Morire di classe: quando la fotografia ha cambiato lo sguardo sulla psichiatria

About the Author: Redazione ViviCreativo

Published On: 11 Giugno 2026

Tempo stimato per la lettura: 5,7 minuti

Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin al MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea non è una mostra da osservare a distanza. È un archivio che continua a disturbare. Le fotografie di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin non ricostruiscono il manicomio: lo espongono così com’era, senza mediazioni, senza protezioni.

In collaborazione con il Polo Museale Sapienza Cultura e promossa da Archivio Basaglia e Il Saggiatore, l’esposizione riparte da un libro del 1969 che ha spostato il confine dello sguardo sulla malattia mentale: Morire di classe, curato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia. Il materiale in mostra, dal 10 giugno all’8 luglio 2026, nasce da un lavoro fotografico che non cerca interpretazione: registra spazi, corpi e condizioni di vita dentro i manicomi italiani, prima che diventassero un oggetto di memoria.

L’immagine come prova, non come illustrazione

Le fotografie di Cerati e Berengo Gardin mostrano i manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma alla fine degli anni Sessanta. Luoghi pensati come istituzioni di cura emergono come spazi di contenimento totale: letti ravvicinati, stanze spoglie, corpi immobilizzati, sguardi sospesi.

Non c’è enfasi, non c’è costruzione narrativa. La forza delle immagini sta nella loro semplicità documentaria. È proprio questa semplicità a renderle difficili da guardare oggi, perché non offrono distanza estetica né protezione interpretativa.

Il progetto fotografico si inserisce nel lavoro più ampio di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia sulla riforma psichiatrica, che mette in discussione l’ospedale psichiatrico come struttura di segregazione sociale prima ancora che sanitaria.

Basaglia e la fine dell’istituzione totale

Il libro Morire di classe diventa uno dei dispositivi culturali che contribuiscono al dibattito che porterà alla Legge 180 (Italian Mental Health Reform). La legge segna l’inizio della chiusura dei manicomi e l’avvio di un modello di assistenza psichiatrica basato sulla tutela della persona e non sulla sua esclusione.

La mostra non si limita a celebrare questo passaggio storico, ma ne riattiva le domande. Cosa significa oggi guardare quelle immagini? E soprattutto: che cosa resta di quella trasformazione nel presente?

Le fotografie non funzionano come testimonianze chiuse nel passato. Continuano a interrogare il modo in cui le società definiscono ciò che è “normale” e ciò che non lo è.

Una mostra che si muove tra archivio e presente

Oggi Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin è una mostra itinerante, promossa da Archivio Basaglia, che attraversa contesti universitari con l’obiettivo di mantenere attivo il dibattito sulla salute mentale.

Il fatto che il progetto si rivolga in particolare alle università non è secondario. Significa spostare queste immagini fuori dalla dimensione puramente storica o museale, per restituirle a un pubblico che non ha vissuto direttamente la realtà manicomiale precedente alla riforma.

Il rischio, in casi come questo, è sempre quello della distanza: considerare il manicomio come un “prima” assoluto, chiuso, definitivamente superato. La mostra lavora invece contro questa semplificazione.

Il dispositivo mlac e la sapienza come spazio espositivo

Il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea non è solo sede espositiva, ma dispositivo educativo. La collaborazione con il Polo Museale Sapienza Cultura permette di integrare la mostra con attività di ricerca, studio e produzione critica.

Accanto alle fotografie, il percorso include una selezione di libri di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, insieme a documenti e materiali che raccontano la continuità del dibattito sulla salute mentale dopo la riforma.

Tra i testi fondamentali emerge L’istituzione negata (1968), che rappresenta uno dei punti di svolta teorici del pensiero basagliano, insieme agli scritti di Franca Ongaro sulla condizione femminile e sulle forme di esclusione sociale.

Un archivio che non è mai neutro

La sezione bibliografica è curata da un gruppo di studentesse e studenti dei corsi di Storia dell’arte e Studi storico-artistici della Sapienza Università di Roma, coordinati da Federica Pontini e Giulia Topi. Il lavoro è reso possibile grazie ai prestiti della Biblioteca Universitaria Alessandrina e delle biblioteche specialistiche della Sapienza.

Questa dimensione non è marginale: trasforma la mostra in un laboratorio attivo, dove la costruzione dell’archivio è parte integrante dell’esperienza. Non si tratta di conservare materiali, ma di rileggerli.

