All Parts Of Us: frammenti e ricomposizioni nel teatro disegnato di Susanna Inglada

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 14 Febbraio 2026

Tempo stimato per la lettura: 4 minuti

Con All Parts Of Us, Susanna Inglada presenta la sua prima mostra personale, dal 13 febbraio al 10 maggio 2026, a Parigi presso il Drawing Lab, nell’ambito dell’Exposition du Prix Drawing Now 2025. Il progetto, concepito specificamente per questo spazio, riunisce opere recenti e lavori precedenti in una partitura unitaria, costruita come un dispositivo narrativo immersivo. È la curatrice Giuliana Benassi a chiarire la postura della mostra: il titolo, afferma, è fondamentale per accostarsi all’opera, perché consente di cogliere “tutte le sfaccettature del nostro essere”. Secondo Benassi, la ricerca di Inglada mette in scena una riflessione profonda sulla società contemporanea e sulla sua frammentazione, con particolare attenzione alle relazioni umane, oggi paradossalmente sempre più spezzate.

Leggi anche: Drawing Now Paris 2025: un viaggio nell’innovazione del disegno contemporaneo

Architettura come palcoscenico

Di origine spagnola e residente nei Paesi Bassi da oltre dieci anni, Inglada dichiara apertamente la propria formazione teatrale. È un elemento che attraversa l’intera mostra. “Il mio approccio consiste nel partire dall’architettura”, spiega l’artista: osservare lo spazio, comprenderne le dinamiche, immaginare il movimento del visitatore al suo interno. Il disegno diventa così scenografia, gesto congelato, corpo in tensione. I lavori collocati negli angoli segnano un passaggio significativo: l’angolo, primo punto in cui due superfici generano tridimensionalità, diventa per l’artista il luogo in cui il disegno si espande nello spazio senza perdere la propria identità. Qui emergono con forza le dinamiche di potere e le tensioni tra maschile e femminile, temi centrali della sua ricerca.

Riscrivere la storia: Susanna e i vecchioni

Il dialogo con la storia dell’arte si esplicita nei due video dedicati alla vicenda biblica di Susanna e i vecchioni. Inglada riprende un’iconografia stratificata, segnata anche dalla memoria pittorica di Artemisia Gentileschi, per proporne una lettura alternativa. Un primo video introduce il racconto secondo la versione tradizionale; un secondo presenta un doppio finale: da un lato quello tramandato dalla Bibbia, dall’altro un epilogo aperto, più positivo, in cui la protagonista non è più soltanto oggetto di giudizio ma soggetto di trasformazione. La narrazione si fa così terreno di confronto tra potere e autodeterminazione, tra memoria e possibilità.

Fragilità come linguaggio

Carta e ceramica sono i materiali che sostengono l’intero impianto della mostra. La carta, fragile e vulnerabile, diventa metafora del legame sociale: un ponte sottile che può lacerarsi ma anche essere ricucito. Il collage introduce il gesto della ricomposizione, rendendo visibile la sutura tra frammenti. Per la prima volta, Inglada sperimenta infatti la ceramica, materiale altrettanto fragile, attraverso cui amplia la propria ricerca verso una dimensione scultorea. Disegno, volume e animazione convivono in una tensione costante tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra superficie e corpo.

El Bosque: mani che stringono, mani che trattengono

Cuore dell’esposizione è la grande installazione ambientale El Bosque, una foresta di mani intrecciate che occupa lo spazio principale. L’opera nasce dall’impressione provata dall’artista alla vista della sala, percepita come una scatola-diorama. Le mani, fotografate durante una riunione di famiglia, diventano archetipi del legame: stringersi non sempre per amore, ma anche per controllo o conflitto. Sul fondo della scenografia appare un lavoro ispirato a Cecità di José Saramago, che introduce il tema dell’accecamento collettivo. La foresta si configura così come spazio ambivalente: luogo di unità e insieme di minaccia, di protezione e di scontro.

La frammentazione come condizione generazionale

Il frammento è la chiave di lettura dell’intero progetto. Corpi, gesti e situazioni appaiono spezzettati, ma acquistano senso nel loro essere riuniti in un insieme. Questa condizione riflette una tensione diffusa nella ricerca contemporanea europea: identità instabili, relazioni incrinate, narrazioni interrotte. Inglada non propone una critica frontale, ma una riflessione sulle fratture prodotte dalla contemporaneità — dalle dinamiche digitali ai traumi collettivi e familiari — che incidono sull’io in modo profondo, moltiplicandone le crepe interiori.

