette di essere una certezza assoluta e diventa un territorio da esplorare.

Leggi anche: La simultaneità di Sonia Delaunay alle gallerie Zlotowski e Roger-Viollet

La bellezza dell’incompiuto

C’è una qualità quasi domestica in queste gouache, nei disegni e nei collage di piccolo formato: la traccia della mano rimane visibile, il gesto conserva la propria spontaneità, la composizione non nasconde le sue esitazioni. È una dimensione che rende queste opere diverse dalle immagini più note della Molnar digitale, spesso associate a sequenze rigorose e processi programmati. Qui il non finito non è un limite, ma uno spazio aperto. Le forme sembrano sul punto di cambiare ancora, come se l’artista avesse deciso di fermarsi un istante prima della conclusione. L’esposizione contribuisce a riportare l’attenzione su questo periodo meno frequentato, nel quale l’astrazione si rivela sorprendentemente sensibile, quasi giocosa. Guardare queste opere significa anche accettare che una composizione possa restare in sospeso.

Prima del computer, il pensiero era già digitale

Il 1968 segna una svolta: Molnar scopre il computer, destinato a diventare uno strumento centrale della sua ricerca e a consacrarla come pioniera dell’arte generativa. Ma la mostra suggerisce di guardare a questo passaggio senza separarlo da ciò che lo precede. Le ripetizioni, le variazioni sistematiche, le sequenze e gli scarti presenti nei lavori degli anni Cinquanta e Sessanta contengono già i principi del suo metodo successivo. La macchina non inventa la sua curiosità per le regole: le offre nuove possibilità. E non cancella il bisogno di introdurre un errore, una deviazione, qualcosa che sfugga alla previsione. L’artista ricorda che anche un sistema perfettamente costruito ha bisogno di una crepa per continuare a sorprenderci.

Una mostra per riscoprire un capitolo dimenticato

La Galerie Zlotowski, da tempo impegnata nella riscoperta delle avanguardie del Novecento e delle protagoniste femminili dell’astrazione, presenta questo nucleo raro come un’occasione per rileggere l’intero percorso dell’artista. L’esposizione, accompagnata da un catalogo pubblicato dalle Éditions Martin de Halleux con contributi di Cécilia Becanovic, Isabelle Ewig, Laurent Salomé, Isabelle Spaak e Yves Zlotowski. Altre opere di Molnar saranno presentate anche ad Art Basel Paris, nella sezione Premise, dal 23 al 25 ottobre, al Grand Palais. Due appuntamenti per incontrare un’artista che ha saputo trasformare la geometria in un esercizio di libertà. Perché, a volte, per mettere in discussione un sistema non occorre distruggerlo: basta spostare un quadrato di qualche millimetro.

 

Crediti immagini: Vue de l’exposition Véra Molnar – Une faille dans le système à la Galerie Zlotowski jusqu’au 8 décembre 2026 Crédit photo Yosuke Kojima

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