Alighiero Boetti: l’ordine inquieto del mondo allo SMAC Venice

Tempo stimato per la lettura: 3,2 minuti
Dal 7 maggio al 22 novembre 2026, lo SMAC Venice (San Marco Art Centre) dedica una vasta retrospettiva ad Alighiero Boetti, figura cardine dell’arte del secondo Novecento. Curata da Elena Geuna e sostenuta da Ben Brown Fine Arts, la mostra si inserisce nel calendario della 61ª Biennale di Venezia, proponendosi non come semplice antologia, ma come attraversamento di un pensiero.
Circa cento opere, distribuite in otto sale, compongono un percorso che non procede per cronologia lineare, ma per costellazioni. L’impressione è quella di entrare in uno spazio mentale, dove ogni lavoro è un nodo in una rete di relazioni: tra ordine e disordine, regola e imprevisto, intenzione e abbandono.
Il doppio come origine
All’ingresso, il tema dell’identità si impone con forza. Boetti, che nel 1972 sceglie di firmarsi “Alighiero e Boetti”, mette in scena una scissione fondativa: l’artista non è più un soggetto unitario, ma un campo di tensioni. Opere come Gemelli (1968) o Autoritratto (1969) suggeriscono una moltiplicazione dell’io, un riflesso continuo che destabilizza ogni certezza.
Questa logica del doppio non è solo biografica, ma strutturale. È il principio che attraversa tutta la sua pratica: ogni forma contiene il proprio contrario, ogni sistema genera la propria deviazione.
Mappe, ricami, geografie condivise
Con gli anni Settanta, il lavoro di Boetti si apre a una dimensione globale. Le celebri Mappe, i Ricami e i disegni a biro segnano un passaggio decisivo: l’opera non è più il risultato di un gesto individuale, ma il prodotto di una collaborazione.
Realizzate con artigiani afghani, le Mappe trasformano la geografia politica in tessuto, intrecciando colori, confini e bandiere in una rappresentazione tanto precisa quanto instabile. Il mondo appare come un sistema in continua mutazione, dove ogni elemento è soggetto a trasformazioni storiche e culturali.
Boetti stabilisce regole, griglie, parametri. Ma l’esecuzione – affidata ad altre mani – introduce inevitabilmente variazioni, imperfezioni, scarti. È in questo spazio che l’opera prende vita: tra controllo e libertà, tra progetto e contingenza.
Scrivere il tempo
Nelle sale successive, il tempo diventa materia. I Calendari, con la loro accumulazione di date, registrano lo scorrere dei giorni come un processo visibile, quasi ossessivo. Le opere su carta degli anni Ottanta e Novanta, costruite su ripetizioni e moduli grafici, trasformano la durata in ritmo, in struttura.
Anche gli Aerei – immagini di velivoli che attraversano campi visivi instabili – introducono una dimensione di movimento e disorientamento. Il cielo, apparentemente infinito, diventa un sistema regolato, ma mai completamente prevedibile.
In queste serie, Boetti mette in scena una tensione costante: il desiderio di organizzare il mondo e, allo stesso tempo, la consapevolezza della sua irriducibile complessità.
Arte come gioco e pensiero
Ciò che emerge con forza da questa retrospettiva è la natura profondamente ludica e filosofica del lavoro di Boetti. Il gioco non è evasione, ma metodo: un modo per mettere alla prova le regole, per esplorare le possibilità del sistema.
La mostra restituisce con chiarezza questa dimensione. Ogni opera sembra interrogare la precedente, aprire una nuova direzione, complicare il discorso. Non c’è mai una soluzione definitiva, ma un movimento continuo, una ricerca che si rinnova.
Un’opera aperta
Concepita in dialogo con l’Archivio Alighiero Boetti, l’esposizione riesce a mantenere un equilibrio raro: rigore e apertura, chiarezza e ambiguità. Il percorso non impone una lettura, ma invita il visitatore a costruire la propria.
In un’epoca segnata da sistemi sempre più complessi e interconnessi, il lavoro di Boetti appare sorprendentemente attuale. Le sue opere non offrono risposte, ma strumenti: modi di vedere, di pensare, di abitare il mondo.
