Interviste

LA STELLA DI VINCENZO MARSIGLIA BRILLA SUGLI CHAMPS-ÉLYSÉES

Cristina Biordi
Scritto da Cristina Biordi

A Parigi, il mondo culturale si dà appuntamento ogni anno per la “settimana dell’arte contemporanea”, che si svolge a fine ottobre. In concomitanza con la più nota FIAC – Fiera Internazionale dell’Arte Contemporanea, da anni si tengono altri saloni artistici, tra questi l’Art Elysées che nel 2019 ha soffiato 13 candeline. In occasione di quest’edizione, abbiamo incontrato l’artista italiano Vincenzo Marsiglia, presentato dalla Boesso Art Gallery di Bolzano, diretta da Anna Boesso.

Alcune sue opere sono esposte sempre a Parigi, fino al 28 dicembre, alla galleria Wagner nella mostra collettiva “Facciamo il muro” che celebra i 30 anni dalla caduta del muro di Berlino.

Vincenzo Marsiglia sviluppa le sue opere partendo da una stella a quattro punte, il suo segno distintivo, un vero logo dell’artista chiamato “Unità Marsiglia”. Questo simbolo si unisce al tessuto, al feltro, alla ceramica, alla carta e ultimamente al marmo in un gioco di forme rigoroso. Un minimalismo del tutto originale, caratterizzato da purezza formale, equilibrio dei volumi e suggestione cromatica.

Qual è l’importanza di partecipare a una fiera come Art Elysées?

Essere a Parigi è sempre un momento fondamentale di confronto con il pubblico francese che è molto attento a determinate correnti d’arte. Quindi partecipare a una fiera di questo livello è sempre importante per presentarsi con delle novità, come nel caso di quest’anno.

I lavori che hai proposto ad Art Elysées sono molto vari per materiali, tecniche e interattività.

Quest’anno insieme all’opera interattiva Vanity Star op. M#1, ho portato una nuova serie di tre dittici in marmo e onice, Star Stone. Una trasposizione dei miei origami in carta. Le opere vengono scolpite da me a mano e poi rifinite con l’aiuto di strumenti più tecnologici.

Com’è costituita l’opera interattiva che presenti a Parigi?

Vanity Star op. M#1 è un’opera del 2016. È uno specchio polarizzato, interattivo, che offre al pubblico due momenti di “riflessione”: il primo è costituito dalla ripresa in diretta, in bianco e nero attraverso una webcamera, dell’immagine della persona che gli è davanti. L’immagine diventa una sagoma nera, ben riconoscibile: più persone ci sono di fronte allo schermo più la superficie viene ricoperta dal nero, diventando quasi un vero specchio. Nella seconda fase l’immagine va in sovrapposizione alle geometrie di sfondo. Qui ho usato dei colori più forti come il verde, il fucsia e degli azzurrini. Sono le persone che generano delle nuove forme. L’opera, in quanto specchio, riflette l’immagine e vuol far riflettere il fruitore sulla propria rappresentazione che genera altre figure attraverso il movimento. Il mio lavoro si compie grazie all’interazione del pubblico, in un processo di relazione e trasformazione, in cui il ruolo del fruitore è attivo e non di semplice spettatore.

Quanto è importante il contesto in cui s’inserisce la tua opera? Penso soprattutto alle performances e installazioni che hai realizzato al Teatro San Domenico di Crema e nella ex chiesetta di Polignano a Mare.

L’opera viene pensata e studiata in un certo modo e per un certo ambiente. In uno spazio fieristico si cerca di permettere la fruizione al visitatore nel modo migliore possibile, adattandosi al luogo.

Diverso è il discorso dell’opera al Teatro San Domenico di Crema, in cui era un danzatore che attraverso il suo movimento interagiva con il mio lavoro, scardinando le geometrie per crearne di nuove. Una performance interattiva nata dalla fusione delle coreografie e il mio lavoro multimediale.

