Tragicomica. L’arte italiana tra risata e vertigine: una controstoria dell’inquietudine

About the Author: Redazione ViviCreativo

Published On: 3 Aprile 2026

Tempo stimato per la lettura: 4,1 minuti

Al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, dal 2 aprile al 20 settembre 2026, la mostra Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi, propone una rilettura ampia e volutamente spiazzante della produzione artistica italiana degli ultimi ottant’anni. Non una semplice rassegna, ma un dispositivo critico che invita a guardare l’arte come uno spazio in cui il dramma si piega, si incrina e spesso si traveste da sorriso.

 Ridere nel cuore della crisi

Se c’è un tratto che attraversa la cultura visiva italiana del secondo dopoguerra, è la capacità di trasformare la tensione in scarto ironico. La mostra parte proprio da questa inclinazione: una modalità di affrontare il reale che non nega il tragico, ma lo aggira, lo deforma, lo rende paradossale.

Non si tratta di leggerezza, né di evasione. Piuttosto di una strategia sottile: usare il comico come strumento di distanza, come filtro capace di rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe insostenibile. In questo senso, il tragicomico emerge come una postura, quasi un riflesso culturale.

Un atlante non lineare

Il percorso espositivo riunisce più di un centinaio di artisti e centinaia di opere, senza seguire una cronologia rigida. Le epoche si sovrappongono, i linguaggi si contaminano, e le genealogie si spezzano per lasciare spazio a incontri inattesi.

Figure storiche dialogano con artisti contemporanei in un montaggio che privilegia l’analogia e il contrasto. Ne nasce una sorta di atlante visivo in cui le opere non illustrano una storia, ma costruiscono relazioni. L’effetto è quello di una narrazione mobile, che si riorganizza a ogni passaggio dello sguardo.

Ironia, corpo, assurdo

A emergere è un lessico ricorrente: l’ironia come gesto critico, il corpo come terreno di tensione, l’assurdo come linguaggio. Molte opere giocano sullo slittamento di senso, sull’ambiguità, sul corto circuito tra ciò che si vede e ciò che si intuisce.

Il tragicomico si manifesta allora come una forma di instabilità: un equilibrio precario tra registri opposti, in cui il riso non cancella l’inquietudine, ma la amplifica. È proprio in questa ambivalenza che si annida la forza di molte delle pratiche presentate.

Una chiave interpretativa, non una gabbia

Adottare il tragicomico come lente interpretativa è una scelta tanto fertile quanto rischiosa. Da un lato, consente di leggere l’arte italiana fuori dai consueti schemi stilistici o cronologici; dall’altro, rischia di uniformare esperienze molto diverse sotto un’unica etichetta.

La mostra sembra consapevole di questa tensione. Più che imporre una definizione, propone un campo di possibilità: il tragicomico non come categoria chiusa, ma come zona di attrito, come spazio in cui le opere resistono a ogni classificazione definitiva.

Tra accumulo e racconto

L’ampiezza del progetto colpisce: la quantità di opere, la varietà dei media, la pluralità delle voci. Ma Tragicomica non si limita a sommare materiali. Cerca piuttosto di costruire un racconto, anche se frammentario, anche se volutamente incompleto.

Questo doppio movimento – enciclopedico e narrativo – produce un’esperienza densa, a tratti disorientante. Il visitatore è chiamato a orientarsi senza una guida univoca, a costruire il proprio percorso all’interno di una trama aperta.

Un presente riflesso nel passato

Guardando indietro, la mostra parla anche del presente. In un’epoca segnata da incertezze diffuse, quella miscela di ironia e disincanto che attraversa l’arte italiana appare sorprendentemente attuale. Il tragicomico, in fondo, non è solo una categoria estetica. È un modo di stare al mondo: accettare la complessità senza rinunciare alla distanza, attraversare il caos senza smettere di interpretarlo.

Tra gli artisti in mostra: Gianfranco Baruchello, Elena Bellantoni, Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Monica Bonvicini, Maurizio Cattelan, Adelaide Cioni, Roberto Cuoghi, Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Chiara Fumai, Silvia Giambrone, Nicole Gravier, Piero Golia, Piero Manzoni, Liliana Moro, Valerio Nicolai, Paola Pivi, Giuseppe Penone, Carol Rama, Lorenzo Scotto Di Luzio e Gilberto Zorio.

L’eco di una risata

Alla fine del percorso, ciò che resta non è una tesi definitiva, ma una sensazione persistente. Come se l’arte, invece di offrire risposte, avesse scelto di incrinare le certezze, di aprire spazi di ambiguità.

