Legacy: la memoria familiare di Ristelhueber e Giacometti

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 28 Settembre 2022

Tempo stimato per la lettura: 2,9 minuti

Sophie Ristelhueber è riconosciuta a livello internazionale per il suo lavoro fotografico inerente alle questioni della memoria e della guerra. La mostra Legacy, presso l’istituto Giacometti a Parigi, raccoglie – dal 27 settembre al 30 novembre 2022 – una serie di sue opere, tra cui alcune inedite, che dialogano con i lavori di Alberto Giacometti.

Sophie Ristelhueber offre in questa mostra una riflessione importante, ma meno nota al pubblico, attorno alle tracce della memoria familiare iscritte nei luoghi e negli oggetti della reminiscenza. La fotografa francese conserva nei suoi lavori dell’artista svizzero il ruolo persistente della costellazione familiare e dell’ambiente della sua infanzia, selezionando una serie di ritratti dipinti e teste in gesso.

Paradiso perduto dell’infanzia

Inoltre, Ristelhueber associa la propria casa di famiglia a Vulaines al villaggio natale di Giacometti, Stampa nelle Alpi svizzere, teatro della sua infanzia con il quale mantenne un legame per tutta la vita e fu oggetto di numerose serie fotografiche intrise di fascino e malinconia.

Un’associazione che si ritrova anche in Legacy, che dà il titolo alla mostra. Il polittico fotografico intreccia i paesaggi a due ritratti: uno dall’artista francese, l’altro di sua nonna. La giustapposizione di immagini serve come riflessione sulla memoria familiare, sulla trasmissione dei “beni immateriali”. Con il polittico dialoga una serie di ritratti realizzati dall’artista svizzero, dei suoi familiari tra cui sua moglie Annette, in toni scuri e malinconici.

Sophie Ristelhueber, Legacy, 2022 © Cristina Biordi
Sul volto i segni della violenza

La corrispondenza tra esperienza individuale e condizione umana, che sta alla base del lavoro dei due artisti, viene messa in scena in un suggestivo faccia a faccia organizzato tra la serie fotografica che Ristelhueber realizzò in ospedale. Scatti presi nella sala operatoria in cui attraverso l’uso della luce solo il viso del malato è messo in evidenza.

Alle immagini in bianco e nero sono abbinate le sculture scarnificate di Giacometti: alcune teste – di piccole dimensioni – poste su della carta velina bianca accartocciata. Mentre, nella sala principale, a una “grande testa” dello scultore fa eco l’opera Every One, in cui la cicatrice sul volto di un uomo è il segno dell’orribile violenza sul corpo della guerra.

Eredità e legami immateriali

Entrare nel lavoro di Giacometti è entrare in una mitologia individuale, popolata da una foresta di esseri che ritornano instancabilmente, una rete di relazioni intime di cui l’artista tesse la trama di anno in anno. Anche Ristelhueber è sensibile all’importanza di questi legami.

Nella mitologia personale degli artisti, la metafora, un riavvicinamento senza legame apparente, è il legame stesso. La mostra Legacy evoca questa capacità di produrre legami, di costruire una rete di associazioni e una continuità sognata su scala del lavoro e su quella dell’individuo.

Foto in apertura, Sophie Ristelhueber Every One #13, 1994, e Alberto Giacometti, Grande tête, 1960 © Cristina Biordi

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About the Author: Cristina Biordi

Tempo stimato per la lettura: 8 minuti

Sophie Ristelhueber è riconosciuta a livello internazionale per il suo lavoro fotografico inerente alle questioni della memoria e della guerra. La mostra Legacy, presso l’istituto Giacometti a Parigi, raccoglie – dal 27 settembre al 30 novembre 2022 – una serie di sue opere, tra cui alcune inedite, che dialogano con i lavori di Alberto Giacometti.

Sophie Ristelhueber offre in questa mostra una riflessione importante, ma meno nota al pubblico, attorno alle tracce della memoria familiare iscritte nei luoghi e negli oggetti della reminiscenza. La fotografa francese conserva nei suoi lavori dell’artista svizzero il ruolo persistente della costellazione familiare e dell’ambiente della sua infanzia, selezionando una serie di ritratti dipinti e teste in gesso.

Paradiso perduto dell’infanzia

Inoltre, Ristelhueber associa la propria casa di famiglia a Vulaines al villaggio natale di Giacometti, Stampa nelle Alpi svizzere, teatro della sua infanzia con il quale mantenne un legame per tutta la vita e fu oggetto di numerose serie fotografiche intrise di fascino e malinconia.

Un’associazione che si ritrova anche in Legacy, che dà il titolo alla mostra. Il polittico fotografico intreccia i paesaggi a due ritratti: uno dall’artista francese, l’altro di sua nonna. La giustapposizione di immagini serve come riflessione sulla memoria familiare, sulla trasmissione dei “beni immateriali”. Con il polittico dialoga una serie di ritratti realizzati dall’artista svizzero, dei suoi familiari tra cui sua moglie Annette, in toni scuri e malinconici.

Sophie Ristelhueber, Legacy, 2022 © Cristina Biordi
Sul volto i segni della violenza

La corrispondenza tra esperienza individuale e condizione umana, che sta alla base del lavoro dei due artisti, viene messa in scena in un suggestivo faccia a faccia organizzato tra la serie fotografica che Ristelhueber realizzò in ospedale. Scatti presi nella sala operatoria in cui attraverso l’uso della luce solo il viso del malato è messo in evidenza.

Alle immagini in bianco e nero sono abbinate le sculture scarnificate di Giacometti: alcune teste – di piccole dimensioni – poste su della carta velina bianca accartocciata. Mentre, nella sala principale, a una “grande testa” dello scultore fa eco l’opera Every One, in cui la cicatrice sul volto di un uomo è il segno dell’orribile violenza sul corpo della guerra.

Eredità e legami immateriali

Entrare nel lavoro di Giacometti è entrare in una mitologia individuale, popolata da una foresta di esseri che ritornano instancabilmente, una rete di relazioni intime di cui l’artista tesse la trama di anno in anno. Anche Ristelhueber è sensibile all’importanza di questi legami.

Nella mitologia personale degli artisti, la metafora, un riavvicinamento senza legame apparente, è il legame stesso. La mostra Legacy evoca questa capacità di produrre legami, di costruire una rete di associazioni e una continuità sognata su scala del lavoro e su quella dell’individuo.

Foto in apertura, Sophie Ristelhueber Every One #13, 1994, e Alberto Giacometti, Grande tête, 1960 © Cristina Biordi