Nel silenzio dello sguardo: Guardatori di Manuela Sedmach alla Galleria Continua

Tempo stimato per la lettura: 6 minuti
Nel cuore del Marais, a Parigi, la Galleria Continua presenta Manuela Sedmach – Guardatori, in programma dal 20 marzo al 30 maggio 2026, una mostra che si impone come un invito raro alla lentezza. In questo spazio parigino, Manuela Sedmach conduce lo spettatore in un territorio sospeso tra mondo esterno e interiorità, dove osservare diventa un atto radicale e profondamente personale.
Leggi anche: Manuela Sedmach esorta a “Non smettere mai di vedere”
L’arte del tempo e della stratificazione
Manuela Sedmac costruisce la propria ricerca artistica come un esercizio di pazienza e di ascolto. La sua tecnica è un atto di presenza e di misura, che parte sempre da un fondo nero preparato con cura. Come spiega l’artista, “parto da un fondo completamente nero e, poco a poco, porto alla luce la tela con tre soli colori: il bianco, il nero e una specie di terra di Siena. Li mescolo a seconda della temperatura che desidero dare all’immagine, calore o freddezza.”
Non c’è mai la densità soffocante della pasta di colore; le velature sottili consentono alla tela di vibrare e respirare. Ogni strato si aggiunge senza prevaricare quello precedente, creando una stratificazione che l’occhio percepisce quasi senza accorgersene. La pittura di Sedmac non si impone allo sguardo, lo invita a immergersi, a prendere tempo, a lasciarsi attraversare dall’opera.
In questa pratica, ogni gesto è calibrato. L’immagine non appare mai in modo definitivo alla prima applicazione del colore: emerge, si fa riconoscere, e poi viene nuovamente stratificata, rielaborata attraverso nuove velature. Questo processo è evidente nella serie dei Guardatori, in cui la forma appare e scompare, oscillando tra presenza e dissoluzione. La pittura diventa così un dialogo costante tra superficie e profondità, tra percezione immediata e comprensione ritardata.
L’esercizio del silenzio
Il rapporto di Sedmac con il tempo della visione trova un parallelo sorprendente nel libro del filosofo Pier Aldo Rovatti, L’esercizio del silenzio. L’autore suggerisce di non affrettare la comprensione di ciò che si osserva, ma di concedersi un intervallo di attesa, un momento in cui la percezione si allarga e si arricchisce. Per l’artista, questo concetto è centrale: le sue opere non si rivelano subito, richiedono attenzione e pazienza, e in cambio restituiscono una percezione più profonda e articolata del mondo.
Sedmac considera i suoi dipinti come compagni di viaggio, amici silenziosi che offrono riflessione e intuizione. L’allestimento di una mostra diventa quindi un atto di scrittura visiva, un incrocio di piani che si dispiegano come pagine di un libro. “Vedere le opere fuori dal mio atelier è come vederle per la prima volta,” afferma, sottolineando come lo spazio espositivo contribuisca a instaurare un nuovo dialogo tra opera e spettatore.
I Guardatori: tra specchio e visione
La serie Guardatori, iniziata alla fine degli anni Ottanta, rappresenta il cuore della narrazione espositiva. Figure ambigue, sospese tra presenza e dissoluzione, osservano lo spettatore e al contempo si lasciano guardare. Sono riflessi dell’individuo, manifestazioni delle paure più intime, memorie che riaffiorano e costringono a confrontarsi con ciò che spesso si tenta di nascondere.
In questa tensione visiva e psicologica, l’opera di Sedmac acquista una dimensione cinematografica: i Guardatori evocano atmosfere sospese, simili a quelle di Stalker di Andrei Tarkovsky, dove il viaggio non è solo fisico, ma esplorazione dell’inconscio. Le figure appaiono e scompaiono nello spazio, oscillando tra realtà e percezione, invitando lo spettatore a diventare parte attiva del processo visivo.
Paesaggi liminali e solitudini universali
Accanto ai Guardatori, la serie Liminal esplora spazi privi di presenza umana, ispirandosi ai deserti del Marocco. Qui la solitudine diventa condizione esistenziale: l’orizzonte non definisce, ma dissolve; lo spazio non racconta, ma suggerisce. La pittura si sottrae alla narrazione tradizionale del paesaggio, trasformandosi in esperienza atmosferica.
La luce, i riflessi e la materia divengono protagonisti. Ogni velatura di colore crea forme impalpabili, effimere, che sfuggono a ogni fissazione visiva. L’osservatore è chiamato a percepire l’invisibile, a leggere tra le linee, a entrare in uno spazio liminale in cui il tempo sembra rallentare e il senso si dilata.
Esplosioni interiori e visioni cinematografiche
Nella serie Passare al bosco, la materia esplode in composizioni che evocano implosioni interiori. I riferimenti cinematografici sono chiari: la lentezza delle esplosioni richiama il montaggio visivo di Michelangelo Antonioni e la poesia visiva di Zabriskie Point. Ogni composizione diventa metafora di crollo e trasformazione, di resistenza interiore e libertà emotiva.
