École des Modernités: riscrivere la storia dell’arte moderna

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 11 Aprile 2026

Tempo stimato per la lettura: 5,7 minuti

Nata all’interno dell’Institut Giacometti e realizzata in coedizione con Fage éditions, la collana «École des Modernités» è stata inaugurata nel gennaio 2022. Il progetto si inserisce nell’omonimo programma di ricerca della Fondation Giacometti, dedicato alla storia dell’arte moderna e in particolare alla dimensione cosmopolita di Parigi tra il 1905 e il 1960. La collana è affidata a Hugo Daniel, responsabile del programma École des Modernités.

L’obiettivo è quello di portare all’attenzione artisti, movimenti e percorsi rimasti ai margini della storiografia più consolidata. Si tratta di testi inediti, frutto di ricerche recenti e spesso basati su fonti primarie e archivi precedentemente poco accessibili. La scelta editoriale è quella di proporre studi brevi, rigorosi e a prezzo contenuto, capaci di rivolgersi tanto agli specialisti quanto a un pubblico più ampio.

Un nuovo sguardo oltre il canone delle avanguardie

Il progetto nasce da una domanda fondamentale: chi è rimasto fuori dalla storia della modernità? La risposta della collana non consiste semplicemente nell’aggiungere nuovi nomi a un canone già esistente, ma nel mettere in discussione le categorie attraverso cui quel canone è stato costruito.

Le vicende di artiste come Louise Janin o Alicia Penalba, per esempio, mostrano quanto sia difficile comprendere la modernità attraverso una successione lineare di movimenti e avanguardie. Janin, attiva a Parigi negli anni Venti, sviluppò una ricerca che sfuggiva alle contrapposizioni tradizionali tra astrazione e figurazione; Penalba, invece, costruì nella Parigi del dopoguerra una posizione originale nella scultura astratta, anche grazie alle relazioni con figure come Wilfredo Lam, Henri Matisse e Alberto Giacometti.

Dalle figure dimenticate alle geografie della modernità

I primi tre titoli, pubblicati nel 2022, hanno definito immediatamente questa impostazione: Alicia Penalba. Paris après-guerre, di Victoria Giraudo; Louise Janin, l’art de l’entre-deux, di Marion Sergent; e Primitifs modernes ? Définir l’art naïf en France dans les années 1930, di Marion Alluchon. Quest’ultimo studio affronta in particolare la complessa definizione dell’arte naïf e il ruolo di artisti come Séraphine Louis, André Bauchant e Camille Bombois, mostrando come anche queste esperienze abbiano partecipato alla costruzione della modernità.

La prospettiva si è poi allargata ad altre protagoniste e ad altri contesti. Cécile Bargues ha dedicato uno studio agli ultimi anni di Sophie Taeuber-Arp, ricostruiti anche grazie a nuove fonti d’archivio, mentre Lauren Walden ha seguito la diffusione del surrealismo da Parigi a Shanghai. In questo modo la collana mette progressivamente in discussione l’idea di una modernità esclusivamente francese o europea.

Artiste, scambi internazionali e percorsi fuori centro

Tra le pubblicazioni successive si trovano Zubeida Agha et le modernisme au Pakistan, di Saira Ansari, e Suzanne Duchamp par elle-même, di Talia Kwartler. Sono due esempi particolarmente significativi della direzione intrapresa dalla serie: da un lato il modernismo pakistano e una figura appartenente alla prima generazione di pittori moderni del Pakistan; dall’altro Suzanne Duchamp, artista la cui ricerca è stata a lungo oscurata dalla fama dei fratelli Marcel, Jacques Villon e Raymond Duchamp-Villon.

A questi si sono aggiunti Mary Callery. Une sculptrice entre Paris et New York, di Biancalucia Maglione, e Vladimir Baranoff-Rossiné. Apocalypses orphistes, di Sophie Goetzmann. La geografia del progetto diventa così sempre più articolata: Parigi non è più presentata come un centro isolato, ma come un luogo attraversato da artisti, idee e reti internazionali.

Dal Giappone al Sudafrica: una modernità davvero cosmopolita

Le uscite del 2026 confermano questa vocazione internazionale con Tarō Okamoto. La métamorphose comme avant-garde, di Wei Sun, e Gerard Sekoto. Polyphonies cosmopolites, di Nancy Dantas. Il volume dedicato a Okamoto approfondisce soprattutto gli anni parigini dell’artista giapponese, inserendolo nelle reti dell’avanguardia internazionale e rileggendone il percorso anche attraverso nuove fonti.

L’interesse per Gerard Sekoto porta invece la ricerca verso il Sudafrica e amplia ulteriormente il campo geografico della collana. Il risultato è una storia della modernità fatta di migrazioni, incontri, trasferimenti e contaminazioni, nella quale Parigi rappresenta un importante punto di passaggio ma non l’unico centro possibile.

