Ovidio e le Metamorfosi alla Galleria Borghese: il mito nell’arte

Tempo stimato per la lettura: 7,5 minuti
Dopo la presentazione al Rijksmuseum di Amsterdam, Metamorfosi. Ovidio e le arti approda alla Galleria Borghese, dal 23 giugno al 20 settembre 2026. Nato dalla collaborazione tra le due istituzioni e curato da Francesca Cappelletti e Frits Scholten, il progetto romano assume una fisionomia autonoma, costruita attorno a oltre ottanta opere provenienti da importanti musei europei e americani. Non una semplice trasferta, dunque, ma una nuova lettura del grande poema di Ovidio, capace di attraversare secoli e linguaggi per tornare a una domanda sorprendentemente contemporanea: cosa significa cambiare forma?
La metamorfosi come destino
Nelle Metamorfosi, scritte da Ovidio all’inizio dell’era cristiana, tutto è movimento. Gli uomini diventano animali, piante, pietra; gli dèi cambiano aspetto; la natura stessa sembra sottoposta a una continua instabilità. Il poema non racconta soltanto trasformazioni spettacolari, ma costruisce una vera cosmologia del mutamento, dove i confini fra umano, naturale e divino restano porosi. La mostra prende sul serio questa intuizione e la trasforma in una chiave per leggere la storia dell’arte: ciò che cambia non è soltanto il corpo dei protagonisti, ma anche il modo in cui gli artisti guardano il mondo.
Una mostra già scritta nelle stanze della Borghese
Pochi luoghi avrebbero potuto accogliere questo progetto con altrettanta naturalezza. La Galleria Borghese nasce infatti dentro un immaginario profondamente legato al mito. Il cardinale Scipione Borghese fece costruire il Casino nobile fuori Porta Pinciana per accogliervi la propria collezione, concependo l’architettura come un teatro nel quale arte, cultura e autorappresentazione potessero fondersi. Nel Settecento Marcantonio IV Borghese affidò ad Antonio Asprucci una nuova organizzazione degli spazi, con le sculture al centro delle sale e un apparato decorativo ispirato proprio alle storie di Ovidio. Qui il mito non sembra dunque arrivare da fuori: era già nelle pareti.
Dal caos alla nascita del mondo
Il percorso comincia là dove comincia il poema: dal caos. Nella sezione Caos e Creazione, opere di Louis Finson, Hendrick Goltzius, Herri met de Bles, Auguste Rodin e Constantin Brâncuși affrontano il passaggio dalla materia informe all’ordine del cosmo. È un’apertura che mette subito in gioco una delle idee fondamentali della mostra: la forma non è mai definitiva. Nasce dal disordine, si organizza e poi torna a trasformarsi. Anche l’arte, in fondo, procede così. Da una materia ancora incerta emerge un’immagine, e quell’immagine diventa a sua volta un nuovo modo di percepire la realtà.
Ovidio, il libro che non smette di cambiare
Prima ancora di trasformarsi in pittura e scultura, le Metamorfosi hanno cambiato pelle attraverso i secoli. La sezione Il poeta e il libro racconta proprio questa lunga fortuna, dai manoscritti medievali alle traduzioni, dai volgarizzamenti alle interpretazioni morali dell’Ovide moralisé, fino al recupero filologico del Rinascimento. Ovidio sopravvive perché ogni epoca lo riscrive. Accanto alla storia materiale del poema, il percorso evoca il dialogo fra l’Apollo e Dafne di Antonio del Pollaiolo e il celebre gruppo di Bernini. Due modi diversi di dare corpo allo stesso istante: quello in cui la trasformazione è già cominciata e non può più essere fermata.
Plutone, Proserpina e il tempo delle stagioni
Al centro delle sale della Borghese, il Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini diventa il fulcro di una delle sezioni più drammatiche. Il rapimento della giovane da parte di Plutone e la disperazione di Cerere raccontano la perdita, ma anche la possibilità del ritorno. Proserpina è costretta a vivere fra due mondi e il suo destino diventa l’origine mitica dell’alternarsi delle stagioni. Attorno al marmo di Bernini si raccolgono opere antiche, dipinti di Agostino Carracci e il toccante Orfeo ed Euridice di Rubens. L’oltretomba ovidiano appare allora meno come un luogo della morte che come una soglia, dove ogni fine contiene già l’ipotesi di una rinascita.