Il titolo stesso, preso in prestito da Ernst Jünger, suggerisce il ritorno a uno stato di resistenza e autonomia, un percorso interiore che si riflette nella forza dei colori e nella complessità della stratificazione.
Luce, resistenza e trasformazione
La luce attraversa l’intera ricerca di Sedmac, assumendo un ruolo tanto poetico quanto politico. In opere come Nunca pare de ver, l’atto dello sguardo diventa gesto di resistenza: osservare significa conoscere, conoscere significa agire.
Questa tensione tra fragilità e forza si manifesta in serie come Foglie ferite, dove le cicatrici si trasformano in segni luminosi, simboli di resilienza e memoria. In Ponte do Prado, ispirato al fiume Cávado, l’osservazione fugace si cristallizza in un’immagine permanente, sospesa tra realtà e ricordo, tra esperienza e contemplazione.
Una pittura che respira nel tempo
Nata a Trieste nel 1953 e oggi residente a Viana do Castelo, Manuela Sedmac sviluppa un linguaggio visivo caratterizzato dalla lentezza e dalla stratificazione. Dal nero profondo emergono velature sottili, costruite con una palette essenziale di bianco, nero e terra di Siena. Da questa scelta rigorosa nasce una gamma infinita di grigi e riflessi, in cui la luce, naturale o pittorica, trasforma continuamente l’immagine.
Le sue tele non sono mai statiche: mutano con il passare delle ore, dialogano con lo spazio, respirano insieme all’osservatore. La pittura diventa esperienza vivente, in cui la superficie è solo il punto di partenza di un viaggio percettivo.
Diventare Guardatori
L’esperienza espositiva di Sedmac si completa con l’introduzione di una dimensione sonora, che amplifica le suggestioni visive e apre nuovi canali percettivi. Le opere non si limitano a essere osservate: chiedono di essere attraversate.
In questo tempo dilatato della contemplazione, lo spettatore smette di essere semplice osservatore. Diventa a sua volta un Guardatore, parte integrante di un dialogo tra visibile e invisibile, tra superficie e profondità, tra colore e luce. È in questa trasformazione che l’arte di Manuela Sedmac rivela tutta la sua forza: un invito a vedere, a percepire, a sentire, e infine a comprendere che il silenzio e l’attesa sono parte fondamentale del gesto creativo.
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Nel silenzio dello sguardo: Guardatori di Manuela Sedmach alla Galleria Continua
Tempo stimato per la lettura: 18 minuti
Nel cuore del Marais, a Parigi, la Galleria Continua presenta Manuela Sedmach – Guardatori, in programma dal 20 marzo al 30 maggio 2026, una mostra che si impone come un invito raro alla lentezza. In questo spazio parigino, Manuela Sedmach conduce lo spettatore in un territorio sospeso tra mondo esterno e interiorità, dove osservare diventa un atto radicale e profondamente personale.
Leggi anche: Manuela Sedmach esorta a “Non smettere mai di vedere”
L’arte del tempo e della stratificazione
Manuela Sedmac costruisce la propria ricerca artistica come un esercizio di pazienza e di ascolto. La sua tecnica è un atto di presenza e di misura, che parte sempre da un fondo nero preparato con cura. Come spiega l’artista, “parto da un fondo completamente nero e, poco a poco, porto alla luce la tela con tre soli colori: il bianco, il nero e una specie di terra di Siena. Li mescolo a seconda della temperatura che desidero dare all’immagine, calore o freddezza.”
Non c’è mai la densità soffocante della pasta di colore; le velature sottili consentono alla tela di vibrare e respirare. Ogni strato si aggiunge senza prevaricare quello precedente, creando una stratificazione che l’occhio percepisce quasi senza accorgersene. La pittura di Sedmac non si impone allo sguardo, lo invita a immergersi, a prendere tempo, a lasciarsi attraversare dall’opera.
In questa pratica, ogni gesto è calibrato. L’immagine non appare mai in modo definitivo alla prima applicazione del colore: emerge, si fa riconoscere, e poi viene nuovamente stratificata, rielaborata attraverso nuove velature. Questo processo è evidente nella serie dei Guardatori, in cui la forma appare e scompare, oscillando tra presenza e dissoluzione. La pittura diventa così un dialogo costante tra superficie e profondità, tra percezione immediata e comprensione ritardata.
L’esercizio del silenzio
Il rapporto di Sedmac con il tempo della visione trova un parallelo sorprendente nel libro del filosofo Pier Aldo Rovatti, L’esercizio del silenzio. L’autore suggerisce di non affrettare la comprensione di ciò che si osserva, ma di concedersi un intervallo di attesa, un momento in cui la percezione si allarga e si arricchisce. Per l’artista, questo concetto è centrale: le sue opere non si rivelano subito, richiedono attenzione e pazienza, e in cambio restituiscono una percezione più profonda e articolata del mondo.
