Materia Madre/Lingua Madre. Un ecosistema in trasformazione

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 9 Maggio 2026

Tempo stimato per la lettura: 3,9 minuti

Non è la natura il soggetto della mostra, ma la sua resistenza a essere definita. A Roma, dal 12 maggio al 30 settembre 2026, la Galleria Erica Ravenna presenta Materia Madre / Lingua Madre, secondo capitolo di un programma espositivo dedicato al paesaggio, dopo la recente mostra di Vincenzo Agnetti. Qui il paesaggio non è più immagine ma processo: una condizione instabile in cui materia e linguaggio si trasformano reciprocamente.

Materia e lingua: una relazione instabile

Il progetto, curato da Benedetta Carpi De Resmini, nasce da una doppia tensione. Da un lato la materia come origine, matrice del vivente; dall’altro la lingua come sistema aperto, in continua traduzione. La mostra si costruisce come uno spazio dinamico, dove il linguaggio non descrive ma si adatta, si deforma, si fa corpo. Non c’è distinzione netta tra naturale e culturale: entrambi emergono come sistemi interdipendenti.

Un ecosistema di pratiche artistiche

Gli artisti coinvolti — Cyril de Commarque, Laura Pugno, Gaia Scaramella e Lucia Veronesi — non costruiscono un racconto lineare, ma un sistema di relazioni. Le loro opere si intrecciano come radici sotterranee, attraversando materiali, tecniche e simboli. Ciò che emerge è una tensione comune: interrogare il confine tra ciò che cresce e ciò che viene costruito.

La materia come narrazione

Come sottolinea la curatrice, la materia non è mai neutra. Si carica di memoria, diventa racconto. Il mito si deposita nelle superfici, il segno si sviluppa come un organismo. Le opere non rappresentano il vivente: ne condividono i processi. Metamorfosi, adattamento, trasformazione non sono temi, ma condizioni operative. In questo contesto, anche il linguaggio si comporta come materia viva.

Cyril de Commarque: forme pre-umane

Il percorso si apre con le opere di Cyril de Commarque. Carte e sculture lignee costruiscono un immaginario essenziale, quasi primordiale. Il legno conserva la memoria del territorio, mentre le forme bulbose suggeriscono organismi in formazione. Le radici e le germinazioni non sono metafore, ma strutture visive che rendono percepibili processi invisibili, legati all’epoca dell’Antropocene. (foto 3)

Laura Pugno: la sabbia come pittura

Con la serie Persuasioni, Laura Pugno introduce una riflessione sulla fragilità degli ecosistemi costieri. La sabbia diventa materiale pittorico, ma anche elemento instabile. Le opere nascono da un dialogo con ambienti reali, come la costa veneta e Bibione, segnati da interventi antropici. Qui la materia sfugge al controllo: l’acqua modella, sedimenta, cancella. L’immagine è sempre provvisoria. (foto 4)

Lucia Veronesi: un lessico vegetale

Il lavoro di Lucia Veronesi si concentra su ciò che scompare e riemerge. In The plants you kill are doing quite well, specie credute estinte tornano visibili attraverso nuove classificazioni. Monotipi e ricami trasformano il linguaggio scientifico in un sistema poetico. L’estinzione non è solo biologica: è anche perdita di memoria, di parole, di significati. (foto 1)

Gaia Scaramella: corpi e strutture

Chiude il percorso Gaia Scaramella con una riflessione sulla materia come spazio relazionale. Nella serie Matribus, piccole figure emergono da strutture ceramiche ambigue. Nido, oggetto, dispositivo: ogni forma è al tempo stesso protezione e limite. L’artista costruisce una comunità fragile, in equilibrio tra dipendenza e autonomia, tra vulnerabilità e possibilità. (foto 2)

Metamorfosi come condizione ecologica

La mostra si configura come un sistema in continua trasformazione. Le opere non sono isolate, ma interagiscono. Forme e significati si disgregano e si ricompongono. La metamorfosi diventa un principio ecologico: adattarsi, resistere, rigenerarsi. In questo contesto, anche il linguaggio perde stabilità e si apre a nuove possibilità.

Una lingua prima del linguaggio

La “lingua madre” evocata dal titolo non è un’identità, ma una condizione. Non appartiene a una cultura specifica, ma precede ogni codificazione. È una lingua del corpo, del respiro, della relazione. Un terreno comune in cui umano e non umano possono incontrarsi senza gerarchie.

Un catalogo tra critica e poesia

La mostra è accompagnata da un catalogo con un testo critico di Benedetta Carpi De Resmini e poesie di Valerio Magrelli. Non un semplice supporto, ma un’estensione del progetto. Anche qui, linguaggio e materia si intrecciano, confermando la natura ibrida dell’intero percorso.

Ridefinire il paesaggio

Materia Madre / Lingua Madre non propone immagini della natura, ma mette in discussione il modo in cui la pensiamo. Il paesaggio non è più qualcosa da osservare, ma un sistema di cui facciamo parte. La mostra non offre risposte, ma costruisce un campo di tensione. È lì, in quella instabilità, che il lavoro degli artisti trova la sua forza.