Una palestra per la nuova storia dell’arte

Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda il sostegno alle nuove generazioni di studiosi. La Fondation Giacometti concepisce infatti l’École des Modernités come uno spazio di ricerca destinato anche a giovani storici dell’arte e curatori, attraverso borse di ricerca e contributi alla pubblicazione. La collana diventa così uno strumento concreto per accompagnare le prime ricerche verso una forma editoriale compiuta.

Non si tratta quindi soltanto di recuperare artisti poco conosciuti, ma di creare le condizioni perché nuove ricerche possano modificare il modo stesso in cui raccontiamo il Novecento. È questa forse la caratteristica più significativa di «École des Modernités»: il recupero del passato coincide con la costruzione di una nuova storiografia.

Piccoli formati, grandi questioni

La forza della collana risiede anche nella sua formula editoriale. I testi sono generalmente brevi e accompagnati da un apparato iconografico essenziale, con un prezzo accessibile. Il volume dedicato a Sophie Taeuber-Arp, per esempio, conta 96 pagine, mentre quello su Louise Janin ne conta 80; entrambi si presentano esplicitamente come saggi brevi dedicati a ricerche originali.

Questa scelta permette di affrontare temi specialistici senza trasformarli necessariamente in pubblicazioni monumentali. Ogni uscita funziona quasi come un tassello: isolando un’artista, un movimento o un contesto apparentemente secondario, contribuisce a ricomporre un’immagine più complessa della modernità.

Perché la collana è importante oggi

Il valore di École des Modernités sta dunque nella capacità di allargare il campo della storia dell’arte moderna. Le sue pubblicazioni mostrano che il Novecento non può essere raccontato soltanto attraverso i nomi più celebri e le avanguardie ormai canonizzate. Esiste una costellazione molto più ampia di artisti e artiste, spesso internazionali, che hanno partecipato alla trasformazione dei linguaggi moderni senza trovare un posto adeguato nei manuali.

In questo senso, ogni nuova uscita non è soltanto una monografia su una figura da riscoprire: è un’occasione per interrogare il funzionamento stesso del canone. La collana rende visibili le molteplici modernità che hanno attraversato Parigi e il mondo tra la prima metà del Novecento e il dopoguerra, restituendo alla storia dell’arte una dimensione più plurale, mobile e cosmopolita. È proprio questa prospettiva a fare dell’École des Modernités uno dei progetti editoriali più interessanti nel panorama contemporaneo degli studi sull’arte moderna.

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Nata all’interno dell’Institut Giacometti e realizzata in coedizione con Fage éditions, la collana «École des Modernités» è stata inaugurata nel gennaio 2022. Il progetto si inserisce nell’omonimo programma di ricerca della Fondation Giacometti, dedicato alla storia dell’arte moderna e in particolare alla dimensione cosmopolita di Parigi tra il 1905 e il 1960. La collana è affidata a Hugo Daniel, responsabile del programma École des Modernités.

L’obiettivo è quello di portare all’attenzione artisti, movimenti e percorsi rimasti ai margini della storiografia più consolidata. Si tratta di testi inediti, frutto di ricerche recenti e spesso basati su fonti primarie e archivi precedentemente poco accessibili. La scelta editoriale è quella di proporre studi brevi, rigorosi e a prezzo contenuto, capaci di rivolgersi tanto agli specialisti quanto a un pubblico più ampio.

Un nuovo sguardo oltre il canone delle avanguardie

Il progetto nasce da una domanda fondamentale: chi è rimasto fuori dalla storia della modernità? La risposta della collana non consiste semplicemente nell’aggiungere nuovi nomi a un canone già esistente, ma nel mettere in discussione le categorie attraverso cui quel canone è stato costruito.

Le vicende di artiste come Louise Janin o Alicia Penalba, per esempio, mostrano quanto sia difficile comprendere la modernità attraverso una successione lineare di movimenti e avanguardie. Janin, attiva a Parigi negli anni Venti, sviluppò una ricerca che sfuggiva alle contrapposizioni tradizionali tra astrazione e figurazione; Penalba, invece, costruì nella Parigi del dopoguerra una posizione originale nella scultura astratta, anche grazie alle relazioni con figure come Wilfredo Lam, Henri Matisse e Alberto Giacometti.

Dalle figure dimenticate alle geografie della modernità

I primi tre titoli, pubblicati nel 2022, hanno definito immediatamente questa impostazione: Alicia Penalba. Paris après-guerre, di Victoria Giraudo; Louise Janin, l’art de l’entre-deux, di Marion Sergent; e Primitifs modernes ? Définir l’art naïf en France dans les années 1930, di Marion Alluchon. Quest’ultimo studio affronta in particolare la complessa definizione dell’arte naïf e il ruolo di artisti come Séraphine Louis, André Bauchant e Camille Bombois, mostrando come anche queste esperienze abbiano partecipato alla costruzione della modernità.

