PhotoSaintGermain 2026: la fotografia conquista Saint-Germain-des-Prés

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 24 Ottobre 2026

Tempo stimato per la lettura: 9 minuti

A novembre, Parigi cambia luce. Per quasi un mese, Saint-Germain-des-Prés diventa una città nella città: fotografie che affiorano nei musei, nelle gallerie, nelle librerie, negli archivi, perfino negli spazi meno prevedibili. Dal 5 al 28 novembre 2026, la quindicesima edizione di PhotoSaintGermain trasforma la Rive Gauche in un grande laboratorio dello sguardo. Un percorso gratuito e a libero accesso, diretto da Aurélia Marcadier, che riunisce mostre, produzioni inedite, incontri e progetti capaci di mettere la fotografia in dialogo con arte, storia, scienza e memoria.

La città come spazio espositivo, tra memoria, arte e sperimentazione

È questa, forse, la caratteristica più interessante del festival: non propone un unico modo di intendere la fotografia. La porta fuori dalla galleria e la fa entrare in luoghi dove normalmente non la cercheremmo. Per la quindicesima edizione sono dodici le produzioni e coproduzioni inedite realizzate dal festival, accanto alla programmazione delle istituzioni e delle gallerie partner. Il risultato è un percorso volutamente irregolare, da attraversare più che da consumare: una fotografia che cambia forma a seconda dello spazio che la accoglie.

 Saint-Germain come organismo vivente

«Quando ho preso le redini del festival, nel 2015, ho voluto ampliare lo sguardo e coinvolgere tutti quei luoghi che danno al quartiere il suo fascino e la sua anima: musei, centri culturali, cinema, librerie, hotel, caffè, giardini, chiese e rive della Senna fanno parte, ai miei occhi, di uno stesso ecosistema. Volevo guardare Saint-Germain-des-Prés al presente, al di là del mito che lo ha consumato. Da qui è nata anche l’idea di commissionare nuovi progetti a giovani talenti, affinché restituissero il quartiere attraverso il loro sguardo, inevitabilmente soggettivo.»

Aurélia Marcadier, direttrice di PhotoSaintGermain

Quando un museo diventa una camera oscura

Al Musée d’Histoire de la Médecine, l’universo poetico di Michel Butor incontra le collezioni dell’Università Paris Cité. Libri d’artista, fotografie e documenti restituiscono la dimensione visiva di uno scrittore che ha fatto della scrittura un luogo di attraversamento tra discipline. Alla Maison d’Auguste Comte, invece, Pierre-Jérôme Jehel mette in relazione una nuova produzione fotografica con gli archivi del museo. Due progetti molto diversi, ma accomunati da una stessa domanda: che cosa può fare un’immagine quando entra in contatto con la memoria?

Gli animali nei quadri di Delacroix

Al Musée national Eugène-Delacroix, la fotografia di Karen Knorr incontra direttamente l’universo pittorico di Delacroix. Le sue immagini di animali monumentali inseriti in palazzi e luoghi patrimoniali costruiscono scene sospese tra realtà e finzione. Un pavone, una tigre o un cervo diventano presenze quasi teatrali, capaci di incrinare l’ordine dell’architettura. Il confronto mette in discussione una separazione apparentemente naturale: quella tra cultura e natura. E apre una porta sul territorio più ambiguo del mito, della credenza e dell’immaginazione.

Fotografare la città che non si lascia vedere

All’École nationale supérieure d’architecture Paris-Malaquais, Benoît Fougeirol presenta Zus, in dialogo con i lavori degli studenti. Fotografia, cartografia ed editoria si incontrano per interrogare la rappresentazione dei territori urbani definiti «sensibili». Il punto non è soltanto mostrare la città, ma chiedersi chi la descrive, da quale posizione e secondo quale mappa. Tra spazio vissuto, spazio percepito e spazio amministrato, l’immagine diventa uno strumento per mettere in crisi le categorie con cui osserviamo la periferia e i suoi abitanti.

La controcultura prende una stanza d’albergo

All’Hôtel La Louisiane, luogo carico di memoria della vita culturale di Saint-Germain, Martha Kirszenbaum firma per il quinto anno di Room Service una carta bianca dedicata alla controcultura. È una scelta particolarmente adatta a un luogo che porta ancora addosso l’eco di musicisti, scrittori e artisti. Qui la fotografia si confronta con l’idea stessa di margine, con le scene alternative e con quelle forme culturali che nascono lontano dai circuiti ufficiali prima di modificarli.