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Published On: 9 Maggio 2026

About the Author: Cristina Biordi

Tempo stimato per la lettura: 12 minuti

Non è la natura il soggetto della mostra, ma la sua resistenza a essere definita. A Roma, dal 12 maggio al 30 settembre 2026, la Galleria Erica Ravenna presenta Materia Madre / Lingua Madre, secondo capitolo di un programma espositivo dedicato al paesaggio, dopo la recente mostra di Vincenzo Agnetti. Qui il paesaggio non è più immagine ma processo: una condizione instabile in cui materia e linguaggio si trasformano reciprocamente.

Materia e lingua: una relazione instabile

Il progetto, curato da Benedetta Carpi De Resmini, nasce da una doppia tensione. Da un lato la materia come origine, matrice del vivente; dall’altro la lingua come sistema aperto, in continua traduzione. La mostra si costruisce come uno spazio dinamico, dove il linguaggio non descrive ma si adatta, si deforma, si fa corpo. Non c’è distinzione netta tra naturale e culturale: entrambi emergono come sistemi interdipendenti.

Un ecosistema di pratiche artistiche

Gli artisti coinvolti — Cyril de Commarque, Laura Pugno, Gaia Scaramella e Lucia Veronesi — non costruiscono un racconto lineare, ma un sistema di relazioni. Le loro opere si intrecciano come radici sotterranee, attraversando materiali, tecniche e simboli. Ciò che emerge è una tensione comune: interrogare il confine tra ciò che cresce e ciò che viene costruito.

La materia come narrazione

Come sottolinea la curatrice, la materia non è mai neutra. Si carica di memoria, diventa racconto. Il mito si deposita nelle superfici, il segno si sviluppa come un organismo. Le opere non rappresentano il vivente: ne condividono i processi. Metamorfosi, adattamento, trasformazione non sono temi, ma condizioni operative. In questo contesto, anche il linguaggio si comporta come materia viva.

Cyril de Commarque: forme pre-umane

Il percorso si apre con le opere di Cyril de Commarque. Carte e sculture lignee costruiscono un immaginario essenziale, quasi primordiale. Il legno conserva la memoria del territorio, mentre le forme bulbose suggeriscono organismi in formazione. Le radici e le germinazioni non sono metafore, ma strutture visive che rendono percepibili processi invisibili, legati all’epoca dell’Antropocene. (foto 3)

Laura Pugno: la sabbia come pittura

Con la serie Persuasioni, Laura Pugno introduce una riflessione sulla fragilità degli ecosistemi costieri. La sabbia diventa materiale pittorico, ma anche elemento instabile. Le opere nascono da un dialogo con ambienti reali, come la costa veneta e Bibione, segnati da interventi antropici. Qui la materia sfugge al controllo: l’acqua modella, sedimenta, cancella. L’immagine è sempre provvisoria. (foto 4)

Lucia Veronesi: un lessico vegetale

Il lavoro di Lucia Veronesi si concentra su ciò che scompare e riemerge. In The plants you kill are doing quite well, specie credute estinte tornano visibili attraverso nuove classificazioni. Monotipi e ricami trasformano il linguaggio scientifico in un sistema poetico. L’estinzione non è solo biologica: è anche perdita di memoria, di parole, di significati. (foto 1)

Gaia Scaramella: corpi e strutture

Chiude il percorso Gaia Scaramella con una riflessione sulla materia come spazio relazionale. Nella serie Matribus, piccole figure emergono da strutture ceramiche ambigue. Nido, oggetto, dispositivo: ogni forma è al tempo stesso protezione e limite. L’artista costruisce una comunità fragile, in equilibrio tra dipendenza e autonomia, tra vulnerabilità e possibilità. (foto 2)

Metamorfosi come condizione ecologica

La mostra si configura come un sistema in continua trasformazione. Le opere non sono isolate, ma interagiscono. Forme e significati si disgregano e si ricompongono. La metamorfosi diventa un principio ecologico: adattarsi, resistere, rigenerarsi. In questo contesto, anche il linguaggio perde stabilità e si apre a nuove possibilità.

Una lingua prima del linguaggio

La “lingua madre” evocata dal titolo non è un’identità, ma una condizione. Non appartiene a una cultura specifica, ma precede ogni codificazione. È una lingua del corpo, del respiro, della relazione. Un terreno comune in cui umano e non umano possono incontrarsi senza gerarchie.

Un catalogo tra critica e poesia

La mostra è accompagnata da un catalogo con un testo critico di Benedetta Carpi De Resmini e poesie di Valerio Magrelli. Non un semplice supporto, ma un’estensione del progetto. Anche qui, linguaggio e materia si intrecciano, confermando la natura ibrida dell’intero percorso.

Ridefinire il paesaggio

Materia Madre / Lingua Madre non propone immagini della natura, ma mette in discussione il modo in cui la pensiamo. Il paesaggio non è più qualcosa da osservare, ma un sistema di cui facciamo parte. La mostra non offre risposte, ma costruisce un campo di tensione. È lì, in quella instabilità, che il lavoro degli artisti trova la sua forza.

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