Nan Goldin al Grand Palais: un viaggio tra amore, perdita e bellezza

Tempo stimato per la lettura: 4 minuti
Fotografa della marginalità e dell’intimo, di fama internazionale, Nan Goldin ha sempre aspirato a essere cineasta. Dal 18 marzo al 21 giugno 2026, il Grand Palais – Salon d’honneur e la Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière ospitano la retrospettiva This Will Not End Well (Non finirà bene) di Nan Goldin, organizzata dal Grand Palais in collaborazione con il Moderna Museet di Stoccolma. La mostra è curata da Fredrik Liew, direttore delle esposizioni e conservatore capo del Moderna Museet, con la collaborazione di Barbara Kroher, responsabile della programmazione delle mostre al Grand Palais. Per la prima volta in Francia, la retrospettiva presenta una panoramica completa dell’opera della fotografa come regista, attraverso le sue diapositive e i suoi video, confermando la sua capacità unica di trasformare fotografie in veri e propri film.
«Ho sempre voluto fare la regista. Le mie diapositive sono film composti di foto», spiega Goldin. La mostra comprende capolavori come The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022), The Other Side (1992-2021), Sisters, Saints, Sibyls (2004-2022), Memory Lost (2019-2021), Sirens (2019-2020) e Stendhal Syndrome (2024), ognuno dei quali esplora dimensioni intime, sociali e psicologiche differenti.
Un villaggio di padiglioni per un’esperienza immersiva
Al Grand Palais, la mostra si sviluppa all’interno di padiglioni unici progettati da Hala Wardé, architetta e collaboratrice storica di Goldin. Ogni padiglione risponde a un’opera specifica, formando un “villaggio” che si estende fino alla Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière, dove sarà presentata l’installazione Sisters, Saints, Sibyls, concepita per questo spazio nel 2004 durante il Festival d’Automne.
Le installazioni creano ambienti evocativi: una sala cinema per The Ballad of Sexual Dependency, l’atmosfera dorata di un club per The Other Side, spazi claustrofobici per Memory Lost, curve di conchiglia per Sirens e interni mistici di cappella per Stendhal Syndrome. La scenografia, supportata da Kvadrat e Sahco, immerge il visitatore in una narrazione emotiva che unisce immagini, suoni e architettura.
Intimità, trauma e memoria
Nan Goldin, nata a Washington D.C. nel 1953, è una delle artiste più influenti del panorama contemporaneo. La sua prima opera, The Ballad of Sexual Dependency, documenta la vita a Provincetown, New York, Berlino e Londra dagli anni ‘70 agli anni ‘90. Attraverso i suoi ritratti di amici, coppie e feste, Goldin cattura momenti di tenerezza, speranza e disperazione, creando una cronaca visiva di un mondo alternativo, libero dalle norme sociali e prima della crisi dell’AIDS.
Sisters, Saints, Sibyls racconta il trauma familiare e la perdita della sorella Barbara, morta a 18 anni dopo essere stata internata dalla famiglia. L’opera è un memoriale che intreccia fotografie familiari e iconografia religiosa, accompagnato dalle voci di Nick Cave, Leonard Cohen e Johnny Cash, sottolineando il legame tra esperienza personale e memoria collettiva.
Il percorso dei diaporami e della sperimentazione
Goldin ha iniziato a presentare i suoi slideshow in club, cinema underground e festival cinematografici europei intorno al 1980, aggiornando continuamente The Ballad of Sexual Dependency. Ogni proiezione è accompagnata da colonne sonore e elementi multimediali, trasformando il diaporama in un’esperienza fluida, aperta e in continua evoluzione.
Negli ultimi quarant’anni, Goldin ha creato una decina di slideshow, spaziando dai ritratti di amici alle narrazioni di eventi familiari traumatici. Con l’integrazione di immagini in movimento, voci e materiali d’archivio, la sua opera affronta questioni sociali come il genere, la salute mentale e l’AIDS, mantenendo un approccio sempre empatico e coinvolgente.
Arte e attivismo
La lotta contro la dipendenza da oppiacei ha portato Goldin a fondare nel 2017 P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now), un gruppo che denuncia il ruolo della famiglia Sackler nella crisi degli oppiacei e ne ha ottenuto la rimozione del nome dai principali musei. La sua arte rimane quindi un atto di testimonianza e impegno sociale, dimostrando che la storia personale può farsi strumento di azione collettiva.
Memory Lost e Sirens esplorano gli effetti della tossicodipendenza e dell’astinenza, mentre Stendhal Syndrome riflette sull’impatto psicologico della bellezza e dell’arte, collegando mito, emozione e percezione fisica.
Fusione tra mito e realtà
In opere come La mort d’Orphée, Goldin fonde volti dei suoi cari e figure mitologiche, confermando la capacità della sua arte di trasformare esperienze personali in narrazioni universali. La mostra mette in scena il dialogo tra tempo, memoria e corpo, offrendo un’esperienza intensa e misteriosa che permane anche dopo la visione.
