Hilma af Klint, l’astrazione prima dell’astrazione: il tempo ritrovato al Grand Palais

Tempo stimato per la lettura: 4,6 minuti
Non è una scoperta recente, ma lo sembra. Entrando nella mostra dedicata a Hilma af Klint al Grand Palais, dal 6 maggio al 30 agosto 2026, si ha la sensazione di assistere a qualcosa che non doveva essere visto prima. E in effetti, per decenni, queste opere sono rimaste nascoste. L’esposizione, coprodotta con il Centre Pompidou, segna un momento decisivo: per la prima volta in Francia viene presentato il ciclo delle Peintures du Temple, cuore di una ricerca che anticipa e supera i confini dell’astrazione storica.
Le Peintures du Temple: un sistema visivo totale
Realizzate tra il 1906 e il 1915, le Peintures du Temple costituiscono un insieme articolato in dieci serie, dove simboli, forme geometriche e colori costruiscono un linguaggio autonomo. Non si tratta di singole opere, ma di un sistema coerente, pensato come un percorso. Tra queste, la serie dei Dieci più grandi si distingue per dimensione e intensità, traducendo le fasi della vita in una narrazione visiva che sfugge alla figurazione e si apre a una dimensione cosmica.
Una doppia vita artistica tra accademia e avanguardia
Formata all’Accademia reale di Stoccolma, Hilma af Klint conduce una doppia pratica. Da un lato, una produzione figurativa conforme alle aspettative del suo tempo; dall’altro, una ricerca segreta, radicale, che esplora territori invisibili. Questa tensione non è una contraddizione, ma una condizione necessaria. Le opere astratte non nascono per il pubblico, ma per rispondere a una necessità interiore, sviluppata lontano dai circuiti ufficiali.
Spiritismo e disegno automatico: l’origine del segno
Il gruppo De Fem, composto da cinque donne, rappresenta un laboratorio fondamentale per la nascita del linguaggio di af Klint. Attraverso sedute spiritiche e l’uso del psicografo, emergono disegni automatici che introducono un nuovo vocabolario visivo. Linee fluide, arabeschi, lettere stilizzate: segni che non derivano dall’osservazione, ma da una dimensione mediata, dove l’artista si percepisce come strumento.
Il colore come struttura e significato
Nel 1907, l’introduzione del colore segna una svolta. I disegni si organizzano in composizioni autonome, dove petali, spirali e prismi cromatici costruiscono relazioni complesse. Il colore non è decorativo, ma strutturale. Influenzata dai trattati ottici e dalla teosofia, af Klint attribuisce ai colori un valore simbolico: il rosso per il desiderio, il blu per la contemplazione, il giallo per la concentrazione.
Teosofia ed esoterismo: una visione del mondo
L’adesione alla Società Teosofica nel 1904 fornisce un quadro teorico alla sua ricerca. In opposizione al razionalismo, af Klint abbraccia una visione spirituale che unisce scienza e religione. I testi di Besant, Leadbeater, Böhme e Fludd alimentano un sistema simbolico complesso, visibile nelle Peintures du Temple. Ogni forma rimanda a un principio invisibile, ogni composizione a un ordine superiore.
Folklore e cultura materiale: radici trasformate
Accanto all’esoterismo, il folklore nordico e la cultura materiale svedese influenzano profondamente il lavoro dell’artista. I motivi decorativi tradizionali, come il kurbits, vengono reinterpretati in chiave astratta. Il tema della “scala delle età”, presente nella cultura popolare, trova una nuova forma nella serie dei Dieci più grandi. La tradizione diventa struttura, non citazione.
Un’opera nascosta e rivelata tardi
Nonostante la portata innovativa del suo lavoro, Hilma af Klint sceglie di non mostrarlo. Nel suo testamento stabilisce che le opere restino sigillate per vent’anni dopo la sua morte. Questa decisione contribuisce a una ricezione tardiva: solo nel 1986, con la mostra The Spiritual in Art a Los Angeles, il pubblico scopre la sua produzione astratta. Da allora, la sua posizione nella storia dell’arte è in continua revisione.
La lettura del curatore: un ordine cosmico
Il commissario Pascal Rousseau sintetizza la portata dell’opera con una frase chiave: “Queste composizioni danno a vedere un ordine cosmico soprannaturale”. Una definizione che restituisce la complessità di un lavoro che supera la pittura. Non si tratta solo di immagini, ma di un sistema di pensiero visivo che mette in relazione arte, scienza e spiritualità.
Una figura centrale per il presente
Oggi, in un contesto di rilettura della modernità, Hilma af Klint emerge come figura imprescindibile. La sua opera contribuisce a rimettere in discussione una narrazione che ha a lungo marginalizzato le artiste. Ma ciò che colpisce è soprattutto la coerenza della sua visione, capace di unire forma e concetto in modo radicale e attuale.
Un’esperienza oltre la mostra
La mostra al Grand Palais non è solo un’esposizione, ma un’esperienza. Oltre cento opere dialogano tra loro e con le fonti che le hanno generate. Il percorso invita a una fruizione lenta, quasi meditativa. Non si tratta di comprendere tutto, ma di accettare la complessità di un linguaggio che continua a interrogare il presente.
Un’artista inattuale e necessaria
Hilma af Klint appare oggi come un’artista “inattuale”, nel senso più fertile del termine. La sua opera non segue le traiettorie canoniche, ma le anticipa e le devia. In questo scarto risiede la sua forza. La mostra parigina offre l’occasione rara di confrontarsi con un’opera che non ha smesso di evolvere, e che continua a ridefinire ciò che intendiamo per arte moderna.