 Ricomporre senza negare

Ciò che distingue la posizione di Inglada è l’assenza di una visione catastrofica. Se per molti artisti il frammento coincide con un orizzonte apocalittico e senza soluzione, qui diventa materia da riorganizzare. I frammenti esistono, sono evidenti, ma possono essere ricombinati. Il gesto artistico non cancella il trauma né ne attenua la forza viscerale; parte piuttosto da quella intensità per immaginare un nuovo legame. All Parts Of Us si configura così come un teatro contemporaneo della ricostruzione: un invito a riconoscere tutte le parti di noi e a riscriverne, insieme, la storia.

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Tempo stimato per la lettura: 12 minuti

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Architettura come palcoscenico

Di origine spagnola e residente nei Paesi Bassi da oltre dieci anni, Inglada dichiara apertamente la propria formazione teatrale. È un elemento che attraversa l’intera mostra. “Il mio approccio consiste nel partire dall’architettura”, spiega l’artista: osservare lo spazio, comprenderne le dinamiche, immaginare il movimento del visitatore al suo interno. Il disegno diventa così scenografia, gesto congelato, corpo in tensione. I lavori collocati negli angoli segnano un passaggio significativo: l’angolo, primo punto in cui due superfici generano tridimensionalità, diventa per l’artista il luogo in cui il disegno si espande nello spazio senza perdere la propria identità. Qui emergono con forza le dinamiche di potere e le tensioni tra maschile e femminile, temi centrali della sua ricerca.

Riscrivere la storia: Susanna e i vecchioni

Il dialogo con la storia dell’arte si esplicita nei due video dedicati alla vicenda biblica di Susanna e i vecchioni. Inglada riprende un’iconografia stratificata, segnata anche dalla memoria pittorica di Artemisia Gentileschi, per proporne una lettura alternativa. Un primo video introduce il racconto secondo la versione tradizionale; un secondo presenta un doppio finale: da un lato quello tramandato dalla Bibbia, dall’altro un epilogo aperto, più positivo, in cui la protagonista non è più soltanto oggetto di giudizio ma soggetto di trasformazione. La narrazione si fa così terreno di confronto tra potere e autodeterminazione, tra memoria e possibilità.

Fragilità come linguaggio

Carta e ceramica sono i materiali che sostengono l’intero impianto della mostra. La carta, fragile e vulnerabile, diventa metafora del legame sociale: un ponte sottile che può lacerarsi ma anche essere ricucito. Il collage introduce il gesto della ricomposizione, rendendo visibile la sutura tra frammenti. Per la prima volta, Inglada sperimenta infatti la ceramica, materiale altrettanto fragile, attraverso cui amplia la propria ricerca verso una dimensione scultorea. Disegno, volume e animazione convivono in una tensione costante tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra superficie e corpo.

El Bosque: mani che stringono, mani che trattengono

Cuore dell’esposizione è la grande installazione ambientale El Bosque, una foresta di mani intrecciate che occupa lo spazio principale. L’opera nasce dall’impressione provata dall’artista alla vista della sala, percepita come una scatola-diorama. Le mani, fotografate durante una riunione di famiglia, diventano archetipi del legame: stringersi non sempre per amore, ma anche per controllo o conflitto. Sul fondo della scenografia appare un lavoro ispirato a Cecità di José Saramago, che introduce il tema dell’accecamento collettivo. La foresta si configura così come spazio ambivalente: luogo di unità e insieme di minaccia, di protezione e di scontro.

La frammentazione come condizione generazionale

Il frammento è la chiave di lettura dell’intero progetto. Corpi, gesti e situazioni appaiono spezzettati, ma acquistano senso nel loro essere riuniti in un insieme. Questa condizione riflette una tensione diffusa nella ricerca contemporanea europea: identità instabili, relazioni incrinate, narrazioni interrotte. Inglada non propone una critica frontale, ma una riflessione sulle fratture prodotte dalla contemporaneità — dalle dinamiche digitali ai traumi collettivi e familiari — che incidono sull’io in modo profondo, moltiplicandone le crepe interiori.

 Ricomporre senza negare

Ciò che distingue la posizione di Inglada è l’assenza di una visione catastrofica. Se per molti artisti il frammento coincide con un orizzonte apocalittico e senza soluzione, qui diventa materia da riorganizzare. I frammenti esistono, sono evidenti, ma possono essere ricombinati. Il gesto artistico non cancella il trauma né ne attenua la forza viscerale; parte piuttosto da quella intensità per immaginare un nuovo legame. All Parts Of Us si configura così come un teatro contemporaneo della ricostruzione: un invito a riconoscere tutte le parti di noi e a riscriverne, insieme, la storia.

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