Roberta Cecchin: l’arte di costruire ponti culturali tra Italia e Francia attraverso l’ironia

Tempo stimato per la lettura: 13,6 minuti
Roberta Cecchin è una donna dalle mille sfaccettature: manager di giorno e performer di sera, ha trasformato la sua esperienza di expat (espatriata) a Parigi in un progetto artistico unico. Partita da Mantova con un contratto bancario e senza conoscere il francese, ha saputo fare di necessità virtù, trasformando lo shock culturale in materiale comico.
Oggi, con i suoi spettacoli Una Roberta a Parigi e Cuore Tricolore, e il Divina Comedy Show, Roberta Cecchin non si limita a far ridere, ma decodifica le complessità storiche e sociali tra Italia e Francia – vicine ma spesso distanti – creando una passerella tra le due culture.
L’abbiamo incontrata in un café parigino a Les Gobelins, suo quartiere generale, per parlare di ponti culturali, del rigore della scrittura e di come, finalmente, grazie al suo sguardo intelligente italiani e francesi abbiano imparato a ridere dei propri complessi.
Roberta, il tuo percorso è un incrocio insolito tra finanza e palcoscenico. Com’è nato il passaggio dalla scrivania in banca alla stand-up comedy?
Sono arrivata a Parigi nel 2012 per una missione di lavoro che, nelle previsioni iniziali, sarebbe dovuta durare appena sei mesi. All’epoca non parlavo francese: avevo frequentato soltanto un paio di corsi prima di partire e, ingenuamente, pensavo di poter contare sull’inglese. Una convinzione che, una volta sul campo, si è rivelata del tutto insufficiente.
Nel 2019, mi sono trovata davanti a un vero e proprio bivio esistenziale: da una parte c’era la possibilità di rientrare in Italia e proseguire una carriera già ben avviata; dall’altra, la scelta di consolidare la vita che nel frattempo avevo costruito a Parigi.
Ho deciso di restare, ma sentivo sempre più forte il bisogno di dare vita a un progetto personale, qualcosa che fosse davvero mio. Su consiglio di Olivier Giraud – noto per il suo How to Become a Parisian in One Hour (ndr) -, mi sono iscritta all’École du One Man Show. All’inizio ero convinta di non esserne capace, poi ho scoperto che anche la comicità si può studiare, affinare e costruire. Da anni conduco una doppia vita: di giorno immersa nel rigore del mondo bancario, la sera sui palcoscenici dei teatri.
Come hai vissuto l’arrivo della pandemia e il lockdown nel tuo appartamento a Parigi, proprio mentre stavi iniziando questa nuova avventura?
È stato un momento surreale e durissimo. La prima volta in scena con un mio sketch davanti al pubblico del Théâtre Le Bout è stata il 12 febbraio 2020, pochissimi giorni prima che scoppiasse ufficialmente l’emergenza sanitaria e venisse decretato il lockdown. La scuola di scrittura comica ha proseguito le sue attività a distanza e quell’impegno mi ha letteralmente salvato la salute mentale.
Abitavo da sola in un monolocale di trenta metri quadrati, lontana dalla mia famiglia che si trovava in Italia. Venivo da ritmi frenetici in cui prendevo più di cento voli all’anno per lavoro; quindi, mi sono trovata improvvisamente con una quantità di tempo libero enorme. Ho incanalato tutta quell’energia nella scrittura, creando il mio personaggio comico, che poi rispecchia in gran parte quella che sono nella vita reale.
Proprio la mattina del mio debutto teatrale ero intervenuta telefonicamente su Radio DJ per una trasmissione dedicata agli italiani all’estero di successo; grazie a quell’intervento il mio profilo Instagram, fino ad allora privato e riservato a pochissimi amici, è schizzato in poche ore, dandomi la spinta iniziale per costruire una community e far conoscere i miei contenuti.
Oggi sei un punto di riferimento per la comicità italiana in Francia. Com’è nata l’idea di “Una Roberta a Parigi”?
