Col tempo: a Parigi la grande lezione di sguardo di Guido Guidi

Tempo stimato per la lettura: 4,7 minuti
Nel 18ᵉ arrondissement parigino, all’angolo di una piccola via tranquilla – impasse de la Défense – il centro d’arte LE BAL accende una delle sue stagioni più ambiziose. Guido Guidi: Col tempo, 1956‑2024 è un’esposizione che – dal 20 febbraio al 24 maggio 2026 – ha il passo lento e la profondità di una riflessione lunga quasi settant’anni, un invito a ripensare il modo in cui guardiamo il mondo.
In un tempo in cui l’immagine sembra scorrere a una velocità vertiginosa, Guidi – fotografo italiano nato nel 1941 – propone la fotografia come atto di pazienza, gesto meditato, pratica di incontro. Qui non si tratta di spettacolo, di grande effetto visivo o di shock visivo istantaneo: si tratta di sguardo. Quel tipo di sguardo che si posa con cura su ciò che accade davanti ai nostri occhi, su ciò che di solito non vediamo, su ciò che consideriamo banale ma che, sotto l’obiettivo di Guidi, si rivela espressione profonda del tempo e dello spazio.
Dal banale all’essenziale: la rivoluzione di un linguaggio
Guidi appartiene a una generazione di fotografi che ha trasformato radicalmente il modo di intendere il rapporto tra fotografia e paesaggio. La sua pratica, sviluppata a partire dagli anni Sessanta, non cerca l’immagine perfetta, lo scatto “iconico” o la composizione impeccabile: piuttosto, indaga la relazione tra chi guarda e ciò che è guardato, tra memoria visiva e esperienza reale.
L’esposizione, la prima così ampia mai dedicata all’artista a Parigi, si struttura in diciotto sequenze fotografiche concepite dallo stesso Guidi, in collaborazione con il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Oltre duecento fotografie si dispiegano in una linea continua che attraversa quasi sette decenni di ricerca: dai suoi pionieristici esperimenti in bianco e nero negli anni Sessanta e Settanta fino alle immagini recenti su paesaggio e architettura.
Questi “quaderni visivi” non sono semplici serie tematiche, ma veri e propri moduli di esperienza: variazioni sul tema del vedere, dove il tempo scandisce ogni scelta di luce, ogni rincorsa tra un dettaglio e una forma più vasta. Qui la fotografia non è un oggetto finito ma un processo di conoscenza, come recita il pensiero stesso di Guidi, per il quale non esiste un risultato definitivo, solo tappe di un viaggio.
Archivio, metodo, intuizione
Una parte affascinante del percorso è dedicata a carnet, manoscritti, maquette e documenti inediti: materiali d’archivio che svelano il modus operandi di Guidi, la sua disciplina quotidiana, la sua continua riscrittura dell’esperienza visiva. Non si tratta di rigore sterile, ma di una forma di poetica metodica: ogni nota, ogni appunto è una traccia di un cammino intellettuale e sensoriale.
Il paesaggio non è qui un soggetto romantico o pittoresco, ma un campo d’azione. Guidi guarda alle cose ordinarie – una casa, un campo, un muro screpolato – con la stessa intensità con cui coglie l’architettura di un maestro, perché per lui l’ordinarietà porta in sé la densità del tempo. Nel suo lavoro la Romagna, regione italiana dove vive da sempre, diventa un laboratorio filosofico oltre che estetico.
Bellezza lenta, tensione continua
Col tempo si sviluppa come un flusso visivo che non pretende di “illuminare” tutto in una sola volta, ma piuttosto di accompagnare lo spettatore in una scoperta progressiva, fatta di ritorni, di confronti, di ripetizioni e di differenze. Ogni immagine è una nota, un “griffonnage” – una sorta di scarabocchio intenzionale – che prova a catturare l’essenza fugace del vedere.
È una mostra che richiede tempo, non solo nel titolo ma nello sguardo. Camminando tra le fotografie, si ha l’impressione di entrare in un dialogo con il fotografo: la sua lentezza diventa la nostra, la sua curiosità diventa la nostra. È un’esperienza che va oltre la contemplazione estetica: è una lezione su come guardare il mondo, con attenzione e rispetto, senza fretta.
La presenza di sezioni dedicate ai documenti e agli appunti arricchisce il percorso, rendendo visibile quella dimensione artigianale dell’atto fotografico che spesso resta invisibile. In questo senso, la mostra non celebra un maestro come figura distante, ma invita lo spettatore a comprendere la pratica stessa della fotografia come una disciplina di osservazione e riflessione.
Una conversazione discreta
In un’epoca in cui l’immagine è onnipresente e frammentata, Guido Guidi: Col tempo appare come una boccata d’aria fresca. Nel piccolo spazio di LE BAL si attiva una tensione tra tempo lento e fruizione accelerata, proponendo un’altra maniera di porsi davanti a una fotografia. Non più un consumo rapido, ma una conversazione discreta con il visibile.
La mostra, sotto il patronato dell’Ambasciata d’Italia a Parigi e sostenuta dall’Instituto italiano di cultura è anche inserita nelle celebrazioni dei 70 anni del gemellaggio Parigi‑Roma: un ponte culturale che rafforza il dialogo tra le due città e rende ancora più significativo l’omaggio a un artista che ha segnato la storia della fotografia europea.
L’esposizione offre ai visitatori un invito raro: fermare lo sguardo e lasciarlo respirare, ascoltare la poesia delle cose ordinarie e scoprire che, in fondo, il mondo si rivela davvero solo a chi ha tempo di guardarlo.
