Bicentenario della fotografia 2026-2027: mostre e artisti in Francia

Tempo stimato per la lettura: 4,7 minuti
Dal 1° settembre 2026 al 30 settembre 2027 la Francia trasforma il bicentenario della fotografia in una sorta di grande laboratorio dello sguardo. Non una semplice celebrazione patrimoniale, ma un programma nazionale e internazionale che attraversa musei, archivi, festival, biblioteche, scuole e luoghi indipendenti, coinvolgendo anche i territori d’oltremare e oltre trenta Paesi. L’ambizione dichiarata dal ministero della Cultura è quella di raccontare la fotografia «sotto tutte le sue forme»: dalla prima immagine di Nicéphore Niépce alle immagini digitali e alle trasformazioni prodotte dall’intelligenza artificiale.
Niépce, o l’inizio di un’ossessione
Tutto comincia, simbolicamente, dalla finestra di una casa in Borgogna. Nei primi anni dell’Ottocento Nicéphore Niépce riesce a rendere permanente ciò che la camera obscura aveva sempre mostrato soltanto per un istante: un’immagine del mondo. La fotografia nasce così da una contraddizione destinata a non risolversi mai. Vuole avvicinare il reale alla sua rappresentazione, ma ogni immagine è già una scelta, un taglio, una distanza. Il manifesto scientifico del bicentenario individua proprio qui la questione decisiva: l’utopia dell’oggettività fotografica.
Guardare non è mai stato neutrale
Il titolo scelto per la manifestazione — 200 ans de photographie : célébrons les regards — sposta abilmente l’attenzione dalla macchina a chi la usa e a chi osserva. L’identità visiva affidata a Cléo Charuet e all’agenzia Cleoburo prende infatti la forma di uno sguardo: un logo costruito intorno agli occhi, pensato per suggerire curiosità, complicità e persino ironia. È una scelta meno innocente di quanto sembri. Dopo due secoli di fotografie, il vero tema non è soltanto ciò che l’obiettivo registra, ma il modo in cui impariamo a vedere ciò che abbiamo davanti.
Dall’album di famiglia all’intelligenza artificiale
La fotografia, oggi, è talmente quotidiana da rischiare di diventare invisibile. Lo smartphone ha trasformato quasi ogni individuo in produttore d’immagini, mentre l’intelligenza artificiale rende possibile fabbricare fotografie senza che davanti all’obiettivo sia mai esistito un soggetto. Il bicentenario assume questa mutazione non come una parentesi tecnologica, ma come una nuova tappa della storia del medium. Il manifesto insiste sulla necessità di interrogare insieme opportunità e rischi dell’immagine artificiale, senza abbandonare quella educazione dello sguardo che la fotografia rende urgente da due secoli.
Reinventare la fotografia
La prova più concreta di questa apertura al presente è la commande nationale Réinventer la photographie, affidata dal ministero al Centre national des arts plastiques. Su 480 candidature sono stati selezionati quindici progetti, con una dotazione complessiva di 22.000 euro per ciascun artista, destinata sia alla realizzazione sia alla produzione dell’opera. Tra i nomi figurano Marie Bovo, Gaëlle Choisne, Laurent Millet, Constance Nouvel, Baptiste Rabichon e Stéphanie Solinas. Le opere entreranno nelle collezioni del Cnap e saranno esposte in Francia e all’estero.
Anche il libro torna al centro
Il bicentenario non vuole però ridurre la fotografia alla mostra. Il ministero e il Centre national du livre hanno destinato 180.000 euro a 32 progetti editoriali, sostenendo nuove pubblicazioni, traduzioni e riedizioni. Il catalogo attraversa epoche e sensibilità diverse: Niépce, André Kertész, Hippolyte Bayard, Tana Hoban, Chris Killip, la fotografia queer e marronne, le migrazioni, la fotografia pubblicitaria, gli anni Ottanta francesi. È forse uno degli aspetti più interessanti dell’operazione: celebrare le immagini significa anche restituire loro il tempo lento della pagina, della ricerca e della memoria.