Aracne, quando l’arte sfida gli dèi
Il mito di Aracne porta la metamorfosi direttamente dentro l’atto creativo. La giovane tessitrice osa sfidare Atena e, dopo aver dimostrato il proprio talento, viene trasformata in ragno. La tessitura diventa così una metafora della creazione: intrecciare fili significa costruire immagini, trasformare una storia in una superficie visibile. Dipinti, arazzi e manufatti tessili restituiscono questa doppia natura dell’arte, capace di dare forma alla parola e, nello stesso tempo, di sfidare chi quella forma pretende di controllarla. Le interpretazioni di Tintoretto e Rubens ampliano il racconto, mostrando come Ovidio sia stato per gli artisti una fonte inesauribile di invenzioni.
Leda, il desiderio e la bellezza pericolosa
Con Leda e il cigno, la metamorfosi assume una dimensione più sensuale e ambigua. Giove cambia aspetto per avvicinare la giovane donna e il mito diventa, tra Quattrocento e Cinquecento, un terreno di confronto fra pittura e scultura. La mostra ricostruisce la fortuna delle invenzioni perdute di Leonardo e Michelangelo, mentre la Danae di Correggio introduce un’altra forma del desiderio divino: Giove si manifesta come pioggia d’oro, trasformando la seduzione in pura apparizione pittorica. Qui il mutamento non riguarda soltanto il corpo: riguarda la materia stessa dell’immagine, che rende visibile ciò che nella realtà non potrebbe essere visto.
Pigmalione e il sogno di animare la materia
Con Pigmalione, il mito sembra improvvisamente parlare dell’artista contemporaneo. Lo scultore si innamora della propria creatura e desidera che la materia diventi vita. Le interpretazioni di Jean-Léon Gérôme e Auguste Rodin si concentrano proprio su quell’istante impossibile in cui la statua sembra sul punto di respirare. La metamorfosi coincide qui con il sogno più antico dell’arte: oltrepassare la materia, darle un’anima, convincere la pietra a diventare corpo. Ovidio racconta una fantasia; gli artisti, secoli dopo, continuano a provarci con il marmo, il colore, la luce.
Medusa, la trasformazione che pietrifica
Con Perseo e Medusa il meccanismo si rovescia. Se in altri miti la metamorfosi apre una possibilità, qui significa immobilità, perdita della propria forma, pietrificazione. Le opere di Rubens, Sebastiano Ricci, Antonio Tempesta e Rutilio Manetti mostrano come la testa di Medusa sia diventata nei secoli un’immagine potentissima della paura e del pericolo. Ma anche la pietrificazione può diventare uno strumento di salvezza: Perseo usa il volto della Gorgone contro i propri nemici. Il mito conserva così la sua ambivalenza, ricordandoci che ogni trasformazione può essere insieme condanna e liberazione.
Narciso ed Eco, il desiderio che si ripiega su se stesso
Alla fine del percorso arriva l’amore, ma non quello rassicurante delle storie a lieto fine. Nei miti di Narciso ed Eco, raccontati attraverso opere di Tiziano, Nicolas Poussin e splendidi arazzi tardomedievali, il desiderio diventa una forza capace di creare e distruggere. Narciso si perde nella propria immagine; Eco perde progressivamente il corpo fino a lasciare soltanto la voce. È difficile non vedere, in queste figure, qualcosa della nostra ossessione contemporanea per l’immagine e per la propria rappresentazione. Ovidio, ancora una volta, sembra aver anticipato il presente senza averlo mai conosciuto.
Il corpo non è mai definitivo
La forza di Metamorfosi. Ovidio e le arti sta nel non ridurre il mito a un repertorio di belle storie. Attraverso oltre ottanta opere, la mostra costruisce piuttosto una riflessione sulla forma come qualcosa di instabile, provvisorio, continuamente esposto al cambiamento. Il corpo può diventare natura, la natura può assumere sembianze umane, la pietra può aspirare alla vita, l’immagine può prendere il posto della realtà. In questa prospettiva, la metamorfosi non è un episodio eccezionale: è la regola. Ed è forse proprio questa la ragione per cui Ovidio continua a parlarci con tanta precisione.
Un antico poema, uno sguardo ancora contemporaneo
Il catalogo, realizzato in collaborazione con il Rijksmuseum e pubblicato in italiano, inglese e olandese, accompagna il progetto con saggi di studiosi italiani e olandesi. Il progetto grafico è firmato da Irma Boom, mentre gli allestimenti sono curati da Hubert Le Gall. Ma il vero catalogo della mostra resta quello che si costruisce negli occhi del visitatore: una sequenza di corpi che cambiano, amori che feriscono, immagini che prendono vita e forme che non accettano di restare immobili. Forse è questo il lascito più attuale di Ovidio: ricordarci che ciò che chiamiamo identità è, da sempre, soltanto una forma provvisoria.
