Richard Avedon. In the American West, il volto nascosto dell’America

About the Author: Redazione ViviCreativo

Published On: 8 Ottobre 2026

Tempo stimato per la lettura: 6,1 minuti

Per cinque anni Richard Avedon ha attraversato l’America alla ricerca di un volto diverso del Paese, lontano dalle immagini patinate dei divi e dai grandi miti nazionali. Tra il 1979 e il 1984, il fotografo che aveva rivoluzionato la moda e immortalato celebrità, artisti e politici si mette in viaggio verso il West. Su incarico dell’Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth, in Texas, percorre migliaia di chilometri e fotografa oltre mille persone: camionisti, minatori, operai, contadini, impiegati, disoccupati, adolescenti e lavoratori incontrati lungo il cammino.

Nasce così In the American West, una delle serie più radicali della fotografia del Novecento. Avedon abbandona i riflettori per concentrarsi su volti spesso lontani dalla rappresentazione ufficiale dell’America, restituendo a ciascun soggetto una presenza quasi monumentale. I suoi celebri ritratti in bianco e nero, realizzati davanti a uno sfondo bianco, eliminano il paesaggio e ogni elemento superfluo: resta soltanto la persona, con la sua storia impressa nello sguardo e nei lineamenti.

Il West senza mito

Dopo il successo della mostra presentata a Parigi dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, curata dal suo direttore Clément Chéroux, in collaborazione con la Richard Avedon Foundation,  in occasione dei quarant’anni dalla pubblicazione del volume, la serie torna al centro dell’attenzione internazionale. In the American West arriva in Italia nella sua interezza. Dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027, Palazzo Esposizioni Roma presenta questa straordinaria galleria di volti, invitando il pubblico a guardare, attraverso gli occhi di Avedon, un’America molto distante da quella dei suoi miti.

Non c’è quasi nulla, in queste fotografie, che permetta allo spettatore di riconoscere il West come lo ha immaginato il cinema. Nessun paesaggio monumentale, nessun cavallo al galoppo, nessuna frontiera da conquistare. Avedon porta via il fondale e lascia soltanto un corpo davanti a noi. Un grande telo bianco, la luce naturale, una macchina fotografica di grande formato e una persona. Il resto scompare. È proprio questa sottrazione a rendere le immagini così potenti: il West non è più un territorio, ma una successione di volti, posture, mani, abiti, ferite, sguardi.

L’inizio del viaggio

Il progetto nasce quasi per caso. Nel 1978, durante una convalescenza in Montana, Avedon fotografa Wilbur Powell, caposquadra di un ranch. Il ritratto viene pubblicato da Newsweek e arriva all’attenzione di Mitchell A. Wilder, direttore dell’Amon Carter Museum di Fort Worth, che invita il fotografo a sviluppare una ricerca sul West americano. Nel marzo 1979 Avedon comincia a viaggiare. Per cinque anni attraversa ventuno Stati, tornando soprattutto in primavera e in estate. Cerca i suoi soggetti nei luoghi dove il lavoro lascia tracce: fiere, rodei, mercati del bestiame, mattatoi, miniere, pozzi petroliferi, aree di sosta.

Gli invisibili

Ne fotograferà più di mille, ma soltanto 123 immagini arriveranno alla prima selezione, e 110 saranno raccolte nel libro In the American West, pubblicato nel 1985 da Harry N. Abrams. Sono persone che normalmente non occupano il centro della rappresentazione pubblica: lavoratori manuali, camionisti, adolescenti, allevatori, impiegati, minatori, donne e uomini incontrati lungo la strada. Avedon li sottrae per un istante al loro anonimato. Il loro mestiere diventa una didascalia, non una definizione. Davanti all’obiettivo restano soprattutto individui, esposti nella loro irriducibile singolarità.

La semplicità come costruzione

La scelta del bianco non è però sinonimo di neutralità. Avedon costruisce ogni immagine con una precisione quasi teatrale. Decide dove collocare il fondale, come posizionare il soggetto, quanto farlo attendere, quando scattare. La fotografia sembra semplice perché tutto ciò che potrebbe distrarre è stato eliminato. Ma dietro quella semplicità c’è una relazione, talvolta lunga e tesa, tra chi guarda e chi viene guardato. Il ritratto non documenta semplicemente una persona: registra l’istante fragile in cui una persona si trova davanti a una macchina fotografica e diventa consapevole di essere vista.

La verità dell’artificio

È qui che Avedon mette in crisi l’idea stessa di verità fotografica. La sua fotografia è costruita, ma non per questo meno vera. Anzi: l’artificio può diventare uno strumento per avvicinarsi a qualcosa che la pura registrazione non riesce a cogliere. Il volto di Ronald Fischer, apicoltore di Davis, California, immerso in uno sciame di api, è forse l’esempio più spettacolare. Tutto sembra impossibile eppure terribilmente concreto. Avedon non nasconde la finzione: la usa per mettere lo spettatore davanti a una presenza fisica, vulnerabile, quasi perturbante.