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Hilma af Klint, l’astrazione prima dell’astrazione: il tempo ritrovato al Grand Palais
Tempo stimato per la lettura: 14 minuti
Non è una scoperta recente, ma lo sembra. Entrando nella mostra dedicata a Hilma af Klint al Grand Palais, dal 6 maggio al 30 agosto 2026, si ha la sensazione di assistere a qualcosa che non doveva essere visto prima. E in effetti, per decenni, queste opere sono rimaste nascoste. L’esposizione, coprodotta con il Centre Pompidou, segna un momento decisivo: per la prima volta in Francia viene presentato il ciclo delle Peintures du Temple, cuore di una ricerca che anticipa e supera i confini dell’astrazione storica.
Le Peintures du Temple: un sistema visivo totale
Realizzate tra il 1906 e il 1915, le Peintures du Temple costituiscono un insieme articolato in dieci serie, dove simboli, forme geometriche e colori costruiscono un linguaggio autonomo. Non si tratta di singole opere, ma di un sistema coerente, pensato come un percorso. Tra queste, la serie dei Dieci più grandi si distingue per dimensione e intensità, traducendo le fasi della vita in una narrazione visiva che sfugge alla figurazione e si apre a una dimensione cosmica.
Una doppia vita artistica tra accademia e avanguardia
Formata all’Accademia reale di Stoccolma, Hilma af Klint conduce una doppia pratica. Da un lato, una produzione figurativa conforme alle aspettative del suo tempo; dall’altro, una ricerca segreta, radicale, che esplora territori invisibili. Questa tensione non è una contraddizione, ma una condizione necessaria. Le opere astratte non nascono per il pubblico, ma per rispondere a una necessità interiore, sviluppata lontano dai circuiti ufficiali.
Spiritismo e disegno automatico: l’origine del segno
Il gruppo De Fem, composto da cinque donne, rappresenta un laboratorio fondamentale per la nascita del linguaggio di af Klint. Attraverso sedute spiritiche e l’uso del psicografo, emergono disegni automatici che introducono un nuovo vocabolario visivo. Linee fluide, arabeschi, lettere stilizzate: segni che non derivano dall’osservazione, ma da una dimensione mediata, dove l’artista si percepisce come strumento.
Il colore come struttura e significato
Nel 1907, l’introduzione del colore segna una svolta. I disegni si organizzano in composizioni autonome, dove petali, spirali e prismi cromatici costruiscono relazioni complesse. Il colore non è decorativo, ma strutturale. Influenzata dai trattati ottici e dalla teosofia, af Klint attribuisce ai colori un valore simbolico: il rosso per il desiderio, il blu per la contemplazione, il giallo per la concentrazione.
Teosofia ed esoterismo: una visione del mondo
L’adesione alla Società Teosofica nel 1904 fornisce un quadro teorico alla sua ricerca. In opposizione al razionalismo, af Klint abbraccia una visione spirituale che unisce scienza e religione. I testi di Besant, Leadbeater, Böhme e Fludd alimentano un sistema simbolico complesso, visibile nelle Peintures du Temple. Ogni forma rimanda a un principio invisibile, ogni composizione a un ordine superiore.
Folklore e cultura materiale: radici trasformate
Accanto all’esoterismo, il folklore nordico e la cultura materiale svedese influenzano profondamente il lavoro dell’artista. I motivi decorativi tradizionali, come il kurbits, vengono reinterpretati in chiave astratta. Il tema della “scala delle età”, presente nella cultura popolare, trova una nuova forma nella serie dei Dieci più grandi. La tradizione diventa struttura, non citazione.
Un’opera nascosta e rivelata tardi
Nonostante la portata innovativa del suo lavoro, Hilma af Klint sceglie di non mostrarlo. Nel suo testamento stabilisce che le opere restino sigillate per vent’anni dopo la sua morte. Questa decisione contribuisce a una ricezione tardiva: solo nel 1986, con la mostra The Spiritual in Art a Los Angeles, il pubblico scopre la sua produzione astratta. Da allora, la sua posizione nella storia dell’arte è in continua revisione.
La lettura del curatore: un ordine cosmico
Il commissario Pascal Rousseau sintetizza la portata dell’opera con una frase chiave: “Queste composizioni danno a vedere un ordine cosmico soprannaturale”. Una definizione che restituisce la complessità di un lavoro che supera la pittura. Non si tratta solo di immagini, ma di un sistema di pensiero visivo che mette in relazione arte, scienza e spiritualità.
Una figura centrale per il presente
Oggi, in un contesto di rilettura della modernità, Hilma af Klint emerge come figura imprescindibile. La sua opera contribuisce a rimettere in discussione una narrazione che ha a lungo marginalizzato le artiste. Ma ciò che colpisce è soprattutto la coerenza della sua visione, capace di unire forma e concetto in modo radicale e attuale.
Un’esperienza oltre la mostra
La mostra al Grand Palais non è solo un’esposizione, ma un’esperienza. Oltre cento opere dialogano tra loro e con le fonti che le hanno generate. Il percorso invita a una fruizione lenta, quasi meditativa. Non si tratta di comprendere tutto, ma di accettare la complessità di un linguaggio che continua a interrogare il presente.
Un’artista inattuale e necessaria
Hilma af Klint appare oggi come un’artista “inattuale”, nel senso più fertile del termine. La sua opera non segue le traiettorie canoniche, ma le anticipa e le devia. In questo scarto risiede la sua forza. La mostra parigina offre l’occasione rara di confrontarsi con un’opera che non ha smesso di evolvere, e che continua a ridefinire ciò che intendiamo per arte moderna.








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