Crediti immagini: © Marc Domage
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Col tempo: a Parigi la grande lezione di sguardo di Guido Guidi
Tempo stimato per la lettura: 14 minuti
Nel 18ᵉ arrondissement parigino, all’angolo di una piccola via tranquilla – impasse de la Défense – il centro d’arte LE BAL accende una delle sue stagioni più ambiziose. Guido Guidi: Col tempo, 1956‑2024 è un’esposizione che – dal 20 febbraio al 24 maggio 2026 – ha il passo lento e la profondità di una riflessione lunga quasi settant’anni, un invito a ripensare il modo in cui guardiamo il mondo.
In un tempo in cui l’immagine sembra scorrere a una velocità vertiginosa, Guidi – fotografo italiano nato nel 1941 – propone la fotografia come atto di pazienza, gesto meditato, pratica di incontro. Qui non si tratta di spettacolo, di grande effetto visivo o di shock visivo istantaneo: si tratta di sguardo. Quel tipo di sguardo che si posa con cura su ciò che accade davanti ai nostri occhi, su ciò che di solito non vediamo, su ciò che consideriamo banale ma che, sotto l’obiettivo di Guidi, si rivela espressione profonda del tempo e dello spazio.
Dal banale all’essenziale: la rivoluzione di un linguaggio
Guidi appartiene a una generazione di fotografi che ha trasformato radicalmente il modo di intendere il rapporto tra fotografia e paesaggio. La sua pratica, sviluppata a partire dagli anni Sessanta, non cerca l’immagine perfetta, lo scatto “iconico” o la composizione impeccabile: piuttosto, indaga la relazione tra chi guarda e ciò che è guardato, tra memoria visiva e esperienza reale.
L’esposizione, la prima così ampia mai dedicata all’artista a Parigi, si struttura in diciotto sequenze fotografiche concepite dallo stesso Guidi, in collaborazione con il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Oltre duecento fotografie si dispiegano in una linea continua che attraversa quasi sette decenni di ricerca: dai suoi pionieristici esperimenti in bianco e nero negli anni Sessanta e Settanta fino alle immagini recenti su paesaggio e architettura.
Questi “quaderni visivi” non sono semplici serie tematiche, ma veri e propri moduli di esperienza: variazioni sul tema del vedere, dove il tempo scandisce ogni scelta di luce, ogni rincorsa tra un dettaglio e una forma più vasta. Qui la fotografia non è un oggetto finito ma un processo di conoscenza, come recita il pensiero stesso di Guidi, per il quale non esiste un risultato definitivo, solo tappe di un viaggio.
Archivio, metodo, intuizione
Una parte affascinante del percorso è dedicata a carnet, manoscritti, maquette e documenti inediti: materiali d’archivio che svelano il modus operandi di Guidi, la sua disciplina quotidiana, la sua continua riscrittura dell’esperienza visiva. Non si tratta di rigore sterile, ma di una forma di poetica metodica: ogni nota, ogni appunto è una traccia di un cammino intellettuale e sensoriale.
Il paesaggio non è qui un soggetto romantico o pittoresco, ma un campo d’azione. Guidi guarda alle cose ordinarie – una casa, un campo, un muro screpolato – con la stessa intensità con cui coglie l’architettura di un maestro, perché per lui l’ordinarietà porta in sé la densità del tempo. Nel suo lavoro la Romagna, regione italiana dove vive da sempre, diventa un laboratorio filosofico oltre che estetico.
Bellezza lenta, tensione continua
Col tempo si sviluppa come un flusso visivo che non pretende di “illuminare” tutto in una sola volta, ma piuttosto di accompagnare lo spettatore in una scoperta progressiva, fatta di ritorni, di confronti, di ripetizioni e di differenze. Ogni immagine è una nota, un “griffonnage” – una sorta di scarabocchio intenzionale – che prova a catturare l’essenza fugace del vedere.
È una mostra che richiede tempo, non solo nel titolo ma nello sguardo. Camminando tra le fotografie, si ha l’impressione di entrare in un dialogo con il fotografo: la sua lentezza diventa la nostra, la sua curiosità diventa la nostra. È un’esperienza che va oltre la contemplazione estetica: è una lezione su come guardare il mondo, con attenzione e rispetto, senza fretta.
La presenza di sezioni dedicate ai documenti e agli appunti arricchisce il percorso, rendendo visibile quella dimensione artigianale dell’atto fotografico che spesso resta invisibile. In questo senso, la mostra non celebra un maestro come figura distante, ma invita lo spettatore a comprendere la pratica stessa della fotografia come una disciplina di osservazione e riflessione.
Una conversazione discreta
In un’epoca in cui l’immagine è onnipresente e frammentata, Guido Guidi: Col tempo appare come una boccata d’aria fresca. Nel piccolo spazio di LE BAL si attiva una tensione tra tempo lento e fruizione accelerata, proponendo un’altra maniera di porsi davanti a una fotografia. Non più un consumo rapido, ma una conversazione discreta con il visibile.
La mostra, sotto il patronato dell’Ambasciata d’Italia a Parigi e sostenuta dall’Instituto italiano di cultura è anche inserita nelle celebrazioni dei 70 anni del gemellaggio Parigi‑Roma: un ponte culturale che rafforza il dialogo tra le due città e rende ancora più significativo l’omaggio a un artista che ha segnato la storia della fotografia europea.
L’esposizione offre ai visitatori un invito raro: fermare lo sguardo e lasciarlo respirare, ascoltare la poesia delle cose ordinarie e scoprire che, in fondo, il mondo si rivela davvero solo a chi ha tempo di guardarlo.
Crediti immagini: © Marc Domage







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