Ironicamente proprio in banca. Per socializzare con i colleghi in Francia è fondamentale fare la pausa caffè. Durante quei momenti ho iniziato a raccontare quello che avevo fatto la sera prima o nel fine settimana. Le persone, giorno dopo giorno, hanno cominciato ad aspettarmi per sapere che cosa avesse combinato “Roberta Parigi”.
A un certo punto, erano in molti che mi aspettavano la mattina per ascoltare le mie avventure. Ogni volta che ripetevo i miei racconti in francese, questi diventavano un po’ più ricchi e divertenti, anche grazie ai suggerimenti e alle correzioni dei miei colleghi. Alla fine, avevo praticamente costruito uno sketch vero e proprio.
Come riesci a trasformare i cliché culturali in momenti di riflessione e non in banale satira?
Ci tengo molto a non scadere mai nella banalità o nella presa in giro gratuita. Quando parlo di argomenti comuni – come, ad esempio, gli stereotipi culturali – cerco sempre di inserire un contesto storico o di spiegarne l’origine. Li decodifico storicamente e sociologicamente piuttosto che sfruttarli in modo scontato. Spesso noi italiani arriviamo in Francia convinti che i francesi ci guardino con sufficienza o ci odino, salvo poi scoprire che appena parliamo adorano il nostro accento. C’è una sorta di competizione eterna che cerco di smontare unendo le due culture anziché dividerle.
L’obiettivo non è ridicolizzare nessuno, ma fare in modo che italiani e francesi ridano insieme. Spesso, alla fine dei miei spettacoli, si creano momenti bellissimi in cui il pubblico si ferma a cenare e a chiacchierare, scoprendo che in fondo abbiamo molte più cose in comune di quanto pensiamo.
Porti in scena il tuo spettacolo anche fuori Parigi, con la particolarità che cambia a seconda della città in cui ti esibisci. Come ti prepari per questo continuo adattamento?
Ho portato in scena il mio spettacolo quasi duecentottanta volte, attraversando sette Paesi diversi. Dopo la Francia, sono stata in Tunisia, Svizzera, Lussemburgo, Belgio, Senegal e l’Italia. Ovunque mi sono sentita ripetere la stessa cosa: «È originale, non avevamo mai visto nulla del genere».
Credo che la forza dello spettacolo risieda soprattutto nella sua autenticità. Racconto situazioni che ho vissuto in prima persona e realtà che ho avuto modo di conoscere da vicino. Non mi limito a riproporre luoghi comuni o informazioni generiche reperite su Internet: porto sul palco ciò che ho osservato e sperimentato, trasformando la mia esperienza in materia comica.
Prima di ogni tappa studio il territorio, cercando di conoscerne l’identità più autentica: i santi patroni, le tradizioni, le curiosità, l’attualità, la gastronomia e la storia locale.
Effettuo veri e propri sopralluoghi per entrare in sintonia con l’atmosfera e le particolarità di ogni città. È un lavoro articolato e impegnativo, ma rappresenta anche una parte fondamentale del mio processo creativo: conoscere la città mi permette di costruire uno spettacolo più autentico e di restituire al pubblico, attraverso la comicità, qualcosa di profondamente legato al luogo che mi ospita. Il titolo diventa “Una Roberta débarque à …” e anche la locandina cambia ogni volta.
Quando arrivo in una città, a volte scrivo venti minuti di spettacolo inedito da portare in scena la sera stessa. Prima di iniziare la parte improvvisata avviso sempre il pubblico: “Se adesso non capite tutto, è normale, l’ho scritto oggi pomeriggio! Ma non preoccupatevi, il resto dello spettacolo è collaudato”. Ho una particolare attenzione ai gemellaggi tra città francesi e italiane e, in base alle affinità che individuo tra le zone, talvolta suggerisco quale potrebbe essere la città italiana più adatta a un nuovo gemellaggio. Questo approccio rende ogni spettacolo un’esperienza autentica, mai statica o preconfezionata.
A proposito di gemellaggi, quest’anno Roma e Parigi celebrano 70 anni di legame: hai pensato a uno spettacolo speciale per l’occasione?
