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Amazon e Netflix: i signori delle web series

Ben 11 serie pilota, personaggi politicamente scorretti, storie inusuali ed un unico severissimo giudice: il pubblico della Rete. Amazon sfida il servizio di streaming Netflix – i soldi dietro al successo globale delle due stagioni di “House of cards” con Kevin Spacey e a quello della black comedy tutta al femminile “Orange is the new black” – chiedendo agli spettatori un giudizio sui contenuti trasmessi in anteprima.

E d’altronde, come ha affermato il presidente di Amazon Studios, Roy Price, “se stai cercando di decidere quale programma fare è una buona idea chiedere ai clienti quale preferisce”.

Così, dopo aver distribuito online la commedia politica, “Alpha House”, con John Goodman nei panni di un senatore repubblicano, il 26 settembre di quest’anno il colosso dell’e-commerce decide di lanciare per intero la prima stagione di “Transparent” di Jill Soloway, storia meravigliosa di una famiglia orgogliosamente stravagante, tre figli adulti, mai davvero cresciuti, una madre sciroccata e un padre transgender attorno al quale ruota un microcosmo di affetti, relazioni, segreti, confessioni.

Tra le web series più originali ed eleganti degli ultimi anni, vincitore di due Golden Globe, “Transparent” è l’esempio perfetto delle mille possibilità di narrazione offerte dal web, “una serie rivoluzionaria” come l’ha definita la sua stessa ideatrice, perché parla di gente che normalmente la tv ignora o trasforma in orribili macchiette da sitcom.

Il cambiamento non riguarda soltanto i contenuti e le modalità del racconto, sempre più sperimentali e complesse, ma abbraccia anche l’intera filiera produttiva. È così che Netflix ha sbaragliato la concorrenza di emittenti televisive come l’HBO, offrendo tutto e subito, a scatola chiusa e senza interferenze, tanto che Beau Willimon, lo showrunner di “House of cards”, ha proclamato entusiasta dalle colonne di The Hollywood Reporter “Questo è il futuro. Lo streaming è il futuro”. E così ha fatto Amazon aprendo ai naviganti il processo decisionale, mischiando con lungimiranza le logiche mainstream a quelle della cultura grassroots, dal basso, senza la mano pesante dei tradizionali gatekeeper, siano essi produttori, broadcaster, critici, inserzionisti pubblicitari.

Un fermento del genere nell’audiovisivo non si vedeva dai tempi della Nuova Hollywood alla fine degli anni Sessanta, quando giovani autori scapestrati, come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Michael Cimino, rivoluzionarono il modo di fare e di guardare il cinema. Quella libertà distruttiva e rigeneratrice durò appena un decennio, fiaccata dagli eccessi visionari delle sue star e dalla nascita dei blockbuster.

Oggi, è il cinema ad arrancare costretto in infinite saghe fantasy, mentre il racconto sui piccoli schermi (le smart tv, i tablet, gli smartphone, i pc) sembra non conoscere crisi, tanto che persino la Microsoft, Google, Intel e Twitter pare vogliano entrare nell’arena.

Che tutto finisca in un’abbuffata a discapito della qualità è ancora troppo presto per dirlo, tuttavia superare gli standard già elevatissimi e un pubblico così attento ed esigente non è impresa facile. Lo sanno bene tutti quelli arrivati, coraggiosamente, bisogna dirlo, dopo Breaking Bad.

 

 

Il creautore

Redazione Vivicreativo

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