Mentre il progetto Clopen*, realizzato nella ex chiesetta di Polignano a Mare, non era un intervento interattivo ma un intervento sulla struttura dell’architettura stessa, utilizzando il mio logo, la stella a quattro punte, per dar vita a delle nuove geometrie sulla facciata. Una ricerca sulla forma e sul volume di questo edificio storico, sia dell’esterno che dell’interno dove ho creato, attraverso un sistema di fili di diverso materiale (fluorescenti e di lana), una sorta di replica della facciata, ma in obliquo. L’opera di sera veniva illuminata, con un tipo di luce che ricordava un po’ quella degli anni Ottanta, proprio per creare un forte contrasto e un’atmosfera particolare tra il fuori e il dentro.

Come hai selezionato i lavori da presentare ad Art Elysées?

Ho deciso di far conoscere alcuni dei miei lavori più recenti, che riprendono un tema a me caro, quello degli origami. Ci sono in carta, ma anche in marmo, come già accennato. Particolare quello realizzato in marmo nero del Belgio, Fold Star Black, che nonostante la durezza del materiale dà un senso di malleabilità, come fosse veramente un foglio di carta.
Mi piace abbinare i lavori per i quali utilizzo le ultime tecnologie e quelli più manuali, proprio perché per me è importate non perdere il contatto con la fisicità dell’atto artistico. Per un origami esposto a Parigi, ho utilizzato il progetto di un ingegnere che disegnava le gru. Tutti i suoi progetti sono realizzati a mano. Un lavoro incredibile di precisione, mentre oggi si fa in AutoCad. A questo lavoro, ho affiancato altri origami prodotti con una stampante in 3D, che imprime con un getto di polvere. Il risultato è un’opera capace di dare una sensazione di caldo, di morbido, qualcosa che riprende il mio vecchio discorso iniziale dei feltri.

Quali sono le tue referenze artistiche?

Nei miei lavori tornano un po’ la mia passione per il minimalismo americano e per tutti i nostri artisti italiani, tra cui Ettore Spalletti, morto recentemente. Amo tutto ciò che è molto rigoroso e che implica la ricerca. Sono affascinato dalle nuove tecnologie e dalla musica. Ho collaborato con il compositore Simone Boffa, aka OCRASUNSET, con il quale si è creato un connubio bellissimo per Digital Antica, una performance che coniuga arte digitale interattiva, musica antica polifonica e chitarra elettrica.

Programmi per il futuro?

Sto lavorando a un progetto artistico immersivo, un’opera che generi emozioni positive attraverso le nuove tecnologie. Ma questo lavoro non è fine a se stesso; il mio obiettivo è di creare qualcosa che possa essere fruito dai bambini malati, o dalle persone degenti in ospedale in generale. È ancora in fase embrionale, l’ho da poco presentato e sono in contatto con un’associazione, ma non posso dire di più. Sarà comunque alla base un progetto artistico, da poter fruire anche nelle gallerie e nelle fondazioni.

Quindi, l’arte come terapia?

Oggi giorno l’artista si sta interrogando sul suo ruolo nella società, e sempre più nasce il desiderio di creare qualcosa che abbia una funzione, un’utilità o che veicoli un messaggio.  

Cos’è per te la creatività?

La creatività è difficile da rappresentare come concetto. La creatività è per me quel momento veramente intimo di ricerca delle varie tematiche da cui nascono i progetti e poi le opere. Credo ancora nella progettazione, dai primi schizzi, le prime annotazioni, che piano piano prendono forma, si delineano meglio nella mente, per poi tradursi in un discorso fisico, la realizzazione dell’opera finale che racchiude tutte le fasi del processo.

* Nel gergo della matematica topologica, con il termine “clopen” si definisce un insieme numerico al contempo chiuso (close) ed aperto (open), condizione che si verifica in due sole istanze possibili: l’insieme dei numeri Reali (sia razionali che irrazionali) oppure nella condizione di un insieme Vuoto.

Il creautore

Cristina Biordi

Cristina Biordi

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