Crediti immagini: Installation view, METAMORFOSI, Ovidio e le arti, Galleria Borghese, Roma. Ph. A. Novelli ©GalleriaBorghes
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Ovidio e le Metamorfosi alla Galleria Borghese: il mito nell’arte
Tempo stimato per la lettura: 23 minuti
Dopo la presentazione al Rijksmuseum di Amsterdam, Metamorfosi. Ovidio e le arti approda alla Galleria Borghese, dal 23 giugno al 20 settembre 2026. Nato dalla collaborazione tra le due istituzioni e curato da Francesca Cappelletti e Frits Scholten, il progetto romano assume una fisionomia autonoma, costruita attorno a oltre ottanta opere provenienti da importanti musei europei e americani. Non una semplice trasferta, dunque, ma una nuova lettura del grande poema di Ovidio, capace di attraversare secoli e linguaggi per tornare a una domanda sorprendentemente contemporanea: cosa significa cambiare forma?
La metamorfosi come destino
Nelle Metamorfosi, scritte da Ovidio all’inizio dell’era cristiana, tutto è movimento. Gli uomini diventano animali, piante, pietra; gli dèi cambiano aspetto; la natura stessa sembra sottoposta a una continua instabilità. Il poema non racconta soltanto trasformazioni spettacolari, ma costruisce una vera cosmologia del mutamento, dove i confini fra umano, naturale e divino restano porosi. La mostra prende sul serio questa intuizione e la trasforma in una chiave per leggere la storia dell’arte: ciò che cambia non è soltanto il corpo dei protagonisti, ma anche il modo in cui gli artisti guardano il mondo.
Una mostra già scritta nelle stanze della Borghese
Pochi luoghi avrebbero potuto accogliere questo progetto con altrettanta naturalezza. La Galleria Borghese nasce infatti dentro un immaginario profondamente legato al mito. Il cardinale Scipione Borghese fece costruire il Casino nobile fuori Porta Pinciana per accogliervi la propria collezione, concependo l’architettura come un teatro nel quale arte, cultura e autorappresentazione potessero fondersi. Nel Settecento Marcantonio IV Borghese affidò ad Antonio Asprucci una nuova organizzazione degli spazi, con le sculture al centro delle sale e un apparato decorativo ispirato proprio alle storie di Ovidio. Qui il mito non sembra dunque arrivare da fuori: era già nelle pareti.
Dal caos alla nascita del mondo
Il percorso comincia là dove comincia il poema: dal caos. Nella sezione Caos e Creazione, opere di Louis Finson, Hendrick Goltzius, Herri met de Bles, Auguste Rodin e Constantin Brâncuși affrontano il passaggio dalla materia informe all’ordine del cosmo. È un’apertura che mette subito in gioco una delle idee fondamentali della mostra: la forma non è mai definitiva. Nasce dal disordine, si organizza e poi torna a trasformarsi. Anche l’arte, in fondo, procede così. Da una materia ancora incerta emerge un’immagine, e quell’immagine diventa a sua volta un nuovo modo di percepire la realtà.
Ovidio, il libro che non smette di cambiare
Prima ancora di trasformarsi in pittura e scultura, le Metamorfosi hanno cambiato pelle attraverso i secoli. La sezione Il poeta e il libro racconta proprio questa lunga fortuna, dai manoscritti medievali alle traduzioni, dai volgarizzamenti alle interpretazioni morali dell’Ovide moralisé, fino al recupero filologico del Rinascimento. Ovidio sopravvive perché ogni epoca lo riscrive. Accanto alla storia materiale del poema, il percorso evoca il dialogo fra l’Apollo e Dafne di Antonio del Pollaiolo e il celebre gruppo di Bernini. Due modi diversi di dare corpo allo stesso istante: quello in cui la trasformazione è già cominciata e non può più essere fermata.
Plutone, Proserpina e il tempo delle stagioni
Al centro delle sale della Borghese, il Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini diventa il fulcro di una delle sezioni più drammatiche. Il rapimento della giovane da parte di Plutone e la disperazione di Cerere raccontano la perdita, ma anche la possibilità del ritorno. Proserpina è costretta a vivere fra due mondi e il suo destino diventa l’origine mitica dell’alternarsi delle stagioni. Attorno al marmo di Bernini si raccolgono opere antiche, dipinti di Agostino Carracci e il toccante Orfeo ed Euridice di Rubens. L’oltretomba ovidiano appare allora meno come un luogo della morte che come una soglia, dove ogni fine contiene già l’ipotesi di una rinascita.