In questa oscillazione tra gravità e leggerezza, tra senso e non-senso, si riconosce forse una delle forme più autentiche della ricerca artistica italiana. Una pratica che non risolve il tragico, ma lo attraversa – talvolta con un sorriso, spesso con un’ironia che lascia il segno.

 

 

Crediti immagini: Tragicomica_exhibition_view_foto©Simon_dExea_courtesy_Fondazione_MAXXI-3

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 Ridere nel cuore della crisi

Se c’è un tratto che attraversa la cultura visiva italiana del secondo dopoguerra, è la capacità di trasformare la tensione in scarto ironico. La mostra parte proprio da questa inclinazione: una modalità di affrontare il reale che non nega il tragico, ma lo aggira, lo deforma, lo rende paradossale.

Non si tratta di leggerezza, né di evasione. Piuttosto di una strategia sottile: usare il comico come strumento di distanza, come filtro capace di rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe insostenibile. In questo senso, il tragicomico emerge come una postura, quasi un riflesso culturale.

Un atlante non lineare

Il percorso espositivo riunisce più di un centinaio di artisti e centinaia di opere, senza seguire una cronologia rigida. Le epoche si sovrappongono, i linguaggi si contaminano, e le genealogie si spezzano per lasciare spazio a incontri inattesi.

Figure storiche dialogano con artisti contemporanei in un montaggio che privilegia l’analogia e il contrasto. Ne nasce una sorta di atlante visivo in cui le opere non illustrano una storia, ma costruiscono relazioni. L’effetto è quello di una narrazione mobile, che si riorganizza a ogni passaggio dello sguardo.

Ironia, corpo, assurdo

A emergere è un lessico ricorrente: l’ironia come gesto critico, il corpo come terreno di tensione, l’assurdo come linguaggio. Molte opere giocano sullo slittamento di senso, sull’ambiguità, sul corto circuito tra ciò che si vede e ciò che si intuisce.

Il tragicomico si manifesta allora come una forma di instabilità: un equilibrio precario tra registri opposti, in cui il riso non cancella l’inquietudine, ma la amplifica. È proprio in questa ambivalenza che si annida la forza di molte delle pratiche presentate.

Una chiave interpretativa, non una gabbia

Adottare il tragicomico come lente interpretativa è una scelta tanto fertile quanto rischiosa. Da un lato, consente di leggere l’arte italiana fuori dai consueti schemi stilistici o cronologici; dall’altro, rischia di uniformare esperienze molto diverse sotto un’unica etichetta.

La mostra sembra consapevole di questa tensione. Più che imporre una definizione, propone un campo di possibilità: il tragicomico non come categoria chiusa, ma come zona di attrito, come spazio in cui le opere resistono a ogni classificazione definitiva.

Tra accumulo e racconto

L’ampiezza del progetto colpisce: la quantità di opere, la varietà dei media, la pluralità delle voci. Ma Tragicomica non si limita a sommare materiali. Cerca piuttosto di costruire un racconto, anche se frammentario, anche se volutamente incompleto.

Questo doppio movimento – enciclopedico e narrativo – produce un’esperienza densa, a tratti disorientante. Il visitatore è chiamato a orientarsi senza una guida univoca, a costruire il proprio percorso all’interno di una trama aperta.

Un presente riflesso nel passato

Guardando indietro, la mostra parla anche del presente. In un’epoca segnata da incertezze diffuse, quella miscela di ironia e disincanto che attraversa l’arte italiana appare sorprendentemente attuale. Il tragicomico, in fondo, non è solo una categoria estetica. È un modo di stare al mondo: accettare la complessità senza rinunciare alla distanza, attraversare il caos senza smettere di interpretarlo.

Tra gli artisti in mostra: Gianfranco Baruchello, Elena Bellantoni, Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Monica Bonvicini, Maurizio Cattelan, Adelaide Cioni, Roberto Cuoghi, Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Chiara Fumai, Silvia Giambrone, Nicole Gravier, Piero Golia, Piero Manzoni, Liliana Moro, Valerio Nicolai, Paola Pivi, Giuseppe Penone, Carol Rama, Lorenzo Scotto Di Luzio e Gilberto Zorio.

L’eco di una risata

Alla fine del percorso, ciò che resta non è una tesi definitiva, ma una sensazione persistente. Come se l’arte, invece di offrire risposte, avesse scelto di incrinare le certezze, di aprire spazi di ambiguità.

In questa oscillazione tra gravità e leggerezza, tra senso e non-senso, si riconosce forse una delle forme più autentiche della ricerca artistica italiana. Una pratica che non risolve il tragico, ma lo attraversa – talvolta con un sorriso, spesso con un’ironia che lascia il segno.

 

 

Crediti immagini: Tragicomica_exhibition_view_foto©Simon_dExea_courtesy_Fondazione_MAXXI-3

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