La guerra lascia impronte

Alla Mairie du 7e arrondissement, in collaborazione con il Musée de l’Armée – Hôtel national des Invalides, Chloe Sharrock presenta il lavoro nato durante la terza residenza fotografica del museo. Dalla foresta di Verdun alle rovine della linea Maginot, l’artista raccoglie paesaggi, disegni, tracce militari, ricordi e volti. La guerra non appare soltanto attraverso ciò che resta: diventa un fenomeno inscritto nella materia del paesaggio. L’immagine oscilla così tra rivelazione e scomparsa, tra ciò che la storia conserva e ciò che lentamente cancella.

Due secoli di immagini per chi non vede

Uno dei progetti più sorprendenti è forse quello dell’Institut National des Jeunes Aveugles, che apre eccezionalmente i propri archivi fotografici. Des aveugles, la collection photographique de l’INJA, curata da Léa Miranda, attraversa più di due secoli di storia dell’accessibilità e della rappresentazione delle persone cieche e ipovedenti. Qui la fotografia diventa anche oggetto di interrogazione: chi viene fotografato, come viene rappresentato e per quale sguardo? Un archivio storico si trasforma così in uno spazio di riflessione sul potere delle immagini.

La scienza incontra la giovane fotografia

Al Musée de Minéralogie dell’École des Mines de Paris, Laure Winants lavora sul confine tra arte e scienza. Le sue ricerche fotografiche e plastiche entrano in dialogo con le collezioni di minerali del museo, creando un incontro tra forme geologiche, osservazione scientifica e sensibilità contemporanea. È una delle direzioni più fertili di questa edizione: utilizzare la fotografia non per illustrare il sapere, ma per modificarne la percezione.

Il surrealismo nascosto di Marek Piasecki

Alla Galerie Le Minotaure, il festival riscopre Marek Piasecki, figura appartata del surrealismo polacco e membro del Second Krakow Group. A Friday Person, curata da Valérie Fougeirol e Rafał Lewandowski, riunisce fotogrammi astratti, bambole e miniature realizzati dall’artista nel segreto del suo atelier. Piasecki lavorava di notte, dietro finestre oscurate: le sue immagini sembrano dunque fotografie di un mondo interiore prima ancora che di quello esterno. Una riscoperta preziosa, in sintonia con la vocazione del festival a far riemergere storie laterali della fotografia.

Denise Colomb, Saint-Germain e gli artisti

Sul Quai de Solférino, il festival riporta alla luce lo sguardo di Denise Colomb (1902-2004), fotografa profondamente legata agli ambienti artistici di Saint-Germain-des-Prés. Ha ritratto alcuni dei protagonisti della cultura del suo tempo, osservandoli con una prossimità priva di enfasi. Tra ritratti e reportage, le sue immagini compongono una memoria intima di luoghi e persone. È anche un modo per ricordare che la storia della fotografia parigina passa attraverso le relazioni, le amicizie e gli incontri tanto quanto attraverso le opere.

Da Park Chan-wook ai giovani fotografi

Il festival non guarda soltanto alla storia. Alla Galerie VU’, Park Chan-wook, noto soprattutto come regista, presenta il proprio lavoro fotografico; alla Galerie du Crous, in collaborazione con il Centre national des arts plastiques, vengono invece presentate opere di artisti selezionati attraverso la borsa documentaria. Le due direzioni convivono senza gerarchie: da una parte un autore già affermato che attraversa il confine tra cinema e fotografia, dall’altra una generazione che sta ancora costruendo il proprio linguaggio.

La fotografia diventa libro

Anche le librerie entrano nel percorso. Da 7L a Delpire & co, dalla Librairie des Alpes alla Librairie Polonaise, il libro fotografico diventa uno dei protagonisti della manifestazione. La carta bianca affidata a RUST Publishing, in collaborazione con Un Week-end à l’Est, accosta nuove pubblicazioni e lavori inediti, mentre Rafał Milach, Julien Lacroix e Noémie Ninot portano altri sguardi dentro il circuito delle librerie. La fotografia torna così alla sua dimensione più fisica: quella di un oggetto da sfogliare, conservare, collezionare.

Uscire dalla cornice della fotografia

«Portare la fotografia fuori dalla sua cornice tradizionale permette di creare un incontro con altre discipline — la pittura, la filosofia, le scienze — e di rivelare ciò che hanno in comune. È una delle ragioni per cui il festival sceglie luoghi e contesti diversi da quelli abitualmente dedicati alle immagini: vogliamo giocare con i codici del quartiere e far dialogare le opere con il patrimonio e con la storia dei luoghi che le accolgono.»

Aurélia Marcadier, direttrice di PhotoSaintGermain

Un festival da attraversare a piedi

La forza di PhotoSaintGermain è anche geografica. Non c’è un unico edificio da visitare, ma una costellazione di indirizzi disseminati nella Rive Gauche. Musei, gallerie, scuole, librerie, hotel e istituzioni compongono una mappa che invita alla deriva. Tra una mostra e l’altra, il quartiere diventa parte dell’esperienza: le immagini si incontrano per strada, dentro edifici storici, dietro vetrine, negli spazi dedicati all’arte e in quelli che normalmente ne restano fuori.

