Interviste

Un tango per Grazia Deledda tra nuraghi e murales del Centro Sardegna: intervista a Gian Luca Atzori

Nei 150 anni di Grazia Deledda, un viaggio alla scoperta del Centro Sardegna e del suo patrimonio archeologico, artistico ed enogastronomico. Un tango sudamericano che unisce armonica, beatbox, launeddas, tra “America e Sardigna”, dalle montagne nuragiche del Marghine al mare di Bosa, con la musica di Moses Concas e la street art del Festival della Resilienza. Ambasciatori di un movimento “glocale” che negli ultimi anni ha coinvolto centinaia di artisti da tutto il mondo.

“America e Sardigna” è una celebre poesia scritta a soli 22 anni da Grazia Deledda, prima e unica premio Nobel italiano per la letteratura. Un messaggio di apertura al mondo incentrato sulla voglia dell’isola di “essere scoperta e conosciuta” per essere scagionata da un destino avverso e poter rivelare tutta la propria maestosità. Il nuovo inedito di Moses Concas sorge nei 150 anni dalla nascita dell’autrice sarda più famosa al mondo e si sviluppa con lo stesso spirito.

Il brano – un tango sudamericano accompagnato da armonica, beatbox e launeddas – è site-specific, ovvero frutto di un lungo processo di produzione, incubazione e collaborazione di 4 anni tra Moses, il Festival della Resilienza e l’APS ProPositivo all’interno della comunità di Macomer e nelle aree interne e marginali del Centro Sardegna – colpite da forte crisi occupazionale e demografica – e allo scopo di valorizzare il grande patrimonio artistico, archeologico e ambientale che le contraddistingue. Una produzione che adattandosi al contesto della pandemia ha dato vita ad una residenza artistica  “glocale”, fortemente radicata in un territorio ma, al tempo stesso, fondata sul coinvolgimento in presenza e a distanza di artisti da ogni parte del mondo.

“Un connubio tra tradizione umanistica e innovazione musicale” spiega l’artista “L’antico dell’armonica, delle launeddas, della trunfa e de su sulittu , trasformati con la beatbox in una nuova armonia  pronta a elevare e unire la tradizione della musica sarda e sudamericana, traendo forza dalla loro anima  rivoluzionaria, capace di portare innovazione e resilienza sociale tramite la musica”

Il videoclip del brano – diretto da Matteo e Nicolò Sechi– si articola infatti da una mappatura sonora dei territori del Marghine-Planargia realizzata da Arrogalla. Il viaggio di riscoperta parte dagli uliveti di Terracuza (Miglior Olio d’Italia) e i picchi di Punta Palai (Bolotana), per giungere alle montagne nuragiche di Orolo (Bortigali) e Tamuli (Macomer), fino al fiume Temo, le vigne di malvasia Columbu e il mare che circondano il borgo medievale di Bosa. Il tragitto attraversa anche le oltre 40 opere di street art realizzate dal 2015 dal Festival della Resilienza attraverso il coinvolgimento di 100 artisti da 20 paesi del mondo, con particolare riferimento ad un’opera di 10 metri dedicata alla scrittrice e realizzata da Mamblo e dall’associazione Skizzo di San Gavino, pionieri della street art sull’isola. Nel percorso gli attori Valentino Mannias (Premio Hystrio 2015) e Azzurra Lochi, recitano due delle celebri poesie di Grazia Deledda, “America e Sardigna” e “Noi siamo sardi”.

Negli anni il Festival della Resilienza ha lavorato per la creazione di fiducia, collaborazione e nuove forme di partecipazione della popolazione nelle comunità locali marginali e interne dell’isola, avviando iniziative di formazione, produzione e distribuzione artistiche volte a creare un’offerta culturale internazionale, stimolare un legame tra artisti e comunità, supportare gli emergenti. Questo ha portato alla creazione di residenze in grado di dialogare e creare sinergia tra musica, street art, teatro e cinema, con lo scopo di valorizzare le collaborazioni musicali ad alto impatto sociale e ad indagare l’effetto della musica e del suono nello sviluppo delle life-skills dei cittadini e nella coesione sociale all’interno delle comunità. Lo scopo è quello di creare nuove narrazioni “sostenibili, intelligenti e inclusive” attraverso l’arte pubblica, capaci di ricucire e riorganizzare i tratti di un’identità sfaldata.

“America e Sardigna” è la coronazione di questo impervio percorso di rinascita e rilancio dei territori del centro Sardegna, attraverso un grande artista come Moses Concas che diviene Ambasciatore internazionale del Festival della Resilienza per dare visione ad ambiziosi progetti di sviluppo locale come “Muraghes”, il parco dell’arte archeologica e muraria che viene narrato nel video e che sarà volto a unire la tradizione di uno dei più grandi patrimoni millenari e nuragici del mediterraneo con l’arte di strada di ogni parte del mondo. 