Una storia che esce dal museo
La manifestazione prova inoltre a spostare il baricentro della storia fotografica. Non soltanto capolavori, autori canonizzati e grandi istituzioni, ma archivi familiari, immagini vernacolari, fotografie dell’esilio, del lavoro, delle migrazioni e comunità rimaste a lungo ai margini della rappresentazione. È il terreno su cui si muoverà anche il colloquio internazionale Sous nos yeux. Deux siècles d’archives photographiques, previsto al Mucem di Marsiglia dal 24 al 26 marzo 2027. L’INHA propone di interrogare ciò che gli archivi conservano, ma anche ciò che hanno perduto o scelto di non mostrare.
La fotografia come archivio del presente
In questo senso, il bicentenario arriva in un momento particolarmente delicato. Mai abbiamo prodotto tante immagini e mai è stato così difficile stabilire quali meritino di essere conservate. Le fotografie digitali possono essere infinite, ma non per questo sono eterne: dipendono da dispositivi, formati, server, piattaforme e pratiche di archiviazione. L’INHA mette esplicitamente in relazione memoria fotografica, patrimonio, distruzione, migrazioni, archivi queer e intelligenza artificiale. Il problema del futuro, dunque, non sarà soltanto come produrre immagini, ma come impedire che la nostra epoca diventi un immenso archivio senza memoria.
Duecento anni dopo, che cosa fotografiamo?
È qui che il bicentenario francese può diventare qualcosa di più di una ricorrenza istituzionale. La fotografia è nata dalla promessa di catturare il reale e ha trascorso due secoli a dimostrare che quella promessa era impossibile. Ha documentato guerre e vacanze, corpi e paesaggi, rivoluzioni e pubblicità; è entrata nei musei, nei giornali, nei telefoni e ora nei sistemi generativi. Festeggiarla significa allora accettare questa ambivalenza: la fotografia non è la realtà, ma uno dei dispositivi attraverso cui impariamo a costruirne una. Duecento anni dopo Niépce, il soggetto più interessante resta dunque lo stesso: il nostro sguardo.
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Bicentenario della fotografia 2026-2027: mostre e artisti in Francia
Tempo stimato per la lettura: 14 minuti
Dal 1° settembre 2026 al 30 settembre 2027 la Francia trasforma il bicentenario della fotografia in una sorta di grande laboratorio dello sguardo. Non una semplice celebrazione patrimoniale, ma un programma nazionale e internazionale che attraversa musei, archivi, festival, biblioteche, scuole e luoghi indipendenti, coinvolgendo anche i territori d’oltremare e oltre trenta Paesi. L’ambizione dichiarata dal ministero della Cultura è quella di raccontare la fotografia «sotto tutte le sue forme»: dalla prima immagine di Nicéphore Niépce alle immagini digitali e alle trasformazioni prodotte dall’intelligenza artificiale.
Niépce, o l’inizio di un’ossessione
Tutto comincia, simbolicamente, dalla finestra di una casa in Borgogna. Nei primi anni dell’Ottocento Nicéphore Niépce riesce a rendere permanente ciò che la camera obscura aveva sempre mostrato soltanto per un istante: un’immagine del mondo. La fotografia nasce così da una contraddizione destinata a non risolversi mai. Vuole avvicinare il reale alla sua rappresentazione, ma ogni immagine è già una scelta, un taglio, una distanza. Il manifesto scientifico del bicentenario individua proprio qui la questione decisiva: l’utopia dell’oggettività fotografica.
Guardare non è mai stato neutrale
Il titolo scelto per la manifestazione — 200 ans de photographie : célébrons les regards — sposta abilmente l’attenzione dalla macchina a chi la usa e a chi osserva. L’identità visiva affidata a Cléo Charuet e all’agenzia Cleoburo prende infatti la forma di uno sguardo: un logo costruito intorno agli occhi, pensato per suggerire curiosità, complicità e persino ironia. È una scelta meno innocente di quanto sembri. Dopo due secoli di fotografie, il vero tema non è soltanto ciò che l’obiettivo registra, ma il modo in cui impariamo a vedere ciò che abbiamo davanti.
