Antoni Tàpies: il mistero della materia raccontato da Jean Frémon

Tempo stimato per la lettura: 4,8 minuti
C’è un mistero che attraversa l’opera di , tra i grandi protagonisti della pittura spagnola della seconda metà del Novecento. Un mistero che nasce da un paradosso: la sua pittura sembra semplice, quasi povera, eppure spalanca davanti allo sguardo un universo vertiginoso. Porte, sedie, tavoli, letti, mani, piedi, bocche, croci, lettere e segni matematici diventano gli elementi di una cosmogonia enigmatica, dove l’immagine non pretende necessariamente di significare qualcosa, ma sembra piuttosto testimoniare una presenza, un impulso, una forma di vita.
È dentro questa tensione fra il quotidiano e l’assoluto che si muove il libro di Jean Frémon, Antoni Tapiès : la substance et les accidents, ripubblicato dalle Éditions Unes il 21 agosto 2026 in un’edizione ampliata e arricchita dalle chine di Tàpies. Un volume di 120 pagine che non si limita a raccontare un artista, ma prova ad avvicinarsi al mistero stesso della sua pittura.
Dentro l’atelier di Tàpies
Pochi hanno conosciuto Antoni Tàpies con la stessa continuità e intimità di Jean Frémon. Nato a Parigi nel 1946, scrittore e poeta, Frémon ha fondato nel 1981, insieme a Jacques Dupin e Daniel Lelong, la Galerie Lelong, contribuendo a farne uno dei luoghi di riferimento dell’arte contemporanea internazionale. Tra gli artisti rappresentati dalla galleria c’era proprio Tàpies.
Il suo libro segue dunque l’artista lungo l’intero arco della sua carriera, dagli esordi negli anni Quaranta fino alle ultime opere del 2012. Ma soprattutto ci conduce nel suo mondo: nella Barcellona amata, nello studio dove la pittura prende forma, davanti a una biblioteca sterminata in cui filosofia occidentale e pensiero Zen dialogano senza gerarchie.
Frémon racconta anche la straordinaria collezione di oggetti antichi raccolti da Tàpies: reperti provenienti dall’Egitto, dalle Cicladi, dall’Africa, dall’Oceania, dall’India e dalle Americhe. Forme, superfici, rilievi e tracce del passato entrano così nella sua pittura, trasformandosi e perdendo la loro identità originaria per diventare materia di un nuovo linguaggio.
Quando l’oggetto più povero diventa sacro
Tàpies guarda il mondo come un alchimista. È questa, forse, una delle intuizioni più fertili di Frémon: l’artista non inventa necessariamente nuovi oggetti, ma cambia il nostro modo di vederli. Il reale e il suo doppio si sovrappongono. Una porta può smettere di essere una semplice porta; una croce, una sedia o un segno tracciato su una superficie terrosa possono acquisire una forza quasi rituale.
La materia diventa allora il luogo di una metamorfosi. Graffi, incisioni, abrasioni e impronte sembrano scavare nella superficie della tela alla ricerca di una memoria più antica. La pittura di Tàpies appare consumata, ferita, sedimentata: come se ogni quadro fosse insieme muro, reperto, corpo e paesaggio.
È qui che il gesto pittorico acquista una dimensione quasi fisica. Prima ancora di essere letto, il segno viene percepito. La pittura si offre al tatto immaginario dello spettatore, alla sua sensibilità, al suo corpo.
Nessuna teoria, soltanto domande
Tàpies non ha mai smesso di interrogare il rapporto fra arte e realtà senza trasformare queste domande in un sistema teorico. La sua opera non offre risposte definitive. Al contrario, sembra alimentarsi proprio dell’incertezza, della possibilità che un segno rimanga aperto, irriducibile.
Da qui nasce una pittura sospesa fra la «rabbia dell’espressione» e la «pura meditazione», capace di guardare tanto alle avanguardie quanto alle forme dell’arte popolare e primitiva. Una pittura che cerca alle proprie radici qualcosa di essenziale: non la rappresentazione della verità, ma una forma di esperienza.
