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Giorgio Griffa : l’omaggio al Beaubourg di Parigi

Cristina Biordi
Scritto da Cristina Biordi

«Io non rappresento niente, dipingo», è il credo di Giorgio Griffa, grande protagonista la storia della pittura italiana ed europea nella seconda metà del ‘900, a cui il Centre Pompidou a Parigi dedica un’esposizione dal 2 marzo al 27 giugno 2022.

La mostra presenta una serie di diciotto opere donate da Giorgio Griffa al Museo nazionale d’arte moderna del Centro Pompidou, proponendo così di riscoprire quest’artista ancora troppo poco noto al grande pubblico. Associato al movimento Pittura analitica a cavallo degli anni ’70, espone con alcuni artisti dei gruppi BMPT (Buren, Mosset, Parmentier, Toroni) o Supports/Surfaces. Tuttavia, in tutta la sua carriera ha sempre conservato grande indipendenza e originalità. Il suo lavoro, insieme austero e gioioso, oscilla in un sottile equilibrio tra l’apollineo e il dionisiaco.

Alla ricerca di un nuovo linguaggio

L’opera di Griffa è ricca di segni ed è difficile a ridurre in qualche parola. L’esposizione propone più di sessant’anni di carriera presentando una selezione di tutti i periodi che permette di comprendere la sua ossessione per alcune forme. Segni poetici che costituiscono un linguaggio elementare/universale accessibile a ogni tipo di pubblico.

Al Centre Pompidou si possono ammirare diversi cicli dal 1969 al 2021 e un nuovo lavoro, prodotto appositamente per il Beaubourg, intitolato La Recherche (2021) in riferimento a Marcel Proust. Composto da ventiquattro tele trasparenti appese al muro, creando parziali sovrapposizioni, La Recherche svela un dipinto sempre più libero e più gioioso. Riguardo quest’opera la curatrice della mostra, Christine Macel, scrive sul catalogo: «L’omaggio a Marcel Proust richiama tutti i ricordi del mondo a strati saltellanti, rievocando Dioniso, come il ballerino che sfugge alla furia di Era».

Canone aureo 820, 2012 © Cristina Biordi
Tela, segno e colore

Nato nel 1936 a Torino, dove vive e lavora, Giorgio Griffa è uno dei più importanti pittori italiani della sua generazione. Accanto alla professione di avvocato, che ha esercitato per tutta la vita, dalla seconda metà degli anni ’60 produce opere astratte riconoscibili dalle loro tele bianche, senza telaio e non tese, lavorate sul pavimento, in seguito fissate al muro da una serie di chiodi lungo il bordo superiore.

Successivamente, le sue composizioni mescolano liberamente e senza gerarchie linee, segni, numeri e lettere dipinte, che non hanno altra funzione che esistere per sé stessi. Affermando la concretezza della pittura, la ricerca di Giorgio Griffa riduce ai fondamenti le componenti pittoriche e ne evidenzia le proprietà, matrice del dipinto, pur mostrando una grande sensibilità per il colore.

Tracce dell’operazione pittorica

A partire dall’insegnamento ricevuto nei primi anni ’60 da Filippo Scroppo, membro del Movimento Arte Concreta avviato da Gianni Monnet e Bruno Munari, Griffa rompe con la figurazione 1965-1966. L’approccio concreto all’astrazione segna chiaramente i suoi primi dipinti, che produce su una tela grezza e spessa, mescolando pigmento bianco a colla sintetica.

Nel 1968, realizza una serie di dipinti con linee colorate utilizzando due o tre colori di base, fino a penetrare nel supporto. Negli anni 1968-1969 elimina il telaio, mostrando così l’opera nelle condizioni più vicine al momento della sua esecuzione. Su tela di lino o cotone, senza alcuna preparazione, disegna delle linee orizzontali, di solito partendo dal bordo superiore sinistro, con spazzole in più o meno ampie, interrompendosi improvvisamente per lasciare una parte della tela vuota, un “non finito” volontario.

Campi rosa, 1986 © Cristina Biordi
Cicli di pittura

Inoltre, la mostra raccoglie nove dipinti della serie Segni primari (1969-1970) che rivelano la sua prima ricerca astratta e mostrano le costanti del suo lavoro dopo: colori diluiti, segni grafici anonimi, tele grezze (iuta, canapa, cotone e lino) non preparate, né montate su telaio, dando una sensazione d’incompletezza.

Verticale (1977) è composto da linee colori disposti verticalmente in modo tale che sembrino guadagnarsi la totalità della superficie pittorica. Le tre opere Campi Rosa (1986), Campo Rosa e Campo Viola (1988) esplorano i campi di colore e la loro capacità di disegnare figure, mentre la tela Tre linee con arabesco n.226 (1991) propone una variazione attorno al tema del verso e arabesco, e per la prima volta coinvolge i numeri. Le tre tele della serie Canone Aureo (2012) sono realizzate attorno al numero aureo: un numero insolito sempre crescente ma non raggiunge mai la cifra decimale superiore e rappresenta un principio di armonia nell’estetica.

Il creautore

Cristina Biordi

Cristina Biordi

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