Dall’album di famiglia all’intelligenza artificiale
La fotografia, oggi, è talmente quotidiana da rischiare di diventare invisibile. Lo smartphone ha trasformato quasi ogni individuo in produttore d’immagini, mentre l’intelligenza artificiale rende possibile fabbricare fotografie senza che davanti all’obiettivo sia mai esistito un soggetto. Il bicentenario assume questa mutazione non come una parentesi tecnologica, ma come una nuova tappa della storia del medium. Il manifesto insiste sulla necessità di interrogare insieme opportunità e rischi dell’immagine artificiale, senza abbandonare quella educazione dello sguardo che la fotografia rende urgente da due secoli.
Reinventare la fotografia
La prova più concreta di questa apertura al presente è la commande nationale Réinventer la photographie, affidata dal ministero al Centre national des arts plastiques. Su 480 candidature sono stati selezionati quindici progetti, con una dotazione complessiva di 22.000 euro per ciascun artista, destinata sia alla realizzazione sia alla produzione dell’opera. Tra i nomi figurano Marie Bovo, Gaëlle Choisne, Laurent Millet, Constance Nouvel, Baptiste Rabichon e Stéphanie Solinas. Le opere entreranno nelle collezioni del Cnap e saranno esposte in Francia e all’estero.
Anche il libro torna al centro
Il bicentenario non vuole però ridurre la fotografia alla mostra. Il ministero e il Centre national du livre hanno destinato 180.000 euro a 32 progetti editoriali, sostenendo nuove pubblicazioni, traduzioni e riedizioni. Il catalogo attraversa epoche e sensibilità diverse: Niépce, André Kertész, Hippolyte Bayard, Tana Hoban, Chris Killip, la fotografia queer e marronne, le migrazioni, la fotografia pubblicitaria, gli anni Ottanta francesi. È forse uno degli aspetti più interessanti dell’operazione: celebrare le immagini significa anche restituire loro il tempo lento della pagina, della ricerca e della memoria.
Una storia che esce dal museo
La manifestazione prova inoltre a spostare il baricentro della storia fotografica. Non soltanto capolavori, autori canonizzati e grandi istituzioni, ma archivi familiari, immagini vernacolari, fotografie dell’esilio, del lavoro, delle migrazioni e comunità rimaste a lungo ai margini della rappresentazione. È il terreno su cui si muoverà anche il colloquio internazionale Sous nos yeux. Deux siècles d’archives photographiques, previsto al Mucem di Marsiglia dal 24 al 26 marzo 2027. L’INHA propone di interrogare ciò che gli archivi conservano, ma anche ciò che hanno perduto o scelto di non mostrare.
La fotografia come archivio del presente
In questo senso, il bicentenario arriva in un momento particolarmente delicato. Mai abbiamo prodotto tante immagini e mai è stato così difficile stabilire quali meritino di essere conservate. Le fotografie digitali possono essere infinite, ma non per questo sono eterne: dipendono da dispositivi, formati, server, piattaforme e pratiche di archiviazione. L’INHA mette esplicitamente in relazione memoria fotografica, patrimonio, distruzione, migrazioni, archivi queer e intelligenza artificiale. Il problema del futuro, dunque, non sarà soltanto come produrre immagini, ma come impedire che la nostra epoca diventi un immenso archivio senza memoria.
Duecento anni dopo, che cosa fotografiamo?
È qui che il bicentenario francese può diventare qualcosa di più di una ricorrenza istituzionale. La fotografia è nata dalla promessa di catturare il reale e ha trascorso due secoli a dimostrare che quella promessa era impossibile. Ha documentato guerre e vacanze, corpi e paesaggi, rivoluzioni e pubblicità; è entrata nei musei, nei giornali, nei telefoni e ora nei sistemi generativi. Festeggiarla significa allora accettare questa ambivalenza: la fotografia non è la realtà, ma uno dei dispositivi attraverso cui impariamo a costruirne una. Duecento anni dopo Niépce, il soggetto più interessante resta dunque lo stesso: il nostro sguardo.



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