Sì, ho creato un’edizione speciale di Una Roberta a Parigi, ideata per celebrare i 70 anni del gemellaggio Roma-Parigi, con contenuti inediti ispirati alla storia, ai simboli e alle piccole grandi differenze culturali che uniscono -e a volte separano – le due città.
Spiego alcune cose sorprendenti sulle relazioni storiche profondissime tra queste due capitali che spesso dimentichiamo: per esempio, che l’odierna Île-de-France faceva parte dell’Impero Romano e che Roma nel 1809 fu annessa all’Impero francese!
E su domanda della Mairie di Parigi a settembre torno a Roma – al Teatro Cometa OFF – il 21 e 22 settembre per portare in scena questo spettacolo in francese con accento italiano, e il 23 settembre Cuore Tricolore, il mio stand-up in italiano.
Parlando del tuo stand-up, qual è il “cuore” dello spettacolo e cosa vorresti trasmettere al pubblico italiano?
Anche questo non è uno spettacolo sugli stereotipi. Mi interessa qualcosa di più sottile: aiutare gli italiani a capire un po’ meglio la Francia, soprattutto perché spesso la giudichiamo senza conoscerla davvero. Io la racconto attraverso la mia esperienza a Parigi: le situazioni surreali, le incomprensioni linguistiche, gli episodi del quotidiano. Sono una persona che vive esattamente in mezzo tra queste due culture e posso quindi guardare entrambe da vicino, con molta curiosità e ironia.
Una parte che mi diverte particolarmente nasce dal rapporto diretto con il pubblico. Prima dello spettacolo faccio riempire un piccolo questionario: chiedo cosa credano che i francesi pensino degli italiani, cosa pensano loro della Francia, che cosa la Francia ha dato all’Italia e viceversa, quali personaggi francesi conoscono, quali film, canzoni, piatti…
E lì spesso emergono delle cose svaganti. C’è chi dice che Angelina Jolie è un’attrice francese, chi considera Maria Antonietta il più importante personaggio storico femminile – quando, peraltro era austriaca – e chi, alla domanda su cosa la Francia abbia dato all’Italia, risponde semplicemente: “una testata”. Ecco, da queste risposte parto per smontare i luoghi comuni e raccontare quello che c’è dietro.
I social sono pieni di battute sui francesi, dai cliché sul bidet alla presunta riluttanza a parlare altre lingue. Quanto c’è di questi luoghi comuni nel tuo spettacolo e come li affronti sul palco?
Sì, ne parlo, ma con l’intento di andare oltre il luogo comune. Prendiamo il cliché dei francesi “scortesi” o di quelli che, quando gli parli in inglese, continuano a risponderti in francese. Nel mio spettacolo parto proprio da queste percezioni e provo a capire che cosa ci sia realmente dietro. Chiedo al pubblico: «Va bene, ma perché li considerate scortesi? Che cosa è successo concretamente?». Molto spesso la risposta riguarda proprio la lingua.
Da lì posso raccontare un aspetto della cultura francese che ha a che fare con il rapporto con la scuola, con l’eccellenza e con la paura di esporsi quando non ci si sente abbastanza preparati. Quello che può apparire dall’esterno come arroganza o chiusura, a volte nasce da dinamiche culturali molto più complesse.
E poi c’è il bidet, che è un grande classico. Anche in questo caso parto da una cosa apparentemente banale per raccontare una differenza culturale: in Italia è quasi un elemento sacro della casa, mentre in Francia ha avuto una storia completamente diversa. Mi diverte proprio questo: prendere un luogo comune, smontarlo e scoprire che, dietro una battuta, spesso c’è una storia che vale la pena raccontare.
Quali differenze hai riscontrato tra il pubblico italiano e quello francese? E, soprattutto, cosa cambia nel modo di costruire e scrivere una battuta quando ci si rivolge a due culture così diverse?
