Scanner riaccende la Roma di Antonioni: al MACRO il cinema diventa suono

Tempo stimato per la lettura: 4 minuti
Una Roma sospesa, attraversata da voci, rumori e frammenti di memoria. È quella che Robin Rimbaud, in arte Scanner, riporta in vita con 52 Spaces, performance live in programma mercoledì 7 ottobre 2026 alle ore 19, nella Sala Cinema del MACRO di Roma. L’appuntamento nasce in occasione della mostra personale dell’artista, a cura di Maria Lodovica Ferrari, e propone una nuova attivazione dal vivo dell’omonima installazione presentata nella Sala Audio del museo. Scanner accompagna la proiezione con una rielaborazione in tempo reale di suoni, voci e frammenti musicali, costruendo un’esperienza in cui immagine e ascolto smettono di essere elementi separati.
Leggi anche: MACRO Roma, l’autunno dell’arte tra fotografia, cinema e suono
Cinquantadue immagini, una città che scompare
Realizzato nel 2002 in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Michelangelo Antonioni, 52 Spaces nasce da L’eclisse, il film del 1962 con Monica Vitti e Alain Delon. Scanner prende la celebre sequenza finale e la scompone in cinquantadue immagini, rallentandole fino a trasformarle quasi in fotografie della memoria. I protagonisti non ci sono più. Restano le strade, le architetture, gli incroci, i cantieri, i passanti. È una scelta che porta alle estreme conseguenze uno dei gesti più radicali di Antonioni: lasciare che il paesaggio prenda il posto della storia e che la città continui a esistere quando i personaggi hanno ormai abbandonato l’inquadratura.
Quando il rumore diventa memoria
Durante la performance, quelle immagini vengono attraversate da un paesaggio sonoro costruito a partire dalla pellicola e trasformato dal vivo. Dialoghi, rumori ambientali, voci soffocate e frammenti della musica originale vengono isolati, dilatati e sovrapposti. Il suono non accompagna semplicemente ciò che si vede: lo modifica. Un rumore può far riemergere un luogo, una voce può evocare una presenza ormai scomparsa, una nota può riportare improvvisamente un’immagine dentro la memoria. È proprio in questa zona incerta, tra ciò che resta dell’immagine e ciò che il suono suggerisce, che si colloca la ricerca di Scanner.
La Roma straniante di Michelangelo Antonioni
In L’eclisse, ultimo capitolo della cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità, dopo L’avventura e La notte, Roma non è soltanto lo sfondo della vicenda sentimentale tra Vittoria e Piero. È una presenza autonoma, quasi un personaggio. Antonioni osserva la città del boom economico come uno spazio di trasformazione, alienazione e distanza. Le architetture moderne, i cantieri, le strade e i luoghi anonimi diventano la superficie visibile di una crisi più profonda. Nella celebre sequenza conclusiva, l’assenza dei protagonisti lascia campo libero agli oggetti e ai passanti. Scanner riparte esattamente da quel vuoto.
Il cinema rallentato fino a diventare ricordo
52 Spaces sottrae le immagini alla loro funzione narrativa. Non interessa più sapere cosa accadrà a Vittoria e Piero: interessa ciò che rimane quando una storia finisce. Un angolo di strada, una facciata, un’automobile, un passante possono allora assumere un peso inatteso. Il rallentamento delle sequenze produce una sorta di sospensione temporale, mentre il lavoro sonoro di Scanner apre continuamente nuove associazioni. L’immagine non racconta più: suggerisce. Il suono non illustra: interroga. E la Roma di Antonioni, liberata dai personaggi, diventa una città mentale, fatta di tracce e assenze.
Scanner, quarant’anni al confine tra arte e ascolto
Dal 1991, Robin Rimbaud ha sviluppato una ricerca al confine tra musica elettronica, arti visive e sperimentazione sonora. Installazioni, performance, progetti per il cinema e la danza sono diventati strumenti per indagare il rapporto tra suono, spazio e memoria. Al centro del suo lavoro c’è l’idea che i luoghi possano conservare qualcosa di ciò che è accaduto al loro interno e che l’ascolto possa riattivare quelle esperienze. In questa prospettiva, 52 Spaces appare quasi come un incontro naturale con Antonioni: entrambi lavorano sulle tracce lasciate dall’assenza, sui dettagli marginali e su ciò che continua a parlare quando la narrazione si è interrotta.
Una città da guardare, ma soprattutto da ascoltare
La performance del MACRO diventa così qualcosa di più di una sonorizzazione dal vivo. È un esercizio di riappropriazione della memoria cinematografica. Scanner prende un finale celebre, ne rallenta le immagini, ne frantuma il paesaggio acustico e lo restituisce al pubblico come materia nuova. A distanza di decenni, la Roma di Antonioni torna a interrogare lo spettatore proprio attraverso ciò che il cinema normalmente lascia ai margini: un rumore, una voce lontana, un’architettura, una strada vuota. 52 Spaces invita a fermarsi lì, dentro quel margine. E ad ascoltare ciò che l’immagine, da sola, non dice.