Intervista a Gian Luca Atzori, Presidente APS ProPositivo

Ci racconti come si è sviluppata l’idea di realizzare questo progetto internazionale in Sardegna, che prevede l’intervento di tanti e vari artisti nelle diverse discipline?

Se il tempo usato quotidianamente per lamentarci dei problemi fosse investito nella ricerca di soluzioni, cosa accadrebbe? A partire da questa domanda, nel 2009 un gruppo di giovani sardi, sparsi per il mondo, ha dato vita a ProPositivo. Sfruttando il digitale e la propria rete globale, nel 2012 ProPositivo diviene un blog nazionale volto a contrastare il negativity bias dei media e la disinformazione, partendo dalla promozione di un giornalismo costruttivo attraverso l’indagine di casi pratici ed esperienze virtuose. Missione evolutasi nel 2015 con la costituzione in Sardegna dell’associazione e l’avvio del progetto “Trasformare la crisi in opportunità” e del Festival della Resilienza, con l’obiettivo di supportare i territori in crisi delle aree interne e marginali dell’isola nell’attivazione di processi partecipativi di sviluppo locale.

Attraverso una metodologia di analisi e animazione territoriale, basata sulla sinergia tra scienze sociali e arte pubblica, ProPositivo punta a creare un ambiente multidisciplinare in cui collegare logica e creatività, scuola e imprese, istituzioni e società civile. Nonostante la crisi, il Marghine dispone di un importante patrimonio umano, archeologico e naturalistico (habitat di rilievo mediterraneo) per la cui valorizzazione, dal 2016, ProPositivo ha avviato “Nuove narrazioni con l’arte pubblica”. In particolare, con il contest internazionale di street art, abbiamo raggiunto 20 paesi nel mondo, attratto circa 100 artisti e realizzato 40 murales in 6 comuni, trasformando gli spazi urbani nelle tessere di un mosaico che lega tradizione e innovazione, locale e globale.

Perché avete voluto rendere omaggio a Grazia Deledda? Cosa in lei è vicino al nostro tempo, a tuo avviso?

Nel 2021 si sono svolti due compleanni importanti per la Sardegna. Il primo riguarda i 130 anni di Antonio Gramsci, il secondo i 150 anni di Grazia Deledda. Sono senza dubbio il sardo e la sarda più famosi al mondo. Il primo citato, tradotto e interpretato in tutto il mondo, la seconda prima e unica vincitrice italiana del premio Nobel per la letteratura. Entrambi hanno reso grande la Sardegna e non potevamo non rendergli omaggio, soprattutto visto quanto i loro scritti e poesie siano ancora vicini al nostro tempo, descrivendo le problematiche di un mondo che riemergeva da conflitti e pandemie globali. Per Gramsci abbiamo realizzato una pubblicazione in collaborazione con diverse testate nazionali, cercando di attualizzare il suo pensiero sia da un punto di vista politico e sia artistico e teatrale. Per Deledda invece abbiamo realizzato un video (diretto da Matteo e Nicolò Sechi) di promozione del Centro Sardegna con Moses Concas, armonicista vincitore di Italia’s got Talent, dal titolo America & Sardigna.

Quali cambiamenti hai riscontrato – se hai riscontrato – nel rapporto artista, opera e pubblico, in seguito alla crisi sanitaria che abbiamo vissuto e che in parte stiamo ancora vivendo?

Come accennato, nella metodologia del nostro progetto l’arte pubblica lavora in sinergia con le scienze sociali e naturali. Questo avviene perché ci siamo resi conto che la scienza è in grado di dare risposte, ma soprattutto di farci porre le giuste domande sul quale confrontarsi, rispetto alle problematiche e potenzialità che interessano i territori in Italia più in difficoltà. Tuttavia, la scienza ha un incredibile difficoltà a comunicarle, la quasi totalità delle pubblicazioni scientifiche non vengono lette dal grande pubblico e il clima di disinformazione pandemica conferma un deficit strutturale nel rapporto tra istituzioni politiche, scientifiche e i cittadini. L’arte pubblica, al contrario, ha un’incredibile potenza comunicativa e relazionale, ma necessita a sua volta di analisi sociali sempre più strutturate per poter contribuire in maniera efficace (e non contraddittoria) al progresso comunitario, urbano e rurale.