Una differenza emerge subito: italiani e francesi ridono di cose simili, ma non sempre nello stesso modo, né per le stesse ragioni. In Francia l’umorismo tende a essere più nero e gioca molto sui calembour, sui giochi di parole, mentre in Italia è spesso più garbato e, in alcuni casi, ancora influenzato da una certa eredità cattolica. Dopo la scuola di Parigi ho partecipato per due anni al Festival d’Avignone Off, un’esperienza che mi ha insegnato moltissimo. Del resto, non esiste palestra teatrale più efficace della scena stessa.
Ho imparato che una battuta che funziona perfettamente in una lingua non necessariamente produce lo stesso effetto nell’altra: cambiano i riferimenti culturali, il ritmo e persino il modo di costruire una risata.
Per questo ho lanciato il Divina Comedy Show a Parigi: per dare spazio alla nostra lingua. Il pubblico è un mix bellissimo di italiani residenti, francesi che amano il nostro idioma e curiosi che vengono a respirare l’atmosfera dello Stivale, anche senza capire ogni parola.
Quindi l’idea del Divina Comedy Show è nata dall’esigenza di creare a Parigi uno spazio dedicato alla comicità in lingua italiana?
Parigi vanta una vivace scena di comedy club in diverse lingue, ma mancava ancora un appuntamento interamente dedicato alla comicità in italiano. Con il mio collega Pierofrancesco Aversa abbiamo deciso di colmare questo vuoto e, il 22 settembre 2022, abbiamo fondato il Divina Comedy Show, il primo collettivo e polo comico interamente in lingua italiana in Francia.
Siamo partiti con una serata al mese e, nel tempo, il progetto è cresciuto ben oltre le aspettative iniziali, fino a riunire una comunità di circa sedici artisti e ad affermarsi anche come realtà di riferimento per la distribuzione e la diffusione in Francia delle tournée di alcuni tra i più importanti nomi della comicità italiana.
Sul nostro palco si sono alternati molti talenti: ognuno ha portato con sé il proprio universo comico, contribuendo a costruire un appuntamento che, nel tempo, ha acquisito una propria identità.
È un motivo di grande orgoglio vedere quanto la nostra lingua e la nostra cultura riescano a suscitare interesse ed entusiasmo anche al di là della comunità italiana all’estero.
In ogni tuo progetto l’obiettivo principale resta quello di fare da ponte culturale tra Italia e Francia.
Sì, è un filo conduttore del mio lavoro. Mi interessa soprattutto creare un dialogo tra Italia e Francia attraverso la comicità, mostrando affinità e differenze senza fermarmi ai preconcetti.
Spesso si tende a considerare gli artisti stranieri in Francia come una comunità a sé, quasi isolata. La particolarità del rapporto tra Italia e Francia è che, pur essendo Paesi vicinissimi e profondamente legati, paradossalmente non si conoscono abbastanza. Siamo due culture complementari e il mio lavoro nasce proprio dal desiderio di favorire una conoscenza reciproca, attraverso la comicità e il confronto.
Da questo impegno è nato anche un trio musicale con cui porto in scena uno spettacolo intitolato “Una Roberta di Barkin Jazz“, unendo brani di musica italiana e racconti.
Una domanda un po’ più intima: vivere a Parigi ti ha cambiato profondamente? Qual è oggi il tuo rapporto con la carriera e la vita quotidiana?
In Italia ero identificata quasi esclusivamente con il mio lavoro, sempre connessa e immersa nei ritmi professionali. Parigi mi ha insegnato a rallentare, a dare valore alle pause e a riscoprire il tempo libero come parte integrante della vita. Ho capito che si può costruire una carriera di successo senza sacrificare i progetti personali.
La cosa incredibile è che io continuo a lavorare a tempo pieno nel settore bancario: la mia giornata tipo prevede il lavoro in banca dalle nove alle sei, mentre la mattina presto, durante la pausa pranzo e la notte mi occupo della comunicazione, della scrittura, della gestione dei tour e dell’organizzazione degli spettacoli. È una mole di lavoro impressionante, ma l’energia e la passione mi permettono di portare avanti entrambe le carriere con entusiasmo.
La leggerezza che ho trovato qui non è superficialità, ma una forma di libertà che mi permette di esprimermi al meglio, sia in ufficio che sotto i riflettori.