L’America dopo il sogno

La forza della serie sta anche nel momento storico in cui prende forma. Gli Stati Uniti della fine degli anni Settanta sono lontani dall’immagine trionfante della prosperità americana. La crisi petrolifera, la recessione, la deindustrializzazione e le trasformazioni del lavoro stanno modificando profondamente il Paese. Avedon guarda proprio là dove il sogno americano mostra le proprie crepe. Non realizza un reportage sociale in senso tradizionale: non racconta comunità, non spiega situazioni, non costruisce una narrazione cronologica. Isola gli individui. E attraverso quei corpi rende visibile una trasformazione collettiva.

Volti, mestieri, destini

Sandra Bennett, dodicenne, posa a Rocky Ford; Boyd Fortin, tredicenne, mostra il proprio lavoro come scuoiatore di serpenti a sonagli; Petra Alvarado viene fotografata a El Paso il giorno del suo compleanno. Ci sono minatori di carbone, allevatori di maiali, addetti stampa, operai. Le didascalie registrano nome, mestiere, luogo e data, quasi a voler restituire a ciascuno una precisa identità dopo l’isolamento prodotto dal fondo bianco. La fotografia li rende monumentali senza idealizzarli. Sono corpi reali, spesso imperfetti, sempre presenti. È una monumentalità senza eroismo.

Dentro l’archivio

Al Palazzo Esposizioni Roma arrivano le 110 fotografie della serie nella forma più vicina a quella pensata da Avedon: le stampe utilizzate per la pubblicazione del libro del 1985. Accanto alle immagini, la mostra presenta materiali d’archivio della Richard Avedon Foundation: appunti, Polaroid di lavoro, documenti e corrispondenza con i soggetti. Sono tracce preziose perché permettono di vedere ciò che normalmente resta fuori dall’immagine: la ricerca, gli incontri, le esitazioni, la selezione. Dietro ogni ritratto emerge così una storia di relazione, non soltanto di tecnica.

Quello che resta del ritratto

Avedon non cerca una risposta, e nemmeno una definizione dei suoi soggetti. Li mette davanti a noi e lascia che sia l’immagine a produrre l’incertezza. Sono volti osservati con attenzione, ma mai completamente decifrabili; corpi esposti e insieme protetti da una distanza che la fotografia non riesce a cancellare. È in questa ambiguità che la serie continua a disturbare: non documenta semplicemente un’epoca, né pretende di rappresentare un’intera società. Mostra piuttosto ciò che accade quando qualcuno guarda e qualcun altro accetta di essere guardato. Il fondo bianco non semplifica il mondo: lo rende più difficile da leggere. E forse è proprio questa la sua misura più contemporanea.

 

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Published On: 8 Ottobre 2026

About the Author: Redazione ViviCreativo

Tempo stimato per la lettura: 18 minuti

Per cinque anni Richard Avedon ha attraversato l’America alla ricerca di un volto diverso del Paese, lontano dalle immagini patinate dei divi e dai grandi miti nazionali. Tra il 1979 e il 1984, il fotografo che aveva rivoluzionato la moda e immortalato celebrità, artisti e politici si mette in viaggio verso il West. Su incarico dell’Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth, in Texas, percorre migliaia di chilometri e fotografa oltre mille persone: camionisti, minatori, operai, contadini, impiegati, disoccupati, adolescenti e lavoratori incontrati lungo il cammino.

Nasce così In the American West, una delle serie più radicali della fotografia del Novecento. Avedon abbandona i riflettori per concentrarsi su volti spesso lontani dalla rappresentazione ufficiale dell’America, restituendo a ciascun soggetto una presenza quasi monumentale. I suoi celebri ritratti in bianco e nero, realizzati davanti a uno sfondo bianco, eliminano il paesaggio e ogni elemento superfluo: resta soltanto la persona, con la sua storia impressa nello sguardo e nei lineamenti.

Il West senza mito

Dopo il successo della mostra presentata a Parigi dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, curata dal suo direttore Clément Chéroux, in collaborazione con la Richard Avedon Foundation,  in occasione dei quarant’anni dalla pubblicazione del volume, la serie torna al centro dell’attenzione internazionale. In the American West arriva in Italia nella sua interezza. Dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027, Palazzo Esposizioni Roma presenta questa straordinaria galleria di volti, invitando il pubblico a guardare, attraverso gli occhi di Avedon, un’America molto distante da quella dei suoi miti.

Non c’è quasi nulla, in queste fotografie, che permetta allo spettatore di riconoscere il West come lo ha immaginato il cinema. Nessun paesaggio monumentale, nessun cavallo al galoppo, nessuna frontiera da conquistare. Avedon porta via il fondale e lascia soltanto un corpo davanti a noi. Un grande telo bianco, la luce naturale, una macchina fotografica di grande formato e una persona. Il resto scompare. È proprio questa sottrazione a rendere le immagini così potenti: il West non è più un territorio, ma una successione di volti, posture, mani, abiti, ferite, sguardi.

