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Contemplare in silenzio la sacralità degli ulivi

Cristina Biordi
Scritto da Cristina Biordi

«A Roof for Silence nasce da un susseguirsi d’incidenti, dai più felici ai più tragici», dichiara la sua autrice, l’architetto libanese Hala Warde. L’installazione è nata ufficialmente il 16 ottobre 2019, alla vigilia di una storica rivolta popolare in Libano. Nonostante i venti contrari e le tante turbolenze che il Paese dei cedri ha attraversato, fino al disastro del 4 agosto 2020 che ha distrutto il cuore del patrimonio architettonico della città di Beirut, l’opera è stata portata a termine.

Per celebrare il Libano – grazie alla presenta di numerosi artisti di questo splendido paese – in Normandia, presso l’Abbazia di Jumièges, il dipartimento francese della Seine-Maritime (Senna Marittima) organizza due importanti eventi: la già citata installazione A Roof for Silence (Un tetto per il silenzio) e la mostra Au bord du monde, vivent nos vertiges (Ai confini del mondo, vivono le nostre vertigini).

La vertigine del silenzio

A Roof for Silence è un progetto architettonico e culturale itinerante, presentato per la prima volta nel 2021 in occasione della Biennale di Architettura di Venezia. La sua seconda fase, attualmente in corso, è duplice. Infatti, il progetto oggi è esposto nella magnifica cornice del cuore dell’edificio di Notre Dame dell’Abbazia di Jumièges, fino al 6 novembre 2022, e a Parigi al Palais de Tokyo, fino al 24 luglio 2022, nell’ambito della mostra collettiva Réclamer la terre.

Mentre, nella dimora dell’abbazia di Jumieges, l’esposizione fotografica Au bord du monde, vivent nos vertiges, curata da Clémence Cottard Hachem e Laure d’Hauteville è visitabile fino al 6 novembre 2022.

La leggenda, il silenzio e il vuoto

A Roof for Silence nasce dai sedici ulivi millenari del Libano, gli ulivi del villaggio di Bchaaleh, che la leggenda vuole siano dell’epoca del diluvio universale. Infatti, si narra che uno dei ramoscelli di questi alberi fu portato a Noè da una colomba. Oggi, i loro ampi tronchi, scavati dai secoli, ospitano la vita di diverse specie. Quest’insieme vivente, come un tempio senza tempo, continua a essere un luogo di ritrovo per la comunità locale.

Il progetto animato da questo spirito riunisce, non a caso, diverse epoche e discipline in un luogo magico che sembra un portale spazio-temporale. L’opera è concepita da una poesia-dipinto di Etel Adnan e dalle Antiforme di Paul Virilio, che dialogano con gli ulivi millenari del Libano, fotografati da Fouad ElKoury. A questi si unisce la voce di Mika, che legge una poesia di Adnan, su musica del collettivo Soundwalk.

Tra cielo e terra

Accompagnata appunto da una struttura sonora, l’installazione si articola in tre sequenze legate ai diversi spazi della chiesa abbaziale. L’esperienza inizia con le foto di Fouad ElKoury di cui Warde ha utilizzato dei particolari per la sua opera. Di seguito, nella navata, una linea di frammenti di vetro, raccolti al Porto di Beirut dopo l’esplosione, segna il percorso verso il coro dell’abbazia dove si trovano per terra delle impronte di vetro soffiato, che ricordano le le Antiforme di Paul Virilio.

Il cuore del Coro è segnato da un incavo nel terreno a forma di cerchio perfetto che evoca la cupola, specchio frammentato del cielo e della profondità del tempo.

Ascoltare gli alberi respirare

La parte centrale dell’installazione situata nel Coro della chiesa abbaziale è presentata in forma di frammentazione spaziale su tre cerchi concentrici che uniscono le tracce rovine romaniche storiche. Il primo cerchio è costituito dall’opera del poeta e artista Etel Adnan: otto tondi in ceramica, realizzati da Alexandra Catelain-Orange, che riproducono il suo poema in pittura Olivéa: Omaggio alla dea dell’olivo.

Intorno a questi cuore, sette stampe fotografiche di Fouad Elkoury de Gli ulivi di Bchaaleh, su dei pannelli verticali posizionati in corrispondenza dei ruderi delle equivalenti cappelle radianti del coro romanico. Infine, il terzo cerchio è quello degli altoparlanti che diffondono i frammenti di voce del cantante libanese Mika che completano l’installazione.

La stagione libanese in immagini

Au bord du monde, vivent nos vertiges riunisce sedici fotografi e filmaker libanesi: Joanna Andraos, Gregory Buckakjian, Valérie Cachard, Jack Dabaghian, Rami el-Sabbagh, Paul Gorra, Tarek Haddad, Joana Hadjithomas, Gilbert Hage, Laetitia Hakim, Khalil Joreige, Roger Moukarzel, Nasri Sayegh, Lara Tabet, Caroline Tabet e Tanya Traboulsi.

Suddivisa come un viaggio invita tre sequenze (Geografie liquide, Passerelle temporali e Canti di visioni), la mostra vuole essere anche una messa in discussione dei limiti e delle possibilità di rappresentazione, di narrazione e sublimazione della fotografia come mezzo artistico.

La morte del cedro, Maasser el Chouf, 2021, Jack Dabaghian © Jack Dabaghian
Un caleidoscopio di mille paradossi

Colti dall’entità del crollo e dal declino del Paese, la forza di creazione degli artisti libanesi è un segno della resistenza e della resilienza dell’immaginario. I loro discorsi riguardano sia i drammi che continuano a essere vissuti sia le possibili prospettive future. Gli spettri sempre svegli di una guerra civile lunga diciassette anni, il crollo totale e senza precedenti di una società, le sue crisi politiche, economiche, ambientali, i suoi drammi sociali e le sue carenze sono la vita quotidiana dei libanesi. C’è, ogni giorno, un confine del mondo che arriva agli estremi.

Il creautore

Cristina Biordi

Cristina Biordi

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