L’«informe tende verso l’assoluto»: è forse questa la traiettoria segreta dell’artista. La materia grezza non è un limite, ma una soglia. Più la superficie sembra spogliarsi, più il quadro si carica di presenze.
Jean Frémon, un testimone privilegiato
La forza del libro sta anche nello sguardo di Frémon, che conosce Tàpies non soltanto attraverso le opere, ma attraverso la lunga familiarità con l’uomo e con il suo ambiente. Il ritratto che ne emerge è dunque panoramico e insieme intimo: quello di un artista immerso nella cultura, nella storia, nella filosofia e nella materialità delle cose.
Frémon è autore di romanzi, libri di poesia e numerosi saggi dedicati agli artisti contemporanei, raccolti in gran parte nel volume Gloire des formes. La sua scrittura nasce da una prossimità rara: non quella dello specialista che sistema un’opera dentro una teoria, ma quella di chi osserva, frequenta, ascolta e cerca di capire senza cancellare l’enigma.
Il mistero resta aperto
A più di dieci anni dalla morte di Tàpies, la sua pittura conserva intatta la capacità di spiazzare. Forse perché non chiede allo spettatore di riconoscere un significato, ma di accettare una domanda. Che cosa rende reale un’immagine? Quando un oggetto smette di essere soltanto un oggetto? E fino a che punto la materia può diventare spirito?
Il libro di Jean Frémon non pretende di sciogliere questo mistero. Ed è probabilmente proprio questo il suo pregio. Di fronte a Tàpies, la critica cede il passo alla contemplazione, la spiegazione alla domanda. Perché, come suggerisce l’artista attraverso la sua opera, forse le domande valgono più delle risposte.
Jean Frémon, Antoni Tàpies. Éditions Unes, nuova edizione ampliata, 120 pagine, brossura cucita, 15 × 21 cm, ISBN 978-2-87704-316-8, 22 €. Pubblicazione: 21 agosto 2026.
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Antoni Tàpies: il mistero della materia raccontato da Jean Frémon
Tempo stimato per la lettura: 15 minuti
C’è un mistero che attraversa l’opera di , tra i grandi protagonisti della pittura spagnola della seconda metà del Novecento. Un mistero che nasce da un paradosso: la sua pittura sembra semplice, quasi povera, eppure spalanca davanti allo sguardo un universo vertiginoso. Porte, sedie, tavoli, letti, mani, piedi, bocche, croci, lettere e segni matematici diventano gli elementi di una cosmogonia enigmatica, dove l’immagine non pretende necessariamente di significare qualcosa, ma sembra piuttosto testimoniare una presenza, un impulso, una forma di vita.
È dentro questa tensione fra il quotidiano e l’assoluto che si muove il libro di Jean Frémon, Antoni Tapiès : la substance et les accidents, ripubblicato dalle Éditions Unes il 21 agosto 2026 in un’edizione ampliata e arricchita dalle chine di Tàpies. Un volume di 120 pagine che non si limita a raccontare un artista, ma prova ad avvicinarsi al mistero stesso della sua pittura.
Dentro l’atelier di Tàpies
Pochi hanno conosciuto Antoni Tàpies con la stessa continuità e intimità di Jean Frémon. Nato a Parigi nel 1946, scrittore e poeta, Frémon ha fondato nel 1981, insieme a Jacques Dupin e Daniel Lelong, la Galerie Lelong, contribuendo a farne uno dei luoghi di riferimento dell’arte contemporanea internazionale. Tra gli artisti rappresentati dalla galleria c’era proprio Tàpies.
Il suo libro segue dunque l’artista lungo l’intero arco della sua carriera, dagli esordi negli anni Quaranta fino alle ultime opere del 2012. Ma soprattutto ci conduce nel suo mondo: nella Barcellona amata, nello studio dove la pittura prende forma, davanti a una biblioteca sterminata in cui filosofia occidentale e pensiero Zen dialogano senza gerarchie.