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Scanner riaccende la Roma di Antonioni: al MACRO il cinema diventa suono
Tempo stimato per la lettura: 12 minuti
Una Roma sospesa, attraversata da voci, rumori e frammenti di memoria. È quella che Robin Rimbaud, in arte Scanner, riporta in vita con 52 Spaces, performance live in programma mercoledì 7 ottobre 2026 alle ore 19, nella Sala Cinema del MACRO di Roma. L’appuntamento nasce in occasione della mostra personale dell’artista, a cura di Maria Lodovica Ferrari, e propone una nuova attivazione dal vivo dell’omonima installazione presentata nella Sala Audio del museo. Scanner accompagna la proiezione con una rielaborazione in tempo reale di suoni, voci e frammenti musicali, costruendo un’esperienza in cui immagine e ascolto smettono di essere elementi separati.
Leggi anche: MACRO Roma, l’autunno dell’arte tra fotografia, cinema e suono
Cinquantadue immagini, una città che scompare
Realizzato nel 2002 in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Michelangelo Antonioni, 52 Spaces nasce da L’eclisse, il film del 1962 con Monica Vitti e Alain Delon. Scanner prende la celebre sequenza finale e la scompone in cinquantadue immagini, rallentandole fino a trasformarle quasi in fotografie della memoria. I protagonisti non ci sono più. Restano le strade, le architetture, gli incroci, i cantieri, i passanti. È una scelta che porta alle estreme conseguenze uno dei gesti più radicali di Antonioni: lasciare che il paesaggio prenda il posto della storia e che la città continui a esistere quando i personaggi hanno ormai abbandonato l’inquadratura.
Quando il rumore diventa memoria
Durante la performance, quelle immagini vengono attraversate da un paesaggio sonoro costruito a partire dalla pellicola e trasformato dal vivo. Dialoghi, rumori ambientali, voci soffocate e frammenti della musica originale vengono isolati, dilatati e sovrapposti. Il suono non accompagna semplicemente ciò che si vede: lo modifica. Un rumore può far riemergere un luogo, una voce può evocare una presenza ormai scomparsa, una nota può riportare improvvisamente un’immagine dentro la memoria. È proprio in questa zona incerta, tra ciò che resta dell’immagine e ciò che il suono suggerisce, che si colloca la ricerca di Scanner.
La Roma straniante di Michelangelo Antonioni
In L’eclisse, ultimo capitolo della cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità, dopo L’avventura e La notte, Roma non è soltanto lo sfondo della vicenda sentimentale tra Vittoria e Piero. È una presenza autonoma, quasi un personaggio. Antonioni osserva la città del boom economico come uno spazio di trasformazione, alienazione e distanza. Le architetture moderne, i cantieri, le strade e i luoghi anonimi diventano la superficie visibile di una crisi più profonda. Nella celebre sequenza conclusiva, l’assenza dei protagonisti lascia campo libero agli oggetti e ai passanti. Scanner riparte esattamente da quel vuoto.
Il cinema rallentato fino a diventare ricordo
52 Spaces sottrae le immagini alla loro funzione narrativa. Non interessa più sapere cosa accadrà a Vittoria e Piero: interessa ciò che rimane quando una storia finisce. Un angolo di strada, una facciata, un’automobile, un passante possono allora assumere un peso inatteso. Il rallentamento delle sequenze produce una sorta di sospensione temporale, mentre il lavoro sonoro di Scanner apre continuamente nuove associazioni. L’immagine non racconta più: suggerisce. Il suono non illustra: interroga. E la Roma di Antonioni, liberata dai personaggi, diventa una città mentale, fatta di tracce e assenze.
Scanner, quarant’anni al confine tra arte e ascolto
Dal 1991, Robin Rimbaud ha sviluppato una ricerca al confine tra musica elettronica, arti visive e sperimentazione sonora. Installazioni, performance, progetti per il cinema e la danza sono diventati strumenti per indagare il rapporto tra suono, spazio e memoria. Al centro del suo lavoro c’è l’idea che i luoghi possano conservare qualcosa di ciò che è accaduto al loro interno e che l’ascolto possa riattivare quelle esperienze. In questa prospettiva, 52 Spaces appare quasi come un incontro naturale con Antonioni: entrambi lavorano sulle tracce lasciate dall’assenza, sui dettagli marginali e su ciò che continua a parlare quando la narrazione si è interrotta.
Una città da guardare, ma soprattutto da ascoltare
La performance del MACRO diventa così qualcosa di più di una sonorizzazione dal vivo. È un esercizio di riappropriazione della memoria cinematografica. Scanner prende un finale celebre, ne rallenta le immagini, ne frantuma il paesaggio acustico e lo restituisce al pubblico come materia nuova. A distanza di decenni, la Roma di Antonioni torna a interrogare lo spettatore proprio attraverso ciò che il cinema normalmente lascia ai margini: un rumore, una voce lontana, un’architettura, una strada vuota. 52 Spaces invita a fermarsi lì, dentro quel margine. E ad ascoltare ciò che l’immagine, da sola, non dice.



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