Interviste

Intervista a Manu Invisible, cosa è cambiato dopo la pandemia

Manu Invisible intraprende il suo percorso artistico agli inizi degli Anni Zero in Sardegna. Si trasferisce a Milano e successivamente porta a termine diversi lavori in ambito internazionale. Provenendo dal mondo dei graffiti, mantiene l’approccio urbano di tale disciplina: la sua arte si differenzia nell’ambito della Street Art per la scelta di inserire parole dall’alto valore simbolico in contesti urbani fatiscenti e strade a scorrimento veloce. Manu Invisible indossa un vestito nero con tracce di pittura di diversi colori, è un artista mascherato, lo distingue una maschera nero lucido dalle forme taglienti, ispirata alla geometria e alla notte.

Ci parli dei tuoi ultimi lavori?
Ultimamente la mia produzione si sta alternando tra pareti urbane come cavalcavia, facciate di Licei e Università e pavimentazioni, con un punto di vista inusuale: il cielo.

Come trovi stimoli e ispirazioni in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo?
L’ispirazione nasce proprio dalla difficoltà, dalle sfide che la vita ci mette davanti ogni giorno, oggi più che mai, la ripresa e la rinascita, diventano chiavi di volta che irrobustiscono la poetica della mia arte.

A tuo parere, la crisi sanitaria può essere un vettore d’ispirazione, un’occasione di ripensare la produzione artistica in un nuovo contesto e di trovare nuove direzioni?
Ultimamente penso che l’arte abbia un ruolo fondamentale all’interno della nostra società, poiché ne fa da termometro sociale, immettendo al suo interno contenuti, informazioni e tendenze, anche di matrice intellettuale.
L’arte oggi, più che in altre epoche storiche, ha un ruolo nevralgico di “catalizzatore di ripresa” attraverso la cultura, il colore e la formazione.

Come deve adattarsi il mondo dell’arte ai nuovi diktat della pandemia?
Dipende dalla strategia del campo artistico.
A mio avviso la street art, continua a mantenere un approccio dissidente e anticonformista, che proviene da un tipo di arte di denuncia.
Quest’ultimo aspetto può sicuramente creare una “scusa” di interazione nel fruitore.

Le modalità di fruizione dell’arte (visite virtuali, conference su zoom, podcasts, stories su Instagram…), nate nel contesto della crisi sanitaria per mantenere vivo il contatto con il pubblico, diventeranno, secondo te, “definitivi”?
Certamente. La società velocizzata e liquida che stiamo vivendo, ha come specchio identitario tutti questi fattori, ma solo in maniera ciclica. Infatti come tutti i periodi storici si affrontano momenti analoghi che tornano alla normalità: i periodi di crisi sono sempre susseguiti da momenti fortemente floridi.

Quali cambiamenti nel rapporto artista, opera e pubblico?
Fortunatamente l’arte Urbana ha subito in maniera parziale il potere distruttivo della pandemia, perciò i fattori: artista- opera – pubblico, risultano invariati nell’approccio pratico, mentre in quello teorico, sicuramente al passo con tutte le altre forme d’arte.

Quali sono le priorità del mondo dell’arte per far fronte alla crisi, a tuo avviso?
L’arte come già accennavo ha come priorità assoluta quella formativa, quella di ripartire dalla cultura, dalla formazione e dalla riqualificazione diffusa nel territorio.

Quali prospettive per il futuro?
Continuare il mio percorso fortemente contrastato, a cavallo tra gli interventi abusivi lungo le strade a scorrimento veloce e i progetti di matrice istituzionale. Dentro un carcere ci entro, ma per fare progetti di inclusione e non a causa dell’art. 639. Credo infatti che sia un percorso in linea con un epoca fortemente stratificata.

Quale ruolo può svolgere la tecnologia in questo contesto e quali reti culturali e sociali sono e diventeranno rilevanti, secondo la tua esperienza ?
La tecnologia come sempre fungerà da strumento per avere una maggiore chiarezza sulle potenzialità dell’uomo. Verrà applicata all’arte tramite la realtà aumentata e ne darà un valore aggiunto per poi restituire dell’arte più completa.
La fruizione di un’opera anche prima della pandemia è stata fortemente condizionata da internet e il resto dei fattori tecnologici, infatti si conosce un opera non personalmente spesso, ma tramite la sua fotografia o condivisione sui social network.
Per questo la tecnologia deve necessariamente rimanere un media e uno strumento, per poterne sfruttare a pieno il potenziale, limitandone al massimo gli effetti di alienazione dalla realtà.

Il creautore

Redazione Vivicreativo

Redazione Vivicreativo

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