Alioune Diagne: Saytu alla Galerie Templon, un viaggio nel cuore del Senegal

Tempo stimato per la lettura: 4,1 minuti
Dal 21 maggio al 18 luglio 2026, la Galerie Templon di Parigi ospita Saytu, la nuova mostra di Alioune Diagne, dopo il successo della Biennale di Venezia nel 2024. Questo insieme di opere inedite nasce da un’indagine artistica approfondita condotta dall’artista in Senegal negli ultimi due anni. Tra regioni centrali e aree isolate, Diagne ha visitato i territori dei Bassari, Bédik, Dialonké e Coniagui, documentando costumi, rituali e cerimonie ancestrali, testimoni di un patrimonio fragile e prezioso.
In lingua wolof, saytu significa “ricercare, ispezionare, conservare ciò che è prezioso”. Seguendo questo principio, Diagne si è immerso nella vita delle comunità locali, osservando e reinterpretando danze, canti, maschere e pratiche spirituali. I suoi soggiorni prolungati a Etiolo, Ethiwar, Ibel, Iwol, Andjel, Madina Baffé e Koupentoum hanno dato vita a un corpus di tele dove ogni modulo traduce l’intensità dei rituali e la loro energia vibrante.
Una pittura fatta di “segni inconsci”
La particolarità del lavoro di Diagne risiede in un linguaggio visivo modulare e preciso. I cosiddetti “segni inconsci”, piccoli frammenti aggregati, costituiscono la materia delle sue tele. Maschere, costumi, danze e musiche vengono tradotti in pittura tramite una tecnica quasi puntinista, a metà tra astrazione e figurazione. Alcune opere come Jeune fille Bassari (2025) colpiscono per immediatezza, mentre altre come La foule qui danse o Sous l’arbre sacré (2025) richiedono un lento decodificare, rispettando il mistero dei rituali trasmessi oralmente.
Influenzato dal sapere del nonno, maestro coranico, Diagne sviluppa un vocabolario universale capace di comunicare ciò che è ineffabile. Ogni tela diventa così un ponte tra memoria e modernità, un tentativo di catturare l’essenza spirituale e la forza vitale delle comunità incontrate.
Le donne al centro dei rituali
Tra i temi esplorati, la figura femminile occupa un ruolo centrale. La première ligne (2025) e Rythme Dialonké (2026) rendono omaggio alla creatività e al ruolo fondamentale delle donne nella trasmissione dei saperi e nella vita sociale. Attraverso queste opere, Diagne indaga come le pratiche ancestrali si collochino nel dialogo contemporaneo sulla posizione della donna nella società e sulla sopravvivenza del patrimonio culturale.
Il progetto non si limita a un approccio etnografico: si propone come una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla fragilità dei patrimoni culturali in un mondo globalizzato. Con un linguaggio pittorico contemporaneo, Diagne ci invita a interrogare il modo in cui le società moderne possono preservare, reinventare e trasmettere le proprie tradizioni.
Tra astrazione e figurazione
Le tele di Diagne oscillano tra astrazione e figurazione, offrendo uno sguardo poetico e analitico sul reale. Scene collettive, riti danzanti e momenti di raccoglimento vengono ricostruiti attraverso strutture modulari, dove densità e vibrazione trasmettono la potenza simbolica delle cerimonie. Ogni dettaglio è un microcosmo: un gesto, una maschera o un costume diventano veicoli di senso e memoria.
In Sous l’arbre sacré (2025), ad esempio, l’energia rituale è resa attraverso un accurato assemblaggio di moduli colorati, trasformando la tela in uno spazio di tensione ed emozione. La composizione invita lo spettatore a penetrare in un mondo insieme concreto e immaginario, dove esperienza sensoriale e conoscenza delle tradizioni si incontrano.
Cronista del suo tempo e archivi futuri
Alioune Diagne, nato nel 1985 a Kaffrine in Senegal, si pone come cronista del suo tempo. Laureato all’École des Beaux-Arts di Dakar nel 2008, il suo lavoro riflette sul tema della trasmissione dei saperi nell’era dei social network e della globalizzazione. Le sue opere interrogano la sopravvivenza dei patrimoni culturali e la loro trasformazione nelle società contemporanee.
Dal 2011, le sue opere sono state esposte in personali e collettive in Europa, Africa e Asia, entrando a far parte di collezioni prestigiose come il Denver Museum of Art e il Saudi Museum of Contemporary Art. Premiato nel 2023 con il Norval Foundation’s Public Vote Prize, Diagne ha rappresentato il Senegal alla 60ª Biennale di Venezia con Bokk – Bounds, consolidando la sua posizione sulla scena artistica internazionale.
Un linguaggio universale e singolare
Saytu dimostra la capacità di Diagne di creare un linguaggio pittorico universale, capace di trasmettere l’essenza delle tradizioni locali pur dialogando con la contemporaneità. Ogni tela è un ponte tra culture, epoche e sguardi, tra memoria individuale e collettiva. Tra astrazione e figurazione, energia e silenzio, le opere trasmettono l’intensità e la fragilità dei rituali, celebrando al contempo la ricchezza dei patrimoni immateriali del Senegal.
Con questa esposizione, Diagne ricorda che l’arte è memoria, trasmissione e riflessione sul tempo e sulla storia. Saytu non è solo un omaggio alle comunità incontrate: è un invito a contemplare e interrogare le relazioni tra tradizione, modernità e responsabilità culturale.