Aracne, quando l’arte sfida gli dèi
Il mito di Aracne porta la metamorfosi direttamente dentro l’atto creativo. La giovane tessitrice osa sfidare Atena e, dopo aver dimostrato il proprio talento, viene trasformata in ragno. La tessitura diventa così una metafora della creazione: intrecciare fili significa costruire immagini, trasformare una storia in una superficie visibile. Dipinti, arazzi e manufatti tessili restituiscono questa doppia natura dell’arte, capace di dare forma alla parola e, nello stesso tempo, di sfidare chi quella forma pretende di controllarla. Le interpretazioni di Tintoretto e Rubens ampliano il racconto, mostrando come Ovidio sia stato per gli artisti una fonte inesauribile di invenzioni.
Leda, il desiderio e la bellezza pericolosa
Con Leda e il cigno, la metamorfosi assume una dimensione più sensuale e ambigua. Giove cambia aspetto per avvicinare la giovane donna e il mito diventa, tra Quattrocento e Cinquecento, un terreno di confronto fra pittura e scultura. La mostra ricostruisce la fortuna delle invenzioni perdute di Leonardo e Michelangelo, mentre la Danae di Correggio introduce un’altra forma del desiderio divino: Giove si manifesta come pioggia d’oro, trasformando la seduzione in pura apparizione pittorica. Qui il mutamento non riguarda soltanto il corpo: riguarda la materia stessa dell’immagine, che rende visibile ciò che nella realtà non potrebbe essere visto.
Pigmalione e il sogno di animare la materia
Con Pigmalione, il mito sembra improvvisamente parlare dell’artista contemporaneo. Lo scultore si innamora della propria creatura e desidera che la materia diventi vita. Le interpretazioni di Jean-Léon Gérôme e Auguste Rodin si concentrano proprio su quell’istante impossibile in cui la statua sembra sul punto di respirare. La metamorfosi coincide qui con il sogno più antico dell’arte: oltrepassare la materia, darle un’anima, convincere la pietra a diventare corpo. Ovidio racconta una fantasia; gli artisti, secoli dopo, continuano a provarci con il marmo, il colore, la luce.
Medusa, la trasformazione che pietrifica
Con Perseo e Medusa il meccanismo si rovescia. Se in altri miti la metamorfosi apre una possibilità, qui significa immobilità, perdita della propria forma, pietrificazione. Le opere di Rubens, Sebastiano Ricci, Antonio Tempesta e Rutilio Manetti mostrano come la testa di Medusa sia diventata nei secoli un’immagine potentissima della paura e del pericolo. Ma anche la pietrificazione può diventare uno strumento di salvezza: Perseo usa il volto della Gorgone contro i propri nemici. Il mito conserva così la sua ambivalenza, ricordandoci che ogni trasformazione può essere insieme condanna e liberazione.
Narciso ed Eco, il desiderio che si ripiega su se stesso
Alla fine del percorso arriva l’amore, ma non quello rassicurante delle storie a lieto fine. Nei miti di Narciso ed Eco, raccontati attraverso opere di Tiziano, Nicolas Poussin e splendidi arazzi tardomedievali, il desiderio diventa una forza capace di creare e distruggere. Narciso si perde nella propria immagine; Eco perde progressivamente il corpo fino a lasciare soltanto la voce. È difficile non vedere, in queste figure, qualcosa della nostra ossessione contemporanea per l’immagine e per la propria rappresentazione. Ovidio, ancora una volta, sembra aver anticipato il presente senza averlo mai conosciuto.
Il corpo non è mai definitivo
La forza di Metamorfosi. Ovidio e le arti sta nel non ridurre il mito a un repertorio di belle storie. Attraverso oltre ottanta opere, la mostra costruisce piuttosto una riflessione sulla forma come qualcosa di instabile, provvisorio, continuamente esposto al cambiamento. Il corpo può diventare natura, la natura può assumere sembianze umane, la pietra può aspirare alla vita, l’immagine può prendere il posto della realtà. In questa prospettiva, la metamorfosi non è un episodio eccezionale: è la regola. Ed è forse proprio questa la ragione per cui Ovidio continua a parlarci con tanta precisione.
Un antico poema, uno sguardo ancora contemporaneo
Il catalogo, realizzato in collaborazione con il Rijksmuseum e pubblicato in italiano, inglese e olandese, accompagna il progetto con saggi di studiosi italiani e olandesi. Il progetto grafico è firmato da Irma Boom, mentre gli allestimenti sono curati da Hubert Le Gall. Ma il vero catalogo della mostra resta quello che si costruisce negli occhi del visitatore: una sequenza di corpi che cambiano, amori che feriscono, immagini che prendono vita e forme che non accettano di restare immobili. Forse è questo il lascito più attuale di Ovidio: ricordarci che ciò che chiamiamo identità è, da sempre, soltanto una forma provvisoria.
Crediti immagini: Installation view, METAMORFOSI, Ovidio e le arti, Galleria Borghese, Roma. Ph. A. Novelli ©GalleriaBorghes








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