Sedmac considera i suoi dipinti come compagni di viaggio, amici silenziosi che offrono riflessione e intuizione. L’allestimento di una mostra diventa quindi un atto di scrittura visiva, un incrocio di piani che si dispiegano come pagine di un libro. “Vedere le opere fuori dal mio atelier è come vederle per la prima volta,” afferma, sottolineando come lo spazio espositivo contribuisca a instaurare un nuovo dialogo tra opera e spettatore.
I Guardatori: tra specchio e visione
La serie Guardatori, iniziata alla fine degli anni Ottanta, rappresenta il cuore della narrazione espositiva. Figure ambigue, sospese tra presenza e dissoluzione, osservano lo spettatore e al contempo si lasciano guardare. Sono riflessi dell’individuo, manifestazioni delle paure più intime, memorie che riaffiorano e costringono a confrontarsi con ciò che spesso si tenta di nascondere.
In questa tensione visiva e psicologica, l’opera di Sedmac acquista una dimensione cinematografica: i Guardatori evocano atmosfere sospese, simili a quelle di Stalker di Andrei Tarkovsky, dove il viaggio non è solo fisico, ma esplorazione dell’inconscio. Le figure appaiono e scompaiono nello spazio, oscillando tra realtà e percezione, invitando lo spettatore a diventare parte attiva del processo visivo.
Paesaggi liminali e solitudini universali
Accanto ai Guardatori, la serie Liminal esplora spazi privi di presenza umana, ispirandosi ai deserti del Marocco. Qui la solitudine diventa condizione esistenziale: l’orizzonte non definisce, ma dissolve; lo spazio non racconta, ma suggerisce. La pittura si sottrae alla narrazione tradizionale del paesaggio, trasformandosi in esperienza atmosferica.
La luce, i riflessi e la materia divengono protagonisti. Ogni velatura di colore crea forme impalpabili, effimere, che sfuggono a ogni fissazione visiva. L’osservatore è chiamato a percepire l’invisibile, a leggere tra le linee, a entrare in uno spazio liminale in cui il tempo sembra rallentare e il senso si dilata.
Esplosioni interiori e visioni cinematografiche
Nella serie Passare al bosco, la materia esplode in composizioni che evocano implosioni interiori. I riferimenti cinematografici sono chiari: la lentezza delle esplosioni richiama il montaggio visivo di Michelangelo Antonioni e la poesia visiva di Zabriskie Point. Ogni composizione diventa metafora di crollo e trasformazione, di resistenza interiore e libertà emotiva.
Il titolo stesso, preso in prestito da Ernst Jünger, suggerisce il ritorno a uno stato di resistenza e autonomia, un percorso interiore che si riflette nella forza dei colori e nella complessità della stratificazione.
Luce, resistenza e trasformazione
La luce attraversa l’intera ricerca di Sedmac, assumendo un ruolo tanto poetico quanto politico. In opere come Nunca pare de ver, l’atto dello sguardo diventa gesto di resistenza: osservare significa conoscere, conoscere significa agire.
Questa tensione tra fragilità e forza si manifesta in serie come Foglie ferite, dove le cicatrici si trasformano in segni luminosi, simboli di resilienza e memoria. In Ponte do Prado, ispirato al fiume Cávado, l’osservazione fugace si cristallizza in un’immagine permanente, sospesa tra realtà e ricordo, tra esperienza e contemplazione.
Una pittura che respira nel tempo
Nata a Trieste nel 1953 e oggi residente a Viana do Castelo, Manuela Sedmac sviluppa un linguaggio visivo caratterizzato dalla lentezza e dalla stratificazione. Dal nero profondo emergono velature sottili, costruite con una palette essenziale di bianco, nero e terra di Siena. Da questa scelta rigorosa nasce una gamma infinita di grigi e riflessi, in cui la luce, naturale o pittorica, trasforma continuamente l’immagine.
Le sue tele non sono mai statiche: mutano con il passare delle ore, dialogano con lo spazio, respirano insieme all’osservatore. La pittura diventa esperienza vivente, in cui la superficie è solo il punto di partenza di un viaggio percettivo.
Diventare Guardatori
L’esperienza espositiva di Sedmac si completa con l’introduzione di una dimensione sonora, che amplifica le suggestioni visive e apre nuovi canali percettivi. Le opere non si limitano a essere osservate: chiedono di essere attraversate.
In questo tempo dilatato della contemplazione, lo spettatore smette di essere semplice osservatore. Diventa a sua volta un Guardatore, parte integrante di un dialogo tra visibile e invisibile, tra superficie e profondità, tra colore e luce. È in questa trasformazione che l’arte di Manuela Sedmac rivela tutta la sua forza: un invito a vedere, a percepire, a sentire, e infine a comprendere che il silenzio e l’attesa sono parte fondamentale del gesto creativo.









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