La prospettiva si è poi allargata ad altre protagoniste e ad altri contesti. Cécile Bargues ha dedicato uno studio agli ultimi anni di Sophie Taeuber-Arp, ricostruiti anche grazie a nuove fonti d’archivio, mentre Lauren Walden ha seguito la diffusione del surrealismo da Parigi a Shanghai. In questo modo la collana mette progressivamente in discussione l’idea di una modernità esclusivamente francese o europea.

Artiste, scambi internazionali e percorsi fuori centro

Tra le pubblicazioni successive si trovano Zubeida Agha et le modernisme au Pakistan, di Saira Ansari, e Suzanne Duchamp par elle-même, di Talia Kwartler. Sono due esempi particolarmente significativi della direzione intrapresa dalla serie: da un lato il modernismo pakistano e una figura appartenente alla prima generazione di pittori moderni del Pakistan; dall’altro Suzanne Duchamp, artista la cui ricerca è stata a lungo oscurata dalla fama dei fratelli Marcel, Jacques Villon e Raymond Duchamp-Villon.

A questi si sono aggiunti Mary Callery. Une sculptrice entre Paris et New York, di Biancalucia Maglione, e Vladimir Baranoff-Rossiné. Apocalypses orphistes, di Sophie Goetzmann. La geografia del progetto diventa così sempre più articolata: Parigi non è più presentata come un centro isolato, ma come un luogo attraversato da artisti, idee e reti internazionali.

Dal Giappone al Sudafrica: una modernità davvero cosmopolita

Le uscite del 2026 confermano questa vocazione internazionale con Tarō Okamoto. La métamorphose comme avant-garde, di Wei Sun, e Gerard Sekoto. Polyphonies cosmopolites, di Nancy Dantas. Il volume dedicato a Okamoto approfondisce soprattutto gli anni parigini dell’artista giapponese, inserendolo nelle reti dell’avanguardia internazionale e rileggendone il percorso anche attraverso nuove fonti.

L’interesse per Gerard Sekoto porta invece la ricerca verso il Sudafrica e amplia ulteriormente il campo geografico della collana. Il risultato è una storia della modernità fatta di migrazioni, incontri, trasferimenti e contaminazioni, nella quale Parigi rappresenta un importante punto di passaggio ma non l’unico centro possibile.

Una palestra per la nuova storia dell’arte

Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda il sostegno alle nuove generazioni di studiosi. La Fondation Giacometti concepisce infatti l’École des Modernités come uno spazio di ricerca destinato anche a giovani storici dell’arte e curatori, attraverso borse di ricerca e contributi alla pubblicazione. La collana diventa così uno strumento concreto per accompagnare le prime ricerche verso una forma editoriale compiuta.

Non si tratta quindi soltanto di recuperare artisti poco conosciuti, ma di creare le condizioni perché nuove ricerche possano modificare il modo stesso in cui raccontiamo il Novecento. È questa forse la caratteristica più significativa di «École des Modernités»: il recupero del passato coincide con la costruzione di una nuova storiografia.

Piccoli formati, grandi questioni

La forza della collana risiede anche nella sua formula editoriale. I testi sono generalmente brevi e accompagnati da un apparato iconografico essenziale, con un prezzo accessibile. Il volume dedicato a Sophie Taeuber-Arp, per esempio, conta 96 pagine, mentre quello su Louise Janin ne conta 80; entrambi si presentano esplicitamente come saggi brevi dedicati a ricerche originali.

Questa scelta permette di affrontare temi specialistici senza trasformarli necessariamente in pubblicazioni monumentali. Ogni uscita funziona quasi come un tassello: isolando un’artista, un movimento o un contesto apparentemente secondario, contribuisce a ricomporre un’immagine più complessa della modernità.

Perché la collana è importante oggi

Il valore di École des Modernités sta dunque nella capacità di allargare il campo della storia dell’arte moderna. Le sue pubblicazioni mostrano che il Novecento non può essere raccontato soltanto attraverso i nomi più celebri e le avanguardie ormai canonizzate. Esiste una costellazione molto più ampia di artisti e artiste, spesso internazionali, che hanno partecipato alla trasformazione dei linguaggi moderni senza trovare un posto adeguato nei manuali.

In questo senso, ogni nuova uscita non è soltanto una monografia su una figura da riscoprire: è un’occasione per interrogare il funzionamento stesso del canone. La collana rende visibili le molteplici modernità che hanno attraversato Parigi e il mondo tra la prima metà del Novecento e il dopoguerra, restituendo alla storia dell’arte una dimensione più plurale, mobile e cosmopolita. È proprio questa prospettiva a fare dell’École des Modernités uno dei progetti editoriali più interessanti nel panorama contemporaneo degli studi sull’arte moderna.

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