Fare il proprio tempo: l’esposizione di Christian Boltanski visitabile online

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 20 Marzo 2020

Tempo stimato per la lettura: 2,9 minuti

Si è da poco conclusa, al Centre Pompidou di Parigi, la mostra che ha celebrato il lavoro di Christian Boltanski Faire son temps. Un’immersione nelle opere e nelle installazioni emblematiche del suo percorso artistico, per testimoniare l’evoluzione del suo linguaggio plastico e il rinnovamento delle sue tematiche.

Una cinquantina di opere che hanno “fatto il loro tempo” in una mostra che si è sviluppata lungo 2000 metri quadrati nella quale Boltanski ha messo in scena una selezione di lavori attraverso i quali continua a esplorare il confine tra presenza e assenza.

Cosa vuol dire “fare il proprio tempo”?

Combinando la memoria individuale e collettiva con una riflessione sempre più in profondità su riti e codici sociali, Boltanski sviluppa da mezzo secolo un’opera sensibile e corrosiva, come uno stato di veglia lucida sulle nostre culture, le loro illusioni e disillusioni.

Più che una retrospettiva, Faire son temps è stato un viaggio nel tempo della creazione: fare il proprio tempo potrebbe significare onorare la parte dell’esistenza che ci è dato vivere. Boltanski dà anche un’altra interpretazione, quella di fare il suo tempo, di costruirlo, svilupparlo, vivendolo in ogni circostanza che si tratti di memoria, fantasia, politica, sviluppo personale …

Le “piccole storie”

Sin dai suoi inizi nel 1967, Boltanski ha esaminato attentamente la vita degli uomini e cosa che rimane dopo la morte, dopo che hanno avuto il loro giorno.

Usando l’inventario e l’archivio, utilizza gli album fotografici veri o fittizi come ricordi infanzia, un tentativo di ricostruire la vita degli esseri catturati nell’anonimato della loro scomparsa. Attraverso “piccole storie”, l’artista mette in evidenza tutti e nessuno, e si concentra nella creazione di una fragile e inquietante memoria collettiva dell’umanità.

L’effimero governa tutto il lavoro e l’uso di elementi dedicati a conservazione, come le scatole di metallo o delle vetrine, diventa un vocabolario ricorrente al centro delle sue prime opere.

Per non dimenticare

La pratica di Boltanski riconcilia così la banalità di ogni azione con il desiderio di permanenza e conservazione propria di tutte le civilizzazioni. Attesta anche la determinazione con cui l’arte cerca di afferrare la vita e combattere l’oblio. L’arte di Boltanski è prima di tutto un’arte del passare del tempo.

Dal 1984, le sue opere si staccano dall’ironia e diventano più cupe, più scure; tendono a mostrare, quasi in modo corale, le strutture artificiali per affrontare la morte. Gli anni ’90 hanno visto il suo lavoro spostarsi sempre più verso la ricerca di miti e leggende attingendo dall’immaginario collettivo.

Il caso governa le vite

Nei suoi lavori più recenti, Boltanski esplora la fatalità e mette in discussione “la possibilità” costruendo dispositivi in cui la vita diventa sempre più una lotteria. Ancora più vicino a noi, le immense installazioni immersive dell’artista si confrontano con gli spazi alla fine del mondo, dove egli ama andare, in questo caso la Patagonia, cercando miti sepolti che diventano il supporto delle sue stesse installazioni.

Il percorso è stato progettato come un’opera in sé, facendo entrare il visitatore, senza che se ne accorda, in un tempio.
È possibile visitare virtualmente la mostra, guidati dal suo curatore Bernard Blistène cliccando qui Faire son temps. Buona visita!

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Published On: 20 Marzo 2020

About the Author: Cristina Biordi

Tempo stimato per la lettura: 9 minuti

Si è da poco conclusa, al Centre Pompidou di Parigi, la mostra che ha celebrato il lavoro di Christian Boltanski Faire son temps. Un’immersione nelle opere e nelle installazioni emblematiche del suo percorso artistico, per testimoniare l’evoluzione del suo linguaggio plastico e il rinnovamento delle sue tematiche.

Una cinquantina di opere che hanno “fatto il loro tempo” in una mostra che si è sviluppata lungo 2000 metri quadrati nella quale Boltanski ha messo in scena una selezione di lavori attraverso i quali continua a esplorare il confine tra presenza e assenza.

Cosa vuol dire “fare il proprio tempo”?

Combinando la memoria individuale e collettiva con una riflessione sempre più in profondità su riti e codici sociali, Boltanski sviluppa da mezzo secolo un’opera sensibile e corrosiva, come uno stato di veglia lucida sulle nostre culture, le loro illusioni e disillusioni.

Più che una retrospettiva, Faire son temps è stato un viaggio nel tempo della creazione: fare il proprio tempo potrebbe significare onorare la parte dell’esistenza che ci è dato vivere. Boltanski dà anche un’altra interpretazione, quella di fare il suo tempo, di costruirlo, svilupparlo, vivendolo in ogni circostanza che si tratti di memoria, fantasia, politica, sviluppo personale …

Le “piccole storie”

Sin dai suoi inizi nel 1967, Boltanski ha esaminato attentamente la vita degli uomini e cosa che rimane dopo la morte, dopo che hanno avuto il loro giorno.

Usando l’inventario e l’archivio, utilizza gli album fotografici veri o fittizi come ricordi infanzia, un tentativo di ricostruire la vita degli esseri catturati nell’anonimato della loro scomparsa. Attraverso “piccole storie”, l’artista mette in evidenza tutti e nessuno, e si concentra nella creazione di una fragile e inquietante memoria collettiva dell’umanità.

L’effimero governa tutto il lavoro e l’uso di elementi dedicati a conservazione, come le scatole di metallo o delle vetrine, diventa un vocabolario ricorrente al centro delle sue prime opere.

Per non dimenticare

La pratica di Boltanski riconcilia così la banalità di ogni azione con il desiderio di permanenza e conservazione propria di tutte le civilizzazioni. Attesta anche la determinazione con cui l’arte cerca di afferrare la vita e combattere l’oblio. L’arte di Boltanski è prima di tutto un’arte del passare del tempo.

Dal 1984, le sue opere si staccano dall’ironia e diventano più cupe, più scure; tendono a mostrare, quasi in modo corale, le strutture artificiali per affrontare la morte. Gli anni ’90 hanno visto il suo lavoro spostarsi sempre più verso la ricerca di miti e leggende attingendo dall’immaginario collettivo.

Il caso governa le vite

Nei suoi lavori più recenti, Boltanski esplora la fatalità e mette in discussione “la possibilità” costruendo dispositivi in cui la vita diventa sempre più una lotteria. Ancora più vicino a noi, le immense installazioni immersive dell’artista si confrontano con gli spazi alla fine del mondo, dove egli ama andare, in questo caso la Patagonia, cercando miti sepolti che diventano il supporto delle sue stesse installazioni.

Il percorso è stato progettato come un’opera in sé, facendo entrare il visitatore, senza che se ne accorda, in un tempio.
È possibile visitare virtualmente la mostra, guidati dal suo curatore Bernard Blistène cliccando qui Faire son temps. Buona visita!

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