In questo senso, la mostra non presenta un archivio chiuso, ma un sistema in continua elaborazione.

Il corpo, la povertà, l’esclusione

Le immagini esposte rendono visibile un nodo centrale del lavoro di Basaglia: il legame tra sofferenza psichica, povertà ed esclusione sociale. I manicomi non emergono solo come luoghi di cura mancata, ma come dispositivi che amplificano disuguaglianze già presenti nella società.

Le fotografie mostrano persone private di individualità, ridotte a corpi amministrati da un sistema istituzionale. Non sono immagini spettacolari, ma proprio per questo risultano difficili da neutralizzare.

Il loro impatto, oggi come allora, non dipende dalla quantità di informazioni che contengono, ma dalla loro capacità di interrompere la distanza tra osservatore e soggetto.

Un programma che estende la mostra oltre lo spazio espositivo

Il progetto curato dal Polo Museale Sapienza Cultura si sviluppa anche attraverso un programma pubblico che accompagna la mostra.

Il 10 giugno è prevista una tavola rotonda che approfondisce i temi della riforma psichiatrica e del ruolo delle immagini nella costruzione del dibattito pubblico. L’11 giugno, al Nuovo Teatro Ateneo, viene proiettato il film Bobo (2025) di Pippo Delbono, mentre il 25 giugno è dedicato alla presentazione degli approfondimenti realizzati da studentesse e studenti al MLAC.

Questa articolazione amplia il perimetro della mostra, trasformandola in un processo più che in un evento.

Guardare di nuovo, senza distanza di sicurezza

Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin non chiede una lettura nostalgica né una celebrazione della riforma. Chiede piuttosto di tornare a guardare immagini che hanno già avuto un impatto politico, ma che continuano a interrogare il presente.

Il punto non è ricordare ciò che è stato superato, ma osservare ciò che quelle immagini ancora dicono sul modo in cui una società definisce chi resta dentro e chi viene escluso.

In questo senso, la mostra non appartiene solo alla storia della psichiatria o della fotografia italiana. Appartiene a una domanda più ampia, che resta aperta: come si costruisce oggi il confine tra visibile e invisibile, tra cura e controllo, tra norma ed esclusione.

 

 

Crediti immagine: Fotografia di Gianni Berengo Gardin © Gianni Berengo Gardin / Archivio Il Saggiatore

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In collaborazione con il Polo Museale Sapienza Cultura e promossa da Archivio Basaglia e Il Saggiatore, l’esposizione riparte da un libro del 1969 che ha spostato il confine dello sguardo sulla malattia mentale: Morire di classe, curato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia. Il materiale in mostra, dal 10 giugno all’8 luglio 2026, nasce da un lavoro fotografico che non cerca interpretazione: registra spazi, corpi e condizioni di vita dentro i manicomi italiani, prima che diventassero un oggetto di memoria.

L’immagine come prova, non come illustrazione

Le fotografie di Cerati e Berengo Gardin mostrano i manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma alla fine degli anni Sessanta. Luoghi pensati come istituzioni di cura emergono come spazi di contenimento totale: letti ravvicinati, stanze spoglie, corpi immobilizzati, sguardi sospesi.

Non c’è enfasi, non c’è costruzione narrativa. La forza delle immagini sta nella loro semplicità documentaria. È proprio questa semplicità a renderle difficili da guardare oggi, perché non offrono distanza estetica né protezione interpretativa.

Il progetto fotografico si inserisce nel lavoro più ampio di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia sulla riforma psichiatrica, che mette in discussione l’ospedale psichiatrico come struttura di segregazione sociale prima ancora che sanitaria.

Basaglia e la fine dell’istituzione totale

Il libro Morire di classe diventa uno dei dispositivi culturali che contribuiscono al dibattito che porterà alla Legge 180 (Italian Mental Health Reform). La legge segna l’inizio della chiusura dei manicomi e l’avvio di un modello di assistenza psichiatrica basato sulla tutela della persona e non sulla sua esclusione.

La mostra non si limita a celebrare questo passaggio storico, ma ne riattiva le domande. Cosa significa oggi guardare quelle immagini? E soprattutto: che cosa resta di quella trasformazione nel presente?

Le fotografie non funzionano come testimonianze chiuse nel passato. Continuano a interrogare il modo in cui le società definiscono ciò che è “normale” e ciò che non lo è.