Di sicuro, perciò, in un periodo di isolamento e chiusura, non poter relazionarsi e comunicare fisicamente con le persone ha creato enormi difficoltà nel rapporto tra artista, opera e pubblico. Allo stesso modo però ha tirato fuori una resilienza artistica impressionante, portando alla nascita di nuove modalità di arte pubblica sottovalutate in precedenza o mai sperimentate prima. Noi stessi abbiamo colto questa opportunità. Nel 2020 non potendo svolgere il Contest Internazionale di Street Art, abbiamo realizzato un contest digitale, in cui artisti da ogni angolo del pianeta hanno avuto la possibilità di realizzare dei render sulle mura di strutture, case e palazzi di Macomer, epicentro del nostro progetto in provincia di Nuoro. La comunità non ha visto nuove opere dal vivo ma tramite il digitale ha avuto la possibilità di immaginare come sarebbe potuta diventare e come è diventata.

Il ruolo dell’artista resta fondamentale anche se, in periodo di pandemia, sembra non essere stato considerato “essenziale”. Che ne pensi?

Sì, ricordo anche di un sondaggio in cui risultò che l’artista in Italia fosse percepito come tra lavori meno essenziali in pandemia. Mi sembrò assurdo allora e mi sembra assurdo tutt’ora, soprattutto quando penso a come parole, immagini e musica ci abbiano aiutato ad evadere l’isolamento. E’ ovvio che solo la scienza medica può condurci fuori da un simile disastro sanitario, tuttavia, in due anni di lockdown la scienza non è stato una consolazione, l’arte lo era. Mentre la scienza cercava di trovare soluzioni e informarci, l’arte ci dava la forza di continuare ad informarci, immaginare nuovi modi di vivere e trovare motivi per andare avanti.

Che ne sarà della vita culturale, in seguito alla pandemia da Covid 19? In cosa cambierà? Quali soluzioni per superare la crisi?

Secondo il rapporto Shock e Cultura, i settori culturali e creativi sono quelli maggiormente colpiti dalla misure anti-Covid. Se quindi è oggi fondamentale che le politiche pubbliche cerchino di dare sostenibilità e prospettiva a una delle colonne portanti della società, allo stesso tempo è fondamentale capire quale ruolo avranno cultura e arte pubblica nell’affrontare le grandi sfide del presente. Da una parte è imprescindibile un massiccio piano di investimenti pubblici, altrettanto prioritaria è la riflessione su quale funzione avranno la cultura e l’arte pubblica nel rispondere alle sfide dell’era post-Covid, fra tensioni sociali ed economiche, fenomeni migratori, delegittimazione di politica e media, analfabetismo e notizie false.

Uno scenario simile agli anni ‘20 del secolo scorso, all’indomani della Prima Guerra Mondiale e della pandemia di “spagnola”, quando si assistette alla presa del potere di forze anti-democratiche. Per affrontare una simile sfida, penso sia fondamentale riappropriarci di pensieri come quello di Gramsci, recuperando la figura dell’intellettuale organico. Il concetto di “organicità” si lega alla capacità dell’intellettuale di riunire l’homo faber e l’homo sapiens, prassi e teoria, tecnica e sapienza, per “immergersi nella realtà dell’opinione pubblica smettendo i panni di ingessati osservatori esterni”. Essi non solo devono essere attivi politicamente e muoversi all’interno di uno schema comune, ma anche organizzare la partecipazione, facendosi mediatori per agevolare la costruzione di nuovi sistemi sociali, all’interno di un processo “pedagogico-culturale” volto al “superare la subalternità” e le disuguaglianze. Penso che questi elementi siano centrali per evitare il decadimento culturale e artistico che può avvicendare periodi di forti crisi come quello attuale e futuro.

La crisi sanitaria può essere un vettore d’ispirazione, un’occasione di ripensare la produzione artistica in un nuovo contesto e di trovare nuove direzioni?

Deve esserlo necessariamente e in parte lo è già. Di base, perché è nei contesti di crisi che l’arte ha sempre tirato fuori il meglio di se. Questa volta il contesto digitale è senza precedenti, ma non è l’unico sul quale dobbiamo lavorare, dobbiamo prima di tutto riappropriarci del senso di comunità, costruendo narrazioni in grado di creare fiducia e coesione. La crisi sanitaria ha messo in evidenza quanto limitata sia il nostro modello di sviluppo e l’urbanizzazione. In particolare in un contesto come quello italiano, formato al 90% da comuni sotto i 15 mila abitanti. In Italia sono emersi esempi importanti di processi “organici”, come è il caso dello Stato dei Luoghi, una rete nazionale di “attivatori”, costituita nel 2020 e impegnata a “innovare le pratiche culturali, artistiche, educative e di welfare, con l’obiettivo di contrastare le disuguaglianze e favorire l’inclusione sociale”. La sostenibilità e le prospettive del mondo della cultura e della creatività necessitano di importanti investimenti pubblici per affrontare la crisi in atto, allo stesso modo però il futuro della democrazia nell’era post-Covid dipenderà dal ruolo “organico” che la cultura e l’arte pubblica assumeranno per supportare le comunità locali nella crescita del proprio tessuto sociale e urbano.