Crediti immagini: Self Portrait at New Year’s Eve, Malibu California, 2006
© Nan Goldin
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Nan Goldin al Grand Palais: un viaggio tra amore, perdita e bellezza
Tempo stimato per la lettura: 12 minuti
Fotografa della marginalità e dell’intimo, di fama internazionale, Nan Goldin ha sempre aspirato a essere cineasta. Dal 18 marzo al 21 giugno 2026, il Grand Palais – Salon d’honneur e la Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière ospitano la retrospettiva This Will Not End Well (Non finirà bene) di Nan Goldin, organizzata dal Grand Palais in collaborazione con il Moderna Museet di Stoccolma. La mostra è curata da Fredrik Liew, direttore delle esposizioni e conservatore capo del Moderna Museet, con la collaborazione di Barbara Kroher, responsabile della programmazione delle mostre al Grand Palais. Per la prima volta in Francia, la retrospettiva presenta una panoramica completa dell’opera della fotografa come regista, attraverso le sue diapositive e i suoi video, confermando la sua capacità unica di trasformare fotografie in veri e propri film.
«Ho sempre voluto fare la regista. Le mie diapositive sono film composti di foto», spiega Goldin. La mostra comprende capolavori come The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022), The Other Side (1992-2021), Sisters, Saints, Sibyls (2004-2022), Memory Lost (2019-2021), Sirens (2019-2020) e Stendhal Syndrome (2024), ognuno dei quali esplora dimensioni intime, sociali e psicologiche differenti.
Un villaggio di padiglioni per un’esperienza immersiva
Al Grand Palais, la mostra si sviluppa all’interno di padiglioni unici progettati da Hala Wardé, architetta e collaboratrice storica di Goldin. Ogni padiglione risponde a un’opera specifica, formando un “villaggio” che si estende fino alla Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière, dove sarà presentata l’installazione Sisters, Saints, Sibyls, concepita per questo spazio nel 2004 durante il Festival d’Automne.
Le installazioni creano ambienti evocativi: una sala cinema per The Ballad of Sexual Dependency, l’atmosfera dorata di un club per The Other Side, spazi claustrofobici per Memory Lost, curve di conchiglia per Sirens e interni mistici di cappella per Stendhal Syndrome. La scenografia, supportata da Kvadrat e Sahco, immerge il visitatore in una narrazione emotiva che unisce immagini, suoni e architettura.
Intimità, trauma e memoria
Nan Goldin, nata a Washington D.C. nel 1953, è una delle artiste più influenti del panorama contemporaneo. La sua prima opera, The Ballad of Sexual Dependency, documenta la vita a Provincetown, New York, Berlino e Londra dagli anni ‘70 agli anni ‘90. Attraverso i suoi ritratti di amici, coppie e feste, Goldin cattura momenti di tenerezza, speranza e disperazione, creando una cronaca visiva di un mondo alternativo, libero dalle norme sociali e prima della crisi dell’AIDS.
Sisters, Saints, Sibyls racconta il trauma familiare e la perdita della sorella Barbara, morta a 18 anni dopo essere stata internata dalla famiglia. L’opera è un memoriale che intreccia fotografie familiari e iconografia religiosa, accompagnato dalle voci di Nick Cave, Leonard Cohen e Johnny Cash, sottolineando il legame tra esperienza personale e memoria collettiva.
Il percorso dei diaporami e della sperimentazione
Goldin ha iniziato a presentare i suoi slideshow in club, cinema underground e festival cinematografici europei intorno al 1980, aggiornando continuamente The Ballad of Sexual Dependency. Ogni proiezione è accompagnata da colonne sonore e elementi multimediali, trasformando il diaporama in un’esperienza fluida, aperta e in continua evoluzione.
Negli ultimi quarant’anni, Goldin ha creato una decina di slideshow, spaziando dai ritratti di amici alle narrazioni di eventi familiari traumatici. Con l’integrazione di immagini in movimento, voci e materiali d’archivio, la sua opera affronta questioni sociali come il genere, la salute mentale e l’AIDS, mantenendo un approccio sempre empatico e coinvolgente.
Arte e attivismo
La lotta contro la dipendenza da oppiacei ha portato Goldin a fondare nel 2017 P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now), un gruppo che denuncia il ruolo della famiglia Sackler nella crisi degli oppiacei e ne ha ottenuto la rimozione del nome dai principali musei. La sua arte rimane quindi un atto di testimonianza e impegno sociale, dimostrando che la storia personale può farsi strumento di azione collettiva.
Memory Lost e Sirens esplorano gli effetti della tossicodipendenza e dell’astinenza, mentre Stendhal Syndrome riflette sull’impatto psicologico della bellezza e dell’arte, collegando mito, emozione e percezione fisica.
Fusione tra mito e realtà
In opere come La mort d’Orphée, Goldin fonde volti dei suoi cari e figure mitologiche, confermando la capacità della sua arte di trasformare esperienze personali in narrazioni universali. La mostra mette in scena il dialogo tra tempo, memoria e corpo, offrendo un’esperienza intensa e misteriosa che permane anche dopo la visione.
Crediti immagini: Self Portrait at New Year’s Eve, Malibu California, 2006
© Nan Goldin






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