Beverly Buchanan. Impermanences: l’architettura della memoria al 49 Nord 6 Est – Frac Lorraine

Tempo stimato per la lettura: 6,2 minuti
C’è un’estetica della rovina che non cede alla nostalgia, ma pulsa di resistenza. È quella di Beverly Buchanan. Impermanences, la prima grande retrospettiva europea dedicata all’artista, accende i riflettori dal 27 febbraio al 16 agosto 2026 al 49 Nord 6 Est – Frac Lorraine. Non una semplice mostra: un gesto politico e poetico insieme, un invito a riscoprire una pratica fondamentale del secondo Novecento, ancora poco conosciuta fuori dagli Stati Uniti.
Il titolo parla chiaro: Impermanences. Fragilità dei materiali, dissoluzione delle architetture, transitorietà delle comunità. Impermanenza come scelta estetica e atto di cura. Buchanan trasforma la decadenza in forza, i muri scrostati, le baracche rurali, le superfici corrose, in monumenti intimi alla memoria afroamericana.
Curata da Fanny Gonella, directrice du Frac Lorraine, in dialogo con Milena Oldfield, coordinatrice della programmazione, la retrospettiva non solo racconta la storia di un’artista straordinaria, ma ci sfida a guardare la bellezza nella precarietà, e la forza nell’effimero.
“Qui volevamo ancorare il lavoro di Beverly Buchanan al contesto francese, perché il luogo da cui si osserva un’opera influenza inevitabilmente il nostro sguardo e il modo in cui la percepiamo. La sfida non era quindi semplicemente presentare Beverly Buchanan in Francia, ma fare in modo che il suo lavoro potesse essere compreso e letto nel contesto francese”, Fanny Gonella
New York anni Settanta: superfici ferite e città in trasformazione
La mostra ripercorre le diverse fasi della sua produzione, a partire dalle prime serie su tela e carta realizzate negli anni Settanta tra New York e Jersey City. In quel periodo, dopo una formazione scientifica e un lavoro come educatrice e agente di salute pubblica, Buchanan decide di dedicarsi interamente all’arte, studiando alla Art Students’ League con Norman Lewis.
Le sue Wall Paintings, presentate nel 1976 al Montclair Art Museum, esplorano superfici erose, crepate, quasi epidermiche. Non sono semplici astrazioni: sono ritratti urbani. Raccontano la precarizzazione crescente dei quartieri popolari, la vulnerabilità delle architetture, l’eco delle vite che le abitano. La pittura diventa un atto di osservazione critica, un modo per registrare la trasformazione sociale attraverso la materia.
Accanto ai dipinti, i libri d’artista e i fanzine ampliano il linguaggio: fotocopie, collage, testi brevi. Buchanan attraversa i medium senza gerarchie, rifiutando confini rigidi tra disegno, fotografia e scultura. Ogni tecnica è uno strumento per interrogare il rapporto tra spazio costruito e identità.
Rovine, rituali e paesaggi del Sud
Nel 1977 l’artista torna nel Sud degli Stati Uniti. Qui la sua ricerca si fa ancora più radicale. Tra il 1979 e il 1986 realizza sculture pubbliche in pietra disseminate nel paesaggio del Sud-Est americano, lasciandole esposte agli agenti atmosferici. La degradazione non è un effetto collaterale: è parte integrante dell’opera.
Tra i lavori emblematici spicca Ruins and Rituals (1979), titolo che darà nome alla sua retrospettiva postuma al Brooklyn Museum nel 2016-2017. E ancora Marsh Ruins (1980), sostenuta da una borsa Guggenheim. In queste opere la “ruination” diventa linguaggio: la rovina non come fine, ma come processo vivo, memoria che resiste all’oblio.
La sua scultura postminimalista si distingue per un approccio concettuale allo spazio pubblico. I materiali non sono mai neutri: sono portatori di storie. Pietra, cemento, legno trattengono tracce di lavoro, fatica, marginalizzazione. L’architettura è osservata da un’angolazione organica e umana, in relazione stretta con le questioni strutturali del lavoro, dell’abitare e della salute.