Frémon racconta anche la straordinaria collezione di oggetti antichi raccolti da Tàpies: reperti provenienti dall’Egitto, dalle Cicladi, dall’Africa, dall’Oceania, dall’India e dalle Americhe. Forme, superfici, rilievi e tracce del passato entrano così nella sua pittura, trasformandosi e perdendo la loro identità originaria per diventare materia di un nuovo linguaggio.
Quando l’oggetto più povero diventa sacro
Tàpies guarda il mondo come un alchimista. È questa, forse, una delle intuizioni più fertili di Frémon: l’artista non inventa necessariamente nuovi oggetti, ma cambia il nostro modo di vederli. Il reale e il suo doppio si sovrappongono. Una porta può smettere di essere una semplice porta; una croce, una sedia o un segno tracciato su una superficie terrosa possono acquisire una forza quasi rituale.
La materia diventa allora il luogo di una metamorfosi. Graffi, incisioni, abrasioni e impronte sembrano scavare nella superficie della tela alla ricerca di una memoria più antica. La pittura di Tàpies appare consumata, ferita, sedimentata: come se ogni quadro fosse insieme muro, reperto, corpo e paesaggio.
È qui che il gesto pittorico acquista una dimensione quasi fisica. Prima ancora di essere letto, il segno viene percepito. La pittura si offre al tatto immaginario dello spettatore, alla sua sensibilità, al suo corpo.
Nessuna teoria, soltanto domande
Tàpies non ha mai smesso di interrogare il rapporto fra arte e realtà senza trasformare queste domande in un sistema teorico. La sua opera non offre risposte definitive. Al contrario, sembra alimentarsi proprio dell’incertezza, della possibilità che un segno rimanga aperto, irriducibile.
Da qui nasce una pittura sospesa fra la «rabbia dell’espressione» e la «pura meditazione», capace di guardare tanto alle avanguardie quanto alle forme dell’arte popolare e primitiva. Una pittura che cerca alle proprie radici qualcosa di essenziale: non la rappresentazione della verità, ma una forma di esperienza.
L’«informe tende verso l’assoluto»: è forse questa la traiettoria segreta dell’artista. La materia grezza non è un limite, ma una soglia. Più la superficie sembra spogliarsi, più il quadro si carica di presenze.
Jean Frémon, un testimone privilegiato
La forza del libro sta anche nello sguardo di Frémon, che conosce Tàpies non soltanto attraverso le opere, ma attraverso la lunga familiarità con l’uomo e con il suo ambiente. Il ritratto che ne emerge è dunque panoramico e insieme intimo: quello di un artista immerso nella cultura, nella storia, nella filosofia e nella materialità delle cose.
Frémon è autore di romanzi, libri di poesia e numerosi saggi dedicati agli artisti contemporanei, raccolti in gran parte nel volume Gloire des formes. La sua scrittura nasce da una prossimità rara: non quella dello specialista che sistema un’opera dentro una teoria, ma quella di chi osserva, frequenta, ascolta e cerca di capire senza cancellare l’enigma.
Il mistero resta aperto
A più di dieci anni dalla morte di Tàpies, la sua pittura conserva intatta la capacità di spiazzare. Forse perché non chiede allo spettatore di riconoscere un significato, ma di accettare una domanda. Che cosa rende reale un’immagine? Quando un oggetto smette di essere soltanto un oggetto? E fino a che punto la materia può diventare spirito?
Il libro di Jean Frémon non pretende di sciogliere questo mistero. Ed è probabilmente proprio questo il suo pregio. Di fronte a Tàpies, la critica cede il passo alla contemplazione, la spiegazione alla domanda. Perché, come suggerisce l’artista attraverso la sua opera, forse le domande valgono più delle risposte.
Jean Frémon, Antoni Tàpies. Éditions Unes, nuova edizione ampliata, 120 pagine, brossura cucita, 15 × 21 cm, ISBN 978-2-87704-316-8, 22 €. Pubblicazione: 21 agosto 2026.








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