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Roberta Cecchin: l’arte di costruire ponti culturali tra Italia e Francia attraverso l’ironia
Tempo stimato per la lettura: 41 minuti
Roberta Cecchin è una donna dalle mille sfaccettature: manager di giorno e performer di sera, ha trasformato la sua esperienza di expat (espatriata) a Parigi in un progetto artistico unico. Partita da Mantova con un contratto bancario e senza conoscere il francese, ha saputo fare di necessità virtù, trasformando lo shock culturale in materiale comico.
Oggi, con i suoi spettacoli Una Roberta a Parigi e Cuore Tricolore, e il Divina Comedy Show, Roberta Cecchin non si limita a far ridere, ma decodifica le complessità storiche e sociali tra Italia e Francia – vicine ma spesso distanti – creando una passerella tra le due culture.
L’abbiamo incontrata in un café parigino a Les Gobelins, suo quartiere generale, per parlare di ponti culturali, del rigore della scrittura e di come, finalmente, grazie al suo sguardo intelligente italiani e francesi abbiano imparato a ridere dei propri complessi.
Roberta, il tuo percorso è un incrocio insolito tra finanza e palcoscenico. Com’è nato il passaggio dalla scrivania in banca alla stand-up comedy?
Sono arrivata a Parigi nel 2012 per una missione di lavoro che, nelle previsioni iniziali, sarebbe dovuta durare appena sei mesi. All’epoca non parlavo francese: avevo frequentato soltanto un paio di corsi prima di partire e, ingenuamente, pensavo di poter contare sull’inglese. Una convinzione che, una volta sul campo, si è rivelata del tutto insufficiente.
Nel 2019, mi sono trovata davanti a un vero e proprio bivio esistenziale: da una parte c’era la possibilità di rientrare in Italia e proseguire una carriera già ben avviata; dall’altra, la scelta di consolidare la vita che nel frattempo avevo costruito a Parigi.
Ho deciso di restare, ma sentivo sempre più forte il bisogno di dare vita a un progetto personale, qualcosa che fosse davvero mio. Su consiglio di Olivier Giraud – noto per il suo How to Become a Parisian in One Hour (ndr) -, mi sono iscritta all’École du One Man Show. All’inizio ero convinta di non esserne capace, poi ho scoperto che anche la comicità si può studiare, affinare e costruire. Da anni conduco una doppia vita: di giorno immersa nel rigore del mondo bancario, la sera sui palcoscenici dei teatri.
Come hai vissuto l’arrivo della pandemia e il lockdown nel tuo appartamento a Parigi, proprio mentre stavi iniziando questa nuova avventura?
È stato un momento surreale e durissimo. La prima volta in scena con un mio sketch davanti al pubblico del Théâtre Le Bout è stata il 12 febbraio 2020, pochissimi giorni prima che scoppiasse ufficialmente l’emergenza sanitaria e venisse decretato il lockdown. La scuola di scrittura comica ha proseguito le sue attività a distanza e quell’impegno mi ha letteralmente salvato la salute mentale.
Abitavo da sola in un monolocale di trenta metri quadrati, lontana dalla mia famiglia che si trovava in Italia. Venivo da ritmi frenetici in cui prendevo più di cento voli all’anno per lavoro; quindi, mi sono trovata improvvisamente con una quantità di tempo libero enorme. Ho incanalato tutta quell’energia nella scrittura, creando il mio personaggio comico, che poi rispecchia in gran parte quella che sono nella vita reale.
Proprio la mattina del mio debutto teatrale ero intervenuta telefonicamente su Radio DJ per una trasmissione dedicata agli italiani all’estero di successo; grazie a quell’intervento il mio profilo Instagram, fino ad allora privato e riservato a pochissimi amici, è schizzato in poche ore, dandomi la spinta iniziale per costruire una community e far conoscere i miei contenuti.
Oggi sei un punto di riferimento per la comicità italiana in Francia. Com’è nata l’idea di “Una Roberta a Parigi”?