Una mostra che si muove tra archivio e presente

Oggi Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin è una mostra itinerante, promossa da Archivio Basaglia, che attraversa contesti universitari con l’obiettivo di mantenere attivo il dibattito sulla salute mentale.

Il fatto che il progetto si rivolga in particolare alle università non è secondario. Significa spostare queste immagini fuori dalla dimensione puramente storica o museale, per restituirle a un pubblico che non ha vissuto direttamente la realtà manicomiale precedente alla riforma.

Il rischio, in casi come questo, è sempre quello della distanza: considerare il manicomio come un “prima” assoluto, chiuso, definitivamente superato. La mostra lavora invece contro questa semplificazione.

Il dispositivo mlac e la sapienza come spazio espositivo

Il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea non è solo sede espositiva, ma dispositivo educativo. La collaborazione con il Polo Museale Sapienza Cultura permette di integrare la mostra con attività di ricerca, studio e produzione critica.

Accanto alle fotografie, il percorso include una selezione di libri di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, insieme a documenti e materiali che raccontano la continuità del dibattito sulla salute mentale dopo la riforma.

Tra i testi fondamentali emerge L’istituzione negata (1968), che rappresenta uno dei punti di svolta teorici del pensiero basagliano, insieme agli scritti di Franca Ongaro sulla condizione femminile e sulle forme di esclusione sociale.

Un archivio che non è mai neutro

La sezione bibliografica è curata da un gruppo di studentesse e studenti dei corsi di Storia dell’arte e Studi storico-artistici della Sapienza Università di Roma, coordinati da Federica Pontini e Giulia Topi. Il lavoro è reso possibile grazie ai prestiti della Biblioteca Universitaria Alessandrina e delle biblioteche specialistiche della Sapienza.

Questa dimensione non è marginale: trasforma la mostra in un laboratorio attivo, dove la costruzione dell’archivio è parte integrante dell’esperienza. Non si tratta di conservare materiali, ma di rileggerli.

In questo senso, la mostra non presenta un archivio chiuso, ma un sistema in continua elaborazione.

Il corpo, la povertà, l’esclusione

Le immagini esposte rendono visibile un nodo centrale del lavoro di Basaglia: il legame tra sofferenza psichica, povertà ed esclusione sociale. I manicomi non emergono solo come luoghi di cura mancata, ma come dispositivi che amplificano disuguaglianze già presenti nella società.

Le fotografie mostrano persone private di individualità, ridotte a corpi amministrati da un sistema istituzionale. Non sono immagini spettacolari, ma proprio per questo risultano difficili da neutralizzare.

Il loro impatto, oggi come allora, non dipende dalla quantità di informazioni che contengono, ma dalla loro capacità di interrompere la distanza tra osservatore e soggetto.

Un programma che estende la mostra oltre lo spazio espositivo

Il progetto curato dal Polo Museale Sapienza Cultura si sviluppa anche attraverso un programma pubblico che accompagna la mostra.

Il 10 giugno è prevista una tavola rotonda che approfondisce i temi della riforma psichiatrica e del ruolo delle immagini nella costruzione del dibattito pubblico. L’11 giugno, al Nuovo Teatro Ateneo, viene proiettato il film Bobo (2025) di Pippo Delbono, mentre il 25 giugno è dedicato alla presentazione degli approfondimenti realizzati da studentesse e studenti al MLAC.

Questa articolazione amplia il perimetro della mostra, trasformandola in un processo più che in un evento.

Guardare di nuovo, senza distanza di sicurezza

Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin non chiede una lettura nostalgica né una celebrazione della riforma. Chiede piuttosto di tornare a guardare immagini che hanno già avuto un impatto politico, ma che continuano a interrogare il presente.

Il punto non è ricordare ciò che è stato superato, ma osservare ciò che quelle immagini ancora dicono sul modo in cui una società definisce chi resta dentro e chi viene escluso.

In questo senso, la mostra non appartiene solo alla storia della psichiatria o della fotografia italiana. Appartiene a una domanda più ampia, che resta aperta: come si costruisce oggi il confine tra visibile e invisibile, tra cura e controllo, tra norma ed esclusione.

 

 

Crediti immagine: Fotografia di Gianni Berengo Gardin © Gianni Berengo Gardin / Archivio Il Saggiatore

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