Hai avuto occasione, nel corso della tua esperienza lavorativa, di incontrare tanti giovani artisti: quali caratteristiche ti colpiscono in particolare?

Nel corso degli anni abbiamo ospitato circa 100 artisti da 20 paesi diversi. Non tutti gli artisti sono predisposti a lavori artistici di tipo sociale o pedagogico come il nostro, ma diciamo che le modalità della nostra azione hanno creato un meccanismo di selezione naturale per la quale gli artisti che sono arrivati sul territorio non sono mai giunti qui per motivazioni commerciali, quanto prima di tutto per la condivisione di valori e obiettivi volti a creare sinergie e reti di collaborazione artistica e sociale in Italia e nel mondo. Sicuramente ciò che più mi ha colpito e trovo tratto comune dei diversi tipi di artisti incontrati è la loro capacità di comunicare concetti estremamente complicati (e per la quale la logica richiede dibattiti e scontri) in modalità capaci di unire le persone. Una qualità che andrebbe coltivata maggiormente in una società in cui il dibattito pubblico si polarizza sempre più e in cui le tensioni sociali vengono strumentalizzate quotidianamente per fini politici o commerciali.

Ci dai la tua definizione di creatività? Che cos’è per te a creatività?

Camus diceva che la creatività è il modo di dare una forma al proprio destino. Per me il destino non è altro che l’incontro tra ciò che il mondo decide per noi e ciò che noi decidiamo per il mondo. In maniera molto pragmatica, penso che la creatività nasca dalla necessità di esprimersi e comunicare, di trovare risposte alle domande e soluzioni ai problemi. Quando questa capacità trova forme che riescono a mettere insieme semplicità e originalità, allora nasce l’arte. Penso anche che questa concezione d’artista possa estendersi a qualsiasi tipo di professione umana, sia essa scientifica o umanistica.

E il talento?

Qualche anno fa assistetti ad una scena emblematica. Uno street artist aveva appena finito un’opera di 10m di altezza e gli fu chiesto: “come fai? Come riesci a fare cose così grandi e belle?”. L’artista provò a rispondere ma, non parlando bene italiano, fu interrotto da chi semplificò dicendo “è talento, o ce l’hai o non ce l’hai”. Qualche ora dopo un chitarrista finì di eseguire un pezzo molto complesso e un ragazzo gli chiese: “sei bravissimo, ma come fai?” lui rispose “suono da 15 anni almeno 5 ore al giorno” e il ragazzo gli fece “eh vabbé, così ci riuscirei anche io” e se ne andò.

Penso che questo aneddoto in parte spieghi quanto possa essere sopravvalutato il talento. Il talento fornisce quasi un’aura di magia, sembra un dono divino, da predestinato. Il duro lavoro invece è qualcosa che riguarda tutti. È ovvio che il talento, in quanto predisposizione naturale, sia molto importante per un’artista, ma penso che comunque costituisca solo una piccola parte della sua grandezza. Il talento senza investimento emotivo, costanza, passione, relazioni o lavoro quotidiano non porta lontano, esattamente come un buon seme in un buon terreno con un buon clima, non è detto che dia buoni frutti se non vengono colti nei giusti tempi o senza le dovute cure.

Progetti per il futuro?

Di fronte agli sconvolgimenti della pandemia e alle sfide sanitarie, sociali, economichee ambientali, dal 2021 ProPositivo ha deciso di ripartire dall’ABC, trasformandosi in Agenzia di Benessere Comunitario. Una rete di competenze e servizi no-profit che con logica e creatività vuole guidare le comunità locali nella costruzione di reti collaborative e di progetti strategici per l’implementazione nei propri territori dell’Agenda ONU 2030, della programmazione europea 2021-27 e del Piano di Ripresa e Resilienza.

Il progetto trainante della nuova ABC è senza dubbio Muraghes, il parco dell’arte nuragica e muraria, l’incontro tra la nostra grande storia primitiva e contemporanea, tra nuraghes e murales. Tramite la piattaforma Propositivo Murghes è possibile orientarsi in italiano e in inglese sul territorio attraverso una mappa geolocalizzata che mette insieme quasi un centinaio di spot turistici nel Marghine, tra cui: decine di monumenti nuragici, edifici storici, luoghi naturalistici, grandi opere artistiche e murales. Scorrendo la pagina sarà inoltre possibile avere maggiori informazioni sulla comunità, sui luoghi da scoprire, sugli eventi culturali, sulle modalità di accesso ai servizi turistici, dall’accoglienza ai tour, le escursioni, i prodotti tipici e la ristorazione.

Il creautore

Redazione Vivicreativo

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