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Alioune Diagne: Saytu alla Galerie Templon, un viaggio nel cuore del Senegal
Tempo stimato per la lettura: 12 minuti
Dal 21 maggio al 18 luglio 2026, la Galerie Templon di Parigi ospita Saytu, la nuova mostra di Alioune Diagne, dopo il successo della Biennale di Venezia nel 2024. Questo insieme di opere inedite nasce da un’indagine artistica approfondita condotta dall’artista in Senegal negli ultimi due anni. Tra regioni centrali e aree isolate, Diagne ha visitato i territori dei Bassari, Bédik, Dialonké e Coniagui, documentando costumi, rituali e cerimonie ancestrali, testimoni di un patrimonio fragile e prezioso.
In lingua wolof, saytu significa “ricercare, ispezionare, conservare ciò che è prezioso”. Seguendo questo principio, Diagne si è immerso nella vita delle comunità locali, osservando e reinterpretando danze, canti, maschere e pratiche spirituali. I suoi soggiorni prolungati a Etiolo, Ethiwar, Ibel, Iwol, Andjel, Madina Baffé e Koupentoum hanno dato vita a un corpus di tele dove ogni modulo traduce l’intensità dei rituali e la loro energia vibrante.
Una pittura fatta di “segni inconsci”
La particolarità del lavoro di Diagne risiede in un linguaggio visivo modulare e preciso. I cosiddetti “segni inconsci”, piccoli frammenti aggregati, costituiscono la materia delle sue tele. Maschere, costumi, danze e musiche vengono tradotti in pittura tramite una tecnica quasi puntinista, a metà tra astrazione e figurazione. Alcune opere come Jeune fille Bassari (2025) colpiscono per immediatezza, mentre altre come La foule qui danse o Sous l’arbre sacré (2025) richiedono un lento decodificare, rispettando il mistero dei rituali trasmessi oralmente.
Influenzato dal sapere del nonno, maestro coranico, Diagne sviluppa un vocabolario universale capace di comunicare ciò che è ineffabile. Ogni tela diventa così un ponte tra memoria e modernità, un tentativo di catturare l’essenza spirituale e la forza vitale delle comunità incontrate.
Le donne al centro dei rituali
Tra i temi esplorati, la figura femminile occupa un ruolo centrale. La première ligne (2025) e Rythme Dialonké (2026) rendono omaggio alla creatività e al ruolo fondamentale delle donne nella trasmissione dei saperi e nella vita sociale. Attraverso queste opere, Diagne indaga come le pratiche ancestrali si collochino nel dialogo contemporaneo sulla posizione della donna nella società e sulla sopravvivenza del patrimonio culturale.
Il progetto non si limita a un approccio etnografico: si propone come una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla fragilità dei patrimoni culturali in un mondo globalizzato. Con un linguaggio pittorico contemporaneo, Diagne ci invita a interrogare il modo in cui le società moderne possono preservare, reinventare e trasmettere le proprie tradizioni.
Tra astrazione e figurazione
Le tele di Diagne oscillano tra astrazione e figurazione, offrendo uno sguardo poetico e analitico sul reale. Scene collettive, riti danzanti e momenti di raccoglimento vengono ricostruiti attraverso strutture modulari, dove densità e vibrazione trasmettono la potenza simbolica delle cerimonie. Ogni dettaglio è un microcosmo: un gesto, una maschera o un costume diventano veicoli di senso e memoria.
In Sous l’arbre sacré (2025), ad esempio, l’energia rituale è resa attraverso un accurato assemblaggio di moduli colorati, trasformando la tela in uno spazio di tensione ed emozione. La composizione invita lo spettatore a penetrare in un mondo insieme concreto e immaginario, dove esperienza sensoriale e conoscenza delle tradizioni si incontrano.
Cronista del suo tempo e archivi futuri
Alioune Diagne, nato nel 1985 a Kaffrine in Senegal, si pone come cronista del suo tempo. Laureato all’École des Beaux-Arts di Dakar nel 2008, il suo lavoro riflette sul tema della trasmissione dei saperi nell’era dei social network e della globalizzazione. Le sue opere interrogano la sopravvivenza dei patrimoni culturali e la loro trasformazione nelle società contemporanee.
Dal 2011, le sue opere sono state esposte in personali e collettive in Europa, Africa e Asia, entrando a far parte di collezioni prestigiose come il Denver Museum of Art e il Saudi Museum of Contemporary Art. Premiato nel 2023 con il Norval Foundation’s Public Vote Prize, Diagne ha rappresentato il Senegal alla 60ª Biennale di Venezia con Bokk – Bounds, consolidando la sua posizione sulla scena artistica internazionale.
Un linguaggio universale e singolare
Saytu dimostra la capacità di Diagne di creare un linguaggio pittorico universale, capace di trasmettere l’essenza delle tradizioni locali pur dialogando con la contemporaneità. Ogni tela è un ponte tra culture, epoche e sguardi, tra memoria individuale e collettiva. Tra astrazione e figurazione, energia e silenzio, le opere trasmettono l’intensità e la fragilità dei rituali, celebrando al contempo la ricchezza dei patrimoni immateriali del Senegal.
Con questa esposizione, Diagne ricorda che l’arte è memoria, trasmissione e riflessione sul tempo e sulla storia. Saytu non è solo un omaggio alle comunità incontrate: è un invito a contemplare e interrogare le relazioni tra tradizione, modernità e responsabilità culturale.




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