Ironicamente proprio in banca. Per socializzare con i colleghi in Francia è fondamentale fare la pausa caffè. Durante quei momenti ho iniziato a raccontare quello che avevo fatto la sera prima o nel fine settimana. Le persone, giorno dopo giorno, hanno cominciato ad aspettarmi per sapere che cosa avesse combinato “Roberta Parigi”.
A un certo punto, erano in molti che mi aspettavano la mattina per ascoltare le mie avventure. Ogni volta che ripetevo i miei racconti in francese, questi diventavano un po’ più ricchi e divertenti, anche grazie ai suggerimenti e alle correzioni dei miei colleghi. Alla fine, avevo praticamente costruito uno sketch vero e proprio.
Come riesci a trasformare i cliché culturali in momenti di riflessione e non in banale satira?
Ci tengo molto a non scadere mai nella banalità o nella presa in giro gratuita. Quando parlo di argomenti comuni – come, ad esempio, gli stereotipi culturali – cerco sempre di inserire un contesto storico o di spiegarne l’origine. Li decodifico storicamente e sociologicamente piuttosto che sfruttarli in modo scontato. Spesso noi italiani arriviamo in Francia convinti che i francesi ci guardino con sufficienza o ci odino, salvo poi scoprire che appena parliamo adorano il nostro accento. C’è una sorta di competizione eterna che cerco di smontare unendo le due culture anziché dividerle.
L’obiettivo non è ridicolizzare nessuno, ma fare in modo che italiani e francesi ridano insieme. Spesso, alla fine dei miei spettacoli, si creano momenti bellissimi in cui il pubblico si ferma a cenare e a chiacchierare, scoprendo che in fondo abbiamo molte più cose in comune di quanto pensiamo.
Porti in scena il tuo spettacolo anche fuori Parigi, con la particolarità che cambia a seconda della città in cui ti esibisci. Come ti prepari per questo continuo adattamento?
Ho portato in scena il mio spettacolo quasi duecentottanta volte, attraversando sette Paesi diversi. Dopo la Francia, sono stata in Tunisia, Svizzera, Lussemburgo, Belgio, Senegal e l’Italia. Ovunque mi sono sentita ripetere la stessa cosa: «È originale, non avevamo mai visto nulla del genere».
Credo che la forza dello spettacolo risieda soprattutto nella sua autenticità. Racconto situazioni che ho vissuto in prima persona e realtà che ho avuto modo di conoscere da vicino. Non mi limito a riproporre luoghi comuni o informazioni generiche reperite su Internet: porto sul palco ciò che ho osservato e sperimentato, trasformando la mia esperienza in materia comica.
Prima di ogni tappa studio il territorio, cercando di conoscerne l’identità più autentica: i santi patroni, le tradizioni, le curiosità, l’attualità, la gastronomia e la storia locale.
Effettuo veri e propri sopralluoghi per entrare in sintonia con l’atmosfera e le particolarità di ogni città. È un lavoro articolato e impegnativo, ma rappresenta anche una parte fondamentale del mio processo creativo: conoscere la città mi permette di costruire uno spettacolo più autentico e di restituire al pubblico, attraverso la comicità, qualcosa di profondamente legato al luogo che mi ospita. Il titolo diventa “Una Roberta débarque à …” e anche la locandina cambia ogni volta.
Quando arrivo in una città, a volte scrivo venti minuti di spettacolo inedito da portare in scena la sera stessa. Prima di iniziare la parte improvvisata avviso sempre il pubblico: “Se adesso non capite tutto, è normale, l’ho scritto oggi pomeriggio! Ma non preoccupatevi, il resto dello spettacolo è collaudato”. Ho una particolare attenzione ai gemellaggi tra città francesi e italiane e, in base alle affinità che individuo tra le zone, talvolta suggerisco quale potrebbe essere la città italiana più adatta a un nuovo gemellaggio. Questo approccio rende ogni spettacolo un’esperienza autentica, mai statica o preconfezionata.
A proposito di gemellaggi, quest’anno Roma e Parigi celebrano 70 anni di legame: hai pensato a uno spettacolo speciale per l’occasione?