Le shacks: architetture vernacolari e voci silenziose
Dalla metà degli anni Ottanta, Buchanan si concentra sull’architettura vernacolare del Sud, dando vita alle celebri shacks, piccole sculture che evocano le abitazioni autonome delle comunità rurali nere della Georgia. Fragili, colorate, apparentemente naïf, queste capanne sono in realtà dispositivi complessi.
Spesso accompagnate da brevi testi — le sue “leggende” — le shacks danno voce a personaggi reali o immaginati. Sono micro-narrazioni che intrecciano memoria personale e storia collettiva, infanzia e paesaggio, giardini e campi agricoli. In esse si avverte un’estetica dell’autocostruzione che è insieme sopravvivenza e autodeterminazione.
Oggi le sue opere fanno parte delle collezioni di istituzioni come il Metropolitan Museum of Art, il Whitney Museum of American Art e lo Studio Museum in Harlem. Eppure, al di là del riconoscimento museale, il suo lavoro continua a interrogarci con urgenza: cosa significa abitare uno spazio segnato dalla storia della segregazione? Come si rende visibile una memoria che il potere preferirebbe cancellare?
Un dialogo contemporaneo: Hélène Yamba-Guimbi
La retrospettiva al Frac Lorraine non si limita a una rilettura storica. In un gesto curatoriale potente, la giovane artista e poeta Hélène Yamba-Guimbi è stata invitata a intervenire all’interno del percorso espositivo.
Nata in Bretagna nel 1995 e attiva a Parigi, Yamba-Guimbi intreccia testo, fotografia e scultura, riflettendo sulle strutture spaziali, sulle tensioni tra luce e opacità, sull’assenza e presenza del corpo di fronte all’architettura. Il suo lavoro, presentato recentemente anche al Brooklyn Museum, entra in risonanza con la pratica di Buchanan attraverso il prisma del razzismo strutturale e delle dinamiche di segregazione.
Le sue interventi punteggiano la mostra come fenditure contemporanee, radicando le questioni sollevate dall’artista americana nel contesto francese e, in particolare, nella memoria industriale lorenese. L’architettura diventa così terreno di confronto tra due geografie e due temporalità: il Sud degli Stati Uniti e l’Est della Francia, entrambi segnati da storie di lavoro, sfruttamento e resilienza.
Si tratta di posizioni che, formalmente, mi sembrano molto vicine pur utilizzando mezzi e media molto diversi. È evidente, però, la grande differenza generazionale e di materiali. Ciò che le accomuna è la riflessione su stratificazione, opacità, trasparenza e rapporto con la luce, elementi centrali in entrambe le pratiche. Trovo affascinante osservare come questioni così formali, che in realtà toccano riflessioni più ampie e strutturali — infrastrutturali nel senso più esteso — possano attraversare il tempo e guidarci verso un’analisi più profonda dei temi, interrogandoci sul modo in cui i materiali e le forme dialogano tra loro e con il contesto, Fanny Gonella
Impermanenza come gesto politico
In un’epoca ossessionata dalla permanenza digitale e dall’immagine perfetta, Impermanences risuona come un manifesto controcorrente. Buchanan ci ricorda che tutto si trasforma, che la materia si consuma, che la memoria va coltivata come un giardino esposto alle intemperie.
La sua arte supera le frontiere disciplinari e sfida le categorie. È pittura, scultura, fotografia, collage, intervento ambientale. È soprattutto un atto di testimonianza. Rendendo visibili storie sommerse e lasciandole dialogare con l’erosione naturale dei materiali, Buchanan compie un gesto radicale: affida la memoria al tempo, invece di sottrarla ad esso.
Al 49 Nord 6 Est – Frac Lorraine, questa retrospettiva non è soltanto una celebrazione. È una presa di posizione. Un invito a guardare le crepe nei muri delle nostre città come tracce di vite, conflitti, desideri. E a riconoscere, nelle architetture più umili, la possibilità di una riparazione.
Perché l’impermanenza, nelle mani di Beverly Buchanan, non è mai sinonimo di perdita. È la forma più intensa della presenza.
