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Giacometti e Beckett amici per caso o per errore

Cristina Biordi
Scritto da Cristina Biordi

Tra le amicizie letterarie di Alberto Giacometti, quella tra lui e lo scrittore irlandese Samuel Beckett non è la più nota, ma è una delle più durature. Risale al 1937 e si sviluppa nel dopoguerra, per terminare alla morte dello scultore svizzero nel 1966. Ai due artisti piace incontrarsi nelle interminabili serate dei caffè di Montparnasse, per poi osservare la Ville Lumière di notte.

Per la prima volta l’Istituto Giacometti di Parigi presenta “le affinità elettive” che hanno unito l’artista e lo scrittore. La mostra Giacometti/Beckett. Sbagliare ancora. Sbagliare meglio, curata da Hugo Daniel, esamina – attraverso documenti, foto, video e sculture – la loro lunga amicizia e le correlazioni tra le loro opere.

I loro lavori sono strettamente legati tra loro, un legame che si formalizza nell’unica collaborazione: la creazione, da parte di Giacometti, della scenografia minimalista di Aspettando Godot, nel 1961. Lo scultore realizza un albero, intaccato e fragile come l’esistenza umana. L’opera, scomparsa dopo la fine delle rappresentazioni, è stata ricreata dall’artista Gérard Byrne, nel 2006, e oggi esposta in quest’importante mostra.

Giacometti ha spesso combinato il motivo dell’uomo con quello dell’albero sin dalla fine degli anni Quaranta, attraverso una serie di disegni che portano ad una litografia pubblicata sulla rivista Verve (1952). Lo scultore riprende questo tema per realizzare la porta della tomba della madre dell’architetto americano Edgar Jr. Kaufmann, tra le opere permanenti all’Istituto.

L’esposizione evidenzia i punti in comune tra queste enormi personalità del XX° secolo come tappe di un lungo percorso, presentando al pubblico alcune tematiche le cui similitudini saltano subito all’occhio. Tra queste la ripetizione instancabile dello stesso motivo, e in particolare per entrambi dei volti. I disegni di Giacometti li ripetono più e più volte, su qualsiasi supporto, incrociandosi casualmente come in una pagina della rivista Critique, per promuovere il romanzo di Beckett Molloy (1951).

Tra le sculture associate nel dopoguerra alla disperazione della condizione umana, Testa su una canna (1947), capolavoro di Giacometti, offre un’immagine iconica, che viene utilizzata come copertina del testo Immaginazione morta immaginate (1965), ipotizzando la vicinanza delle opere.

La gabbia (1949-50)

Il teatro occupa un posto importante nell’opera di Giacometti, che si dispiega a cavallo degli anni Cinquanta attorno alle “gabbie”. Lo spazio vincola e definisce il corpo, condizionando o impedendone il movimento. La modellazione è sempre più marcata nella scultura di Giacometti del dopoguerra. Questo lavoro sulla materia a volte fonde la figura con la base, dando l’impressione paradossale che sia presa tanto quanto formata da questo materiale, come Busto d’uomo (1956) che trova il suo eco in scena nel dramma Giorni felici (1961) in cui la protagonista è sepolta fino alla vita in un alto cumulo di sabbia.

Busto d’uomo (1965) – Testa di Diego (1965) – Busto d’uomo (1956)

O ancora, la pièce Dondolo (1980), presenta una donna anziana, immobile su una sedia a dondolo appunto, il cui balbettio evoca il passaggio della vita. Spesso ostacolate nei movimenti, congelate in una postura, le figure di Beckett ricordano quelle di Giacometti come le sue donne sedute il cui corpo, sospeso nell’attesa, diventa struttura, come la Donna seduta (1949-50).

La piazza, in cui i protagonisti si incrociano senza incontrarsi, della scultura Tre uomini che camminano (1949) conferisce al tema esistenziale della solitudine una forma in cui lo spazio – quasi scenico – tiene insieme i protagonisti e rivela il vuoto che li separa. L’opera video Quad di Beckett (1981), riproduce questo tema in una sorprendente somiglianza formale in cui il percorso metronomicamente preciso dei protagonisti esaurisce lo spazio quadrato del palcoscenico, evitando che ogni personaggio si scontri o attraversi il centro.

Tre uomini che camminano (1949)

Le loro opere risuonano così tanto da sembrare sorelle. Tra loro, la cui immaginazione è ossessionata dalla solitudine, più di un’amicizia, sostiene Hugo Daniel, si può parlare di “una compagnia”, nel senso beckettiano del “bisogno discontinuo di compagnia”, per colmare la solitudine umana. Il dialogo, quindi, non avviene “faccia a faccia” ma parallelamente, in uno scambio in cui il caso gioca un ruolo importante: «lui e io, sempre per caso», scriveva Giacometti. Le condizioni dei loro incontri illustrano il loro comune interrogarsi sul potere dell’espressione di fronte a una realtà che supera ogni cosa.

I temi della solitudine umana e dell’incomunicabilità presenti nei loro lavori li avvicinano in un inquieto rapporto con il mondo. La materia nelle opere di Giacometti diminuisce progressivamente, solo l’essenziale resta, così come i testi di Beckett vengono gradualmente privati della loro punteggiatura e sintassi. Beckett condivide con Giacometti questa sensazione di precarietà dell’esistenza, dell’estraneità del corpo, dell’utilizzo di una sola parte per descrivere il tutto: la scultura il Naso (1947) e la bocca della pièce Non io (1972), unico elemento visibile in scena come organo della parola.

Nonostante il loro successo, sia Beckett che Giacometti hanno vissuto il processo creativo come una sorte di “fallimento”. Un sentimento che la verità dell’arte si trovi nell’errore, nel lavorare incessantemente, nel costruire e distruggere, di ricominciare fino all’esaurimento, per superare il senso di frustrazione e d’insoddisfazione. Una specie di motto che il curatore Hugo Daniel ha scelto come titolo per l’esposizione: Giacometti/ Beckett. Sbagliare ancora. Sbagliare meglio.

L’atelier di Alberto Giacometti

Il creautore

Cristina Biordi

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