Sì, ho creato un’edizione speciale di Una Roberta a Parigi, ideata per celebrare i 70 anni del gemellaggio Roma-Parigi, con contenuti inediti ispirati alla storia, ai simboli e alle piccole grandi differenze culturali che uniscono -e a volte separano – le due città.
Spiego alcune cose sorprendenti sulle relazioni storiche profondissime tra queste due capitali che spesso dimentichiamo: per esempio, che l’odierna Île-de-France faceva parte dell’Impero Romano e che Roma nel 1809 fu annessa all’Impero francese!
E su domanda della Mairie di Parigi a settembre torno a Roma – al Teatro Cometa OFF – il 21 e 22 settembre per portare in scena questo spettacolo in francese con accento italiano, e il 23 settembre Cuore Tricolore, il mio stand-up in italiano.
Parlando del tuo stand-up, qual è il “cuore” dello spettacolo e cosa vorresti trasmettere al pubblico italiano?
Anche questo non è uno spettacolo sugli stereotipi. Mi interessa qualcosa di più sottile: aiutare gli italiani a capire un po’ meglio la Francia, soprattutto perché spesso la giudichiamo senza conoscerla davvero. Io la racconto attraverso la mia esperienza a Parigi: le situazioni surreali, le incomprensioni linguistiche, gli episodi del quotidiano. Sono una persona che vive esattamente in mezzo tra queste due culture e posso quindi guardare entrambe da vicino, con molta curiosità e ironia.
Una parte che mi diverte particolarmente nasce dal rapporto diretto con il pubblico. Prima dello spettacolo faccio riempire un piccolo questionario: chiedo cosa credano che i francesi pensino degli italiani, cosa pensano loro della Francia, che cosa la Francia ha dato all’Italia e viceversa, quali personaggi francesi conoscono, quali film, canzoni, piatti…
E lì spesso emergono delle cose svaganti. C’è chi dice che Angelina Jolie è un’attrice francese, chi considera Maria Antonietta il più importante personaggio storico femminile – quando, peraltro era austriaca – e chi, alla domanda su cosa la Francia abbia dato all’Italia, risponde semplicemente: “una testata”. Ecco, da queste risposte parto per smontare i luoghi comuni e raccontare quello che c’è dietro.
I social sono pieni di battute sui francesi, dai cliché sul bidet alla presunta riluttanza a parlare altre lingue. Quanto c’è di questi luoghi comuni nel tuo spettacolo e come li affronti sul palco?
Sì, ne parlo, ma con l’intento di andare oltre il luogo comune. Prendiamo il cliché dei francesi “scortesi” o di quelli che, quando gli parli in inglese, continuano a risponderti in francese. Nel mio spettacolo parto proprio da queste percezioni e provo a capire che cosa ci sia realmente dietro. Chiedo al pubblico: «Va bene, ma perché li considerate scortesi? Che cosa è successo concretamente?». Molto spesso la risposta riguarda proprio la lingua.
Da lì posso raccontare un aspetto della cultura francese che ha a che fare con il rapporto con la scuola, con l’eccellenza e con la paura di esporsi quando non ci si sente abbastanza preparati. Quello che può apparire dall’esterno come arroganza o chiusura, a volte nasce da dinamiche culturali molto più complesse.
E poi c’è il bidet, che è un grande classico. Anche in questo caso parto da una cosa apparentemente banale per raccontare una differenza culturale: in Italia è quasi un elemento sacro della casa, mentre in Francia ha avuto una storia completamente diversa. Mi diverte proprio questo: prendere un luogo comune, smontarlo e scoprire che, dietro una battuta, spesso c’è una storia che vale la pena raccontare.
Quali differenze hai riscontrato tra il pubblico italiano e quello francese? E, soprattutto, cosa cambia nel modo di costruire e scrivere una battuta quando ci si rivolge a due culture così diverse?