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Beverly Buchanan. Impermanences: l’architettura della memoria al 49 Nord 6 Est – Frac Lorraine
Tempo stimato per la lettura: 19 minuti
C’è un’estetica della rovina che non cede alla nostalgia, ma pulsa di resistenza. È quella di Beverly Buchanan. Impermanences, la prima grande retrospettiva europea dedicata all’artista, accende i riflettori dal 27 febbraio al 16 agosto 2026 al 49 Nord 6 Est – Frac Lorraine. Non una semplice mostra: un gesto politico e poetico insieme, un invito a riscoprire una pratica fondamentale del secondo Novecento, ancora poco conosciuta fuori dagli Stati Uniti.
Il titolo parla chiaro: Impermanences. Fragilità dei materiali, dissoluzione delle architetture, transitorietà delle comunità. Impermanenza come scelta estetica e atto di cura. Buchanan trasforma la decadenza in forza, i muri scrostati, le baracche rurali, le superfici corrose, in monumenti intimi alla memoria afroamericana.
Curata da Fanny Gonella, directrice du Frac Lorraine, in dialogo con Milena Oldfield, coordinatrice della programmazione, la retrospettiva non solo racconta la storia di un’artista straordinaria, ma ci sfida a guardare la bellezza nella precarietà, e la forza nell’effimero.
“Qui volevamo ancorare il lavoro di Beverly Buchanan al contesto francese, perché il luogo da cui si osserva un’opera influenza inevitabilmente il nostro sguardo e il modo in cui la percepiamo. La sfida non era quindi semplicemente presentare Beverly Buchanan in Francia, ma fare in modo che il suo lavoro potesse essere compreso e letto nel contesto francese”, Fanny Gonella
New York anni Settanta: superfici ferite e città in trasformazione
La mostra ripercorre le diverse fasi della sua produzione, a partire dalle prime serie su tela e carta realizzate negli anni Settanta tra New York e Jersey City. In quel periodo, dopo una formazione scientifica e un lavoro come educatrice e agente di salute pubblica, Buchanan decide di dedicarsi interamente all’arte, studiando alla Art Students’ League con Norman Lewis.
Le sue Wall Paintings, presentate nel 1976 al Montclair Art Museum, esplorano superfici erose, crepate, quasi epidermiche. Non sono semplici astrazioni: sono ritratti urbani. Raccontano la precarizzazione crescente dei quartieri popolari, la vulnerabilità delle architetture, l’eco delle vite che le abitano. La pittura diventa un atto di osservazione critica, un modo per registrare la trasformazione sociale attraverso la materia.
Accanto ai dipinti, i libri d’artista e i fanzine ampliano il linguaggio: fotocopie, collage, testi brevi. Buchanan attraversa i medium senza gerarchie, rifiutando confini rigidi tra disegno, fotografia e scultura. Ogni tecnica è uno strumento per interrogare il rapporto tra spazio costruito e identità.
Rovine, rituali e paesaggi del Sud
Nel 1977 l’artista torna nel Sud degli Stati Uniti. Qui la sua ricerca si fa ancora più radicale. Tra il 1979 e il 1986 realizza sculture pubbliche in pietra disseminate nel paesaggio del Sud-Est americano, lasciandole esposte agli agenti atmosferici. La degradazione non è un effetto collaterale: è parte integrante dell’opera.
Tra i lavori emblematici spicca Ruins and Rituals (1979), titolo che darà nome alla sua retrospettiva postuma al Brooklyn Museum nel 2016-2017. E ancora Marsh Ruins (1980), sostenuta da una borsa Guggenheim. In queste opere la “ruination” diventa linguaggio: la rovina non come fine, ma come processo vivo, memoria che resiste all’oblio.
La sua scultura postminimalista si distingue per un approccio concettuale allo spazio pubblico. I materiali non sono mai neutri: sono portatori di storie. Pietra, cemento, legno trattengono tracce di lavoro, fatica, marginalizzazione. L’architettura è osservata da un’angolazione organica e umana, in relazione stretta con le questioni strutturali del lavoro, dell’abitare e della salute.