L’inizio del viaggio

Il progetto nasce quasi per caso. Nel 1978, durante una convalescenza in Montana, Avedon fotografa Wilbur Powell, caposquadra di un ranch. Il ritratto viene pubblicato da Newsweek e arriva all’attenzione di Mitchell A. Wilder, direttore dell’Amon Carter Museum di Fort Worth, che invita il fotografo a sviluppare una ricerca sul West americano. Nel marzo 1979 Avedon comincia a viaggiare. Per cinque anni attraversa ventuno Stati, tornando soprattutto in primavera e in estate. Cerca i suoi soggetti nei luoghi dove il lavoro lascia tracce: fiere, rodei, mercati del bestiame, mattatoi, miniere, pozzi petroliferi, aree di sosta.

Gli invisibili

Ne fotograferà più di mille, ma soltanto 123 immagini arriveranno alla prima selezione, e 110 saranno raccolte nel libro In the American West, pubblicato nel 1985 da Harry N. Abrams. Sono persone che normalmente non occupano il centro della rappresentazione pubblica: lavoratori manuali, camionisti, adolescenti, allevatori, impiegati, minatori, donne e uomini incontrati lungo la strada. Avedon li sottrae per un istante al loro anonimato. Il loro mestiere diventa una didascalia, non una definizione. Davanti all’obiettivo restano soprattutto individui, esposti nella loro irriducibile singolarità.

La semplicità come costruzione

La scelta del bianco non è però sinonimo di neutralità. Avedon costruisce ogni immagine con una precisione quasi teatrale. Decide dove collocare il fondale, come posizionare il soggetto, quanto farlo attendere, quando scattare. La fotografia sembra semplice perché tutto ciò che potrebbe distrarre è stato eliminato. Ma dietro quella semplicità c’è una relazione, talvolta lunga e tesa, tra chi guarda e chi viene guardato. Il ritratto non documenta semplicemente una persona: registra l’istante fragile in cui una persona si trova davanti a una macchina fotografica e diventa consapevole di essere vista.

La verità dell’artificio

È qui che Avedon mette in crisi l’idea stessa di verità fotografica. La sua fotografia è costruita, ma non per questo meno vera. Anzi: l’artificio può diventare uno strumento per avvicinarsi a qualcosa che la pura registrazione non riesce a cogliere. Il volto di Ronald Fischer, apicoltore di Davis, California, immerso in uno sciame di api, è forse l’esempio più spettacolare. Tutto sembra impossibile eppure terribilmente concreto. Avedon non nasconde la finzione: la usa per mettere lo spettatore davanti a una presenza fisica, vulnerabile, quasi perturbante.

L’America dopo il sogno

La forza della serie sta anche nel momento storico in cui prende forma. Gli Stati Uniti della fine degli anni Settanta sono lontani dall’immagine trionfante della prosperità americana. La crisi petrolifera, la recessione, la deindustrializzazione e le trasformazioni del lavoro stanno modificando profondamente il Paese. Avedon guarda proprio là dove il sogno americano mostra le proprie crepe. Non realizza un reportage sociale in senso tradizionale: non racconta comunità, non spiega situazioni, non costruisce una narrazione cronologica. Isola gli individui. E attraverso quei corpi rende visibile una trasformazione collettiva.

Volti, mestieri, destini

Sandra Bennett, dodicenne, posa a Rocky Ford; Boyd Fortin, tredicenne, mostra il proprio lavoro come scuoiatore di serpenti a sonagli; Petra Alvarado viene fotografata a El Paso il giorno del suo compleanno. Ci sono minatori di carbone, allevatori di maiali, addetti stampa, operai. Le didascalie registrano nome, mestiere, luogo e data, quasi a voler restituire a ciascuno una precisa identità dopo l’isolamento prodotto dal fondo bianco. La fotografia li rende monumentali senza idealizzarli. Sono corpi reali, spesso imperfetti, sempre presenti. È una monumentalità senza eroismo.

Dentro l’archivio

Al Palazzo Esposizioni Roma arrivano le 110 fotografie della serie nella forma più vicina a quella pensata da Avedon: le stampe utilizzate per la pubblicazione del libro del 1985. Accanto alle immagini, la mostra presenta materiali d’archivio della Richard Avedon Foundation: appunti, Polaroid di lavoro, documenti e corrispondenza con i soggetti. Sono tracce preziose perché permettono di vedere ciò che normalmente resta fuori dall’immagine: la ricerca, gli incontri, le esitazioni, la selezione. Dietro ogni ritratto emerge così una storia di relazione, non soltanto di tecnica.

Quello che resta del ritratto

Avedon non cerca una risposta, e nemmeno una definizione dei suoi soggetti. Li mette davanti a noi e lascia che sia l’immagine a produrre l’incertezza. Sono volti osservati con attenzione, ma mai completamente decifrabili; corpi esposti e insieme protetti da una distanza che la fotografia non riesce a cancellare. È in questa ambiguità che la serie continua a disturbare: non documenta semplicemente un’epoca, né pretende di rappresentare un’intera società. Mostra piuttosto ciò che accade quando qualcuno guarda e qualcun altro accetta di essere guardato. Il fondo bianco non semplifica il mondo: lo rende più difficile da leggere. E forse è proprio questa la sua misura più contemporanea.

 

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