Una differenza emerge subito: italiani e francesi ridono di cose simili, ma non sempre nello stesso modo, né per le stesse ragioni. In Francia l’umorismo tende a essere più nero e gioca molto sui calembour, sui giochi di parole, mentre in Italia è spesso più garbato e, in alcuni casi, ancora influenzato da una certa eredità cattolica. Dopo la scuola di Parigi ho partecipato per due anni al Festival d’Avignone Off, un’esperienza che mi ha insegnato moltissimo. Del resto, non esiste palestra teatrale più efficace della scena stessa.
Ho imparato che una battuta che funziona perfettamente in una lingua non necessariamente produce lo stesso effetto nell’altra: cambiano i riferimenti culturali, il ritmo e persino il modo di costruire una risata.
Per questo ho lanciato il Divina Comedy Show a Parigi: per dare spazio alla nostra lingua. Il pubblico è un mix bellissimo di italiani residenti, francesi che amano il nostro idioma e curiosi che vengono a respirare l’atmosfera dello Stivale, anche senza capire ogni parola.
Quindi l’idea del Divina Comedy Show è nata dall’esigenza di creare a Parigi uno spazio dedicato alla comicità in lingua italiana?
Parigi vanta una vivace scena di comedy club in diverse lingue, ma mancava ancora un appuntamento interamente dedicato alla comicità in italiano. Con il mio collega Pierofrancesco Aversa abbiamo deciso di colmare questo vuoto e, il 22 settembre 2022, abbiamo fondato il Divina Comedy Show, il primo collettivo e polo comico interamente in lingua italiana in Francia.
Siamo partiti con una serata al mese e, nel tempo, il progetto è cresciuto ben oltre le aspettative iniziali, fino a riunire una comunità di circa sedici artisti e ad affermarsi anche come realtà di riferimento per la distribuzione e la diffusione in Francia delle tournée di alcuni tra i più importanti nomi della comicità italiana.
Sul nostro palco si sono alternati molti talenti: ognuno ha portato con sé il proprio universo comico, contribuendo a costruire un appuntamento che, nel tempo, ha acquisito una propria identità.
È un motivo di grande orgoglio vedere quanto la nostra lingua e la nostra cultura riescano a suscitare interesse ed entusiasmo anche al di là della comunità italiana all’estero.
In ogni tuo progetto l’obiettivo principale resta quello di fare da ponte culturale tra Italia e Francia.
Sì, è un filo conduttore del mio lavoro. Mi interessa soprattutto creare un dialogo tra Italia e Francia attraverso la comicità, mostrando affinità e differenze senza fermarmi ai preconcetti.
Spesso si tende a considerare gli artisti stranieri in Francia come una comunità a sé, quasi isolata. La particolarità del rapporto tra Italia e Francia è che, pur essendo Paesi vicinissimi e profondamente legati, paradossalmente non si conoscono abbastanza. Siamo due culture complementari e il mio lavoro nasce proprio dal desiderio di favorire una conoscenza reciproca, attraverso la comicità e il confronto.
Da questo impegno è nato anche un trio musicale con cui porto in scena uno spettacolo intitolato “Una Roberta di Barkin Jazz“, unendo brani di musica italiana e racconti.
Una domanda un po’ più intima: vivere a Parigi ti ha cambiato profondamente? Qual è oggi il tuo rapporto con la carriera e la vita quotidiana?
In Italia ero identificata quasi esclusivamente con il mio lavoro, sempre connessa e immersa nei ritmi professionali. Parigi mi ha insegnato a rallentare, a dare valore alle pause e a riscoprire il tempo libero come parte integrante della vita. Ho capito che si può costruire una carriera di successo senza sacrificare i progetti personali.
La cosa incredibile è che io continuo a lavorare a tempo pieno nel settore bancario: la mia giornata tipo prevede il lavoro in banca dalle nove alle sei, mentre la mattina presto, durante la pausa pranzo e la notte mi occupo della comunicazione, della scrittura, della gestione dei tour e dell’organizzazione degli spettacoli. È una mole di lavoro impressionante, ma l’energia e la passione mi permettono di portare avanti entrambe le carriere con entusiasmo.
La leggerezza che ho trovato qui non è superficialità, ma una forma di libertà che mi permette di esprimermi al meglio, sia in ufficio che sotto i riflettori.



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