Yayoi Kusama, addio all’artista dell’infinito: il ricordo di David Zwirner

Tempo stimato per la lettura: 2,2 minuti
L’infinito, per Yayoi Kusama, non era una metafora. Era una materia da dipingere, moltiplicare, attraversare. L’artista giapponese è morta il 14 agosto 2026, in un ospedale di Tokyo, all’età di 97 anni, per insufficienza multiorgano. La notizia della sua scomparsa è stata diffusa il 26 agosto 2026 dalla galleria David Zwirner.
Per quasi un secolo Kusama ha trasformato ossessione, ripetizione e vertigine in un linguaggio universale. I pois, le zucche, le reti infinite, gli specchi e le installazioni immersive hanno oltrepassato i confini dell’arte contemporanea, diventando immagini riconoscibili in tutto il mondo.
Una bambina davanti all’infinito
Nata nel 1929 a Matsumoto, in Giappone, Kusama organizza la sua prima mostra personale nel 1952. Ma è nella New York degli anni Sessanta che la sua figura esplode: performance, happening, eventi e opere radicali la portano al centro dell’avanguardia internazionale. La sua pratica non si lascia confinare in una sola disciplina. Pittura, scultura, installazione, performance, letteratura e poesia diventano strumenti di una ricerca ossessiva e coerente.
La ripetizione è il suo gesto fondamentale. Un punto non basta: deve proliferare fino a cancellare la superficie. Una rete deve continuare oltre i limiti della tela. Uno specchio deve moltiplicare il corpo fino a renderlo quasi invisibile. È la logica dell’auto-annullamento, ma anche il tentativo di perdersi nel mondo per raggiungere una dimensione più grande dell’individuo.
Da New York a Venezia
Negli anni Sessanta Kusama diventa una protagonista della scena d’avanguardia newyorkese, entrando in dialogo con alcune delle esperienze che avrebbero segnato la storia del minimalismo, della pop art e della performance.
Il riconoscimento internazionale arriva con forza alla fine degli anni Ottanta, con importanti mostre a New York e Oxford. Nel 1993 rappresenta il Giappone alla 45ª Biennale di Venezia, consacrandosi definitivamente sulla scena internazionale. Da quel momento le grandi retrospettive si susseguono. Una mostra del 2011-2012 attraversa Madrid, Parigi, Londra e New York, portando il suo lavoro davanti a un pubblico sempre più vasto.
Quando il museo diventa un’esperienza
È soprattutto nelle Infinity Mirror Rooms che Kusama anticipa una nuova relazione tra opera e spettatore. Entrare in una delle sue stanze significa smettere, almeno per qualche istante, di essere semplicemente davanti a un’opera. Lo spazio si moltiplica, il corpo dello spettatore.
Crediti immagini:
Kusama creating paintings for her My Eternal Soul series in her studio, 2014. © YAYOI KUSAMA
Yayoi Kusama, around the age of 10, in Matsumoto, Japan © YAYOI KUSAMA.
Narcissus Garden – installation at the 33rd Venice Biennale © YAYOI KUSAMA.
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Yayoi Kusama, addio all’artista dell’infinito: il ricordo di David Zwirner
Tempo stimato per la lettura: 7 minuti
L’infinito, per Yayoi Kusama, non era una metafora. Era una materia da dipingere, moltiplicare, attraversare. L’artista giapponese è morta il 14 agosto 2026, in un ospedale di Tokyo, all’età di 97 anni, per insufficienza multiorgano. La notizia della sua scomparsa è stata diffusa il 26 agosto 2026 dalla galleria David Zwirner.
Per quasi un secolo Kusama ha trasformato ossessione, ripetizione e vertigine in un linguaggio universale. I pois, le zucche, le reti infinite, gli specchi e le installazioni immersive hanno oltrepassato i confini dell’arte contemporanea, diventando immagini riconoscibili in tutto il mondo.
Una bambina davanti all’infinito
Nata nel 1929 a Matsumoto, in Giappone, Kusama organizza la sua prima mostra personale nel 1952. Ma è nella New York degli anni Sessanta che la sua figura esplode: performance, happening, eventi e opere radicali la portano al centro dell’avanguardia internazionale. La sua pratica non si lascia confinare in una sola disciplina. Pittura, scultura, installazione, performance, letteratura e poesia diventano strumenti di una ricerca ossessiva e coerente.
La ripetizione è il suo gesto fondamentale. Un punto non basta: deve proliferare fino a cancellare la superficie. Una rete deve continuare oltre i limiti della tela. Uno specchio deve moltiplicare il corpo fino a renderlo quasi invisibile. È la logica dell’auto-annullamento, ma anche il tentativo di perdersi nel mondo per raggiungere una dimensione più grande dell’individuo.
Da New York a Venezia
Negli anni Sessanta Kusama diventa una protagonista della scena d’avanguardia newyorkese, entrando in dialogo con alcune delle esperienze che avrebbero segnato la storia del minimalismo, della pop art e della performance.
Il riconoscimento internazionale arriva con forza alla fine degli anni Ottanta, con importanti mostre a New York e Oxford. Nel 1993 rappresenta il Giappone alla 45ª Biennale di Venezia, consacrandosi definitivamente sulla scena internazionale. Da quel momento le grandi retrospettive si susseguono. Una mostra del 2011-2012 attraversa Madrid, Parigi, Londra e New York, portando il suo lavoro davanti a un pubblico sempre più vasto.
Quando il museo diventa un’esperienza
È soprattutto nelle Infinity Mirror Rooms che Kusama anticipa una nuova relazione tra opera e spettatore. Entrare in una delle sue stanze significa smettere, almeno per qualche istante, di essere semplicemente davanti a un’opera. Lo spazio si moltiplica, il corpo dello spettatore.
Crediti immagini:
Kusama creating paintings for her My Eternal Soul series in her studio, 2014. © YAYOI KUSAMA
Yayoi Kusama, around the age of 10, in Matsumoto, Japan © YAYOI KUSAMA.
Narcissus Garden – installation at the 33rd Venice Biennale © YAYOI KUSAMA.






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