Le shacks: architetture vernacolari e voci silenziose
Dalla metà degli anni Ottanta, Buchanan si concentra sull’architettura vernacolare del Sud, dando vita alle celebri shacks, piccole sculture che evocano le abitazioni autonome delle comunità rurali nere della Georgia. Fragili, colorate, apparentemente naïf, queste capanne sono in realtà dispositivi complessi.
Spesso accompagnate da brevi testi — le sue “leggende” — le shacks danno voce a personaggi reali o immaginati. Sono micro-narrazioni che intrecciano memoria personale e storia collettiva, infanzia e paesaggio, giardini e campi agricoli. In esse si avverte un’estetica dell’autocostruzione che è insieme sopravvivenza e autodeterminazione.
Oggi le sue opere fanno parte delle collezioni di istituzioni come il Metropolitan Museum of Art, il Whitney Museum of American Art e lo Studio Museum in Harlem. Eppure, al di là del riconoscimento museale, il suo lavoro continua a interrogarci con urgenza: cosa significa abitare uno spazio segnato dalla storia della segregazione? Come si rende visibile una memoria che il potere preferirebbe cancellare?
Un dialogo contemporaneo: Hélène Yamba-Guimbi
La retrospettiva al Frac Lorraine non si limita a una rilettura storica. In un gesto curatoriale potente, la giovane artista e poeta Hélène Yamba-Guimbi è stata invitata a intervenire all’interno del percorso espositivo.
Nata in Bretagna nel 1995 e attiva a Parigi, Yamba-Guimbi intreccia testo, fotografia e scultura, riflettendo sulle strutture spaziali, sulle tensioni tra luce e opacità, sull’assenza e presenza del corpo di fronte all’architettura. Il suo lavoro, presentato recentemente anche al Brooklyn Museum, entra in risonanza con la pratica di Buchanan attraverso il prisma del razzismo strutturale e delle dinamiche di segregazione.
Le sue interventi punteggiano la mostra come fenditure contemporanee, radicando le questioni sollevate dall’artista americana nel contesto francese e, in particolare, nella memoria industriale lorenese. L’architettura diventa così terreno di confronto tra due geografie e due temporalità: il Sud degli Stati Uniti e l’Est della Francia, entrambi segnati da storie di lavoro, sfruttamento e resilienza.
Si tratta di posizioni che, formalmente, mi sembrano molto vicine pur utilizzando mezzi e media molto diversi. È evidente, però, la grande differenza generazionale e di materiali. Ciò che le accomuna è la riflessione su stratificazione, opacità, trasparenza e rapporto con la luce, elementi centrali in entrambe le pratiche. Trovo affascinante osservare come questioni così formali, che in realtà toccano riflessioni più ampie e strutturali — infrastrutturali nel senso più esteso — possano attraversare il tempo e guidarci verso un’analisi più profonda dei temi, interrogandoci sul modo in cui i materiali e le forme dialogano tra loro e con il contesto, Fanny Gonella
Impermanenza come gesto politico
In un’epoca ossessionata dalla permanenza digitale e dall’immagine perfetta, Impermanences risuona come un manifesto controcorrente. Buchanan ci ricorda che tutto si trasforma, che la materia si consuma, che la memoria va coltivata come un giardino esposto alle intemperie.
La sua arte supera le frontiere disciplinari e sfida le categorie. È pittura, scultura, fotografia, collage, intervento ambientale. È soprattutto un atto di testimonianza. Rendendo visibili storie sommerse e lasciandole dialogare con l’erosione naturale dei materiali, Buchanan compie un gesto radicale: affida la memoria al tempo, invece di sottrarla ad esso.
Al 49 Nord 6 Est – Frac Lorraine, questa retrospettiva non è soltanto una celebrazione. È una presa di posizione. Un invito a guardare le crepe nei muri delle nostre città come tracce di vite, conflitti, desideri. E a riconoscere, nelle architetture più umili, la possibilità di una riparazione.
Perché l’impermanenza, nelle mani di Beverly Buchanan, non è mai sinonimo di perdita. È la forma più intensa della presenza.










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