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Alighiero Boetti: l’ordine inquieto del mondo allo SMAC Venice
Tempo stimato per la lettura: 10 minuti
Dal 7 maggio al 22 novembre 2026, lo SMAC Venice (San Marco Art Centre) dedica una vasta retrospettiva ad Alighiero Boetti, figura cardine dell’arte del secondo Novecento. Curata da Elena Geuna e sostenuta da Ben Brown Fine Arts, la mostra si inserisce nel calendario della 61ª Biennale di Venezia, proponendosi non come semplice antologia, ma come attraversamento di un pensiero.
Circa cento opere, distribuite in otto sale, compongono un percorso che non procede per cronologia lineare, ma per costellazioni. L’impressione è quella di entrare in uno spazio mentale, dove ogni lavoro è un nodo in una rete di relazioni: tra ordine e disordine, regola e imprevisto, intenzione e abbandono.
Il doppio come origine
All’ingresso, il tema dell’identità si impone con forza. Boetti, che nel 1972 sceglie di firmarsi “Alighiero e Boetti”, mette in scena una scissione fondativa: l’artista non è più un soggetto unitario, ma un campo di tensioni. Opere come Gemelli (1968) o Autoritratto (1969) suggeriscono una moltiplicazione dell’io, un riflesso continuo che destabilizza ogni certezza.
Questa logica del doppio non è solo biografica, ma strutturale. È il principio che attraversa tutta la sua pratica: ogni forma contiene il proprio contrario, ogni sistema genera la propria deviazione.
Mappe, ricami, geografie condivise
Con gli anni Settanta, il lavoro di Boetti si apre a una dimensione globale. Le celebri Mappe, i Ricami e i disegni a biro segnano un passaggio decisivo: l’opera non è più il risultato di un gesto individuale, ma il prodotto di una collaborazione.
Realizzate con artigiani afghani, le Mappe trasformano la geografia politica in tessuto, intrecciando colori, confini e bandiere in una rappresentazione tanto precisa quanto instabile. Il mondo appare come un sistema in continua mutazione, dove ogni elemento è soggetto a trasformazioni storiche e culturali.
Boetti stabilisce regole, griglie, parametri. Ma l’esecuzione – affidata ad altre mani – introduce inevitabilmente variazioni, imperfezioni, scarti. È in questo spazio che l’opera prende vita: tra controllo e libertà, tra progetto e contingenza.
Scrivere il tempo
Nelle sale successive, il tempo diventa materia. I Calendari, con la loro accumulazione di date, registrano lo scorrere dei giorni come un processo visibile, quasi ossessivo. Le opere su carta degli anni Ottanta e Novanta, costruite su ripetizioni e moduli grafici, trasformano la durata in ritmo, in struttura.
Anche gli Aerei – immagini di velivoli che attraversano campi visivi instabili – introducono una dimensione di movimento e disorientamento. Il cielo, apparentemente infinito, diventa un sistema regolato, ma mai completamente prevedibile.
In queste serie, Boetti mette in scena una tensione costante: il desiderio di organizzare il mondo e, allo stesso tempo, la consapevolezza della sua irriducibile complessità.
Arte come gioco e pensiero
Ciò che emerge con forza da questa retrospettiva è la natura profondamente ludica e filosofica del lavoro di Boetti. Il gioco non è evasione, ma metodo: un modo per mettere alla prova le regole, per esplorare le possibilità del sistema.
La mostra restituisce con chiarezza questa dimensione. Ogni opera sembra interrogare la precedente, aprire una nuova direzione, complicare il discorso. Non c’è mai una soluzione definitiva, ma un movimento continuo, una ricerca che si rinnova.
Un’opera aperta
Concepita in dialogo con l’Archivio Alighiero Boetti, l’esposizione riesce a mantenere un equilibrio raro: rigore e apertura, chiarezza e ambiguità. Il percorso non impone una lettura, ma invita il visitatore a costruire la propria.
In un’epoca segnata da sistemi sempre più complessi e interconnessi, il lavoro di Boetti appare sorprendentemente attuale. Le sue opere non offrono risposte, ma strumenti: modi di vedere, di pensare, di abitare il mondo.



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