Non solo mostre

Alle esposizioni si affianca un programma di incontri, proiezioni, presentazioni di libri, firme e visite d’atelier. Un modo per trasformare il festival da semplice appuntamento espositivo in luogo di incontro della scena fotografica contemporanea. Professionisti, collezionisti, artisti e pubblico possono così incrociarsi attorno alle immagini, alle loro tecniche e ai loro significati. La fotografia, prima ancora di essere una superficie da guardare, torna a essere una pratica condivisa.

Una città fatta di immagini

Per ventiquattro giorni, PhotoSaintGermain propone dunque un modo diverso di guardare Parigi: non attraverso i suoi monumenti più fotografati, ma attraverso le immagini che li interrogano, li abitano o li contraddicono. Dalla memoria della guerra ai minerali, dalla controcultura alla cecità, dal surrealismo alla cartografia urbana, la quindicesima edizione allarga continuamente il campo. E suggerisce una cosa semplice: che una fotografia non è mai soltanto ciò che mostra. È anche il luogo da cui scegliamo di guardare.

 

 

Crediti immagini:

Musée national Eugène-Delacroix – Karen Knorr, Sikander’s Entrance, Chandra Mahal, Jaipur City Palace, Jaipur, 2013
© Karen Knorr – Courtesy Galerie Les filles du calvaire, Paris

Galerie VU – Park Chan-wook, Face 16, 2023. ©Park Chan-wook

Centre tchèque de Paris – Jindřich Štreit, sans titre. Musée d’art d’Olomouc. © Jindřich Štreit

 

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La città come spazio espositivo, tra memoria, arte e sperimentazione

È questa, forse, la caratteristica più interessante del festival: non propone un unico modo di intendere la fotografia. La porta fuori dalla galleria e la fa entrare in luoghi dove normalmente non la cercheremmo. Per la quindicesima edizione sono dodici le produzioni e coproduzioni inedite realizzate dal festival, accanto alla programmazione delle istituzioni e delle gallerie partner. Il risultato è un percorso volutamente irregolare, da attraversare più che da consumare: una fotografia che cambia forma a seconda dello spazio che la accoglie.

 Saint-Germain come organismo vivente

«Quando ho preso le redini del festival, nel 2015, ho voluto ampliare lo sguardo e coinvolgere tutti quei luoghi che danno al quartiere il suo fascino e la sua anima: musei, centri culturali, cinema, librerie, hotel, caffè, giardini, chiese e rive della Senna fanno parte, ai miei occhi, di uno stesso ecosistema. Volevo guardare Saint-Germain-des-Prés al presente, al di là del mito che lo ha consumato. Da qui è nata anche l’idea di commissionare nuovi progetti a giovani talenti, affinché restituissero il quartiere attraverso il loro sguardo, inevitabilmente soggettivo.»

Aurélia Marcadier, direttrice di PhotoSaintGermain

Quando un museo diventa una camera oscura

Al Musée d’Histoire de la Médecine, l’universo poetico di Michel Butor incontra le collezioni dell’Università Paris Cité. Libri d’artista, fotografie e documenti restituiscono la dimensione visiva di uno scrittore che ha fatto della scrittura un luogo di attraversamento tra discipline. Alla Maison d’Auguste Comte, invece, Pierre-Jérôme Jehel mette in relazione una nuova produzione fotografica con gli archivi del museo. Due progetti molto diversi, ma accomunati da una stessa domanda: che cosa può fare un’immagine quando entra in contatto con la memoria?

Gli animali nei quadri di Delacroix

Al Musée national Eugène-Delacroix, la fotografia di Karen Knorr incontra direttamente l’universo pittorico di Delacroix. Le sue immagini di animali monumentali inseriti in palazzi e luoghi patrimoniali costruiscono scene sospese tra realtà e finzione. Un pavone, una tigre o un cervo diventano presenze quasi teatrali, capaci di incrinare l’ordine dell’architettura. Il confronto mette in discussione una separazione apparentemente naturale: quella tra cultura e natura. E apre una porta sul territorio più ambiguo del mito, della credenza e dell’immaginazione.

Fotografare la città che non si lascia vedere

All’École nationale supérieure d’architecture Paris-Malaquais, Benoît Fougeirol presenta Zus, in dialogo con i lavori degli studenti. Fotografia, cartografia ed editoria si incontrano per interrogare la rappresentazione dei territori urbani definiti «sensibili». Il punto non è soltanto mostrare la città, ma chiedersi chi la descrive, da quale posizione e secondo quale mappa. Tra spazio vissuto, spazio percepito e spazio amministrato, l’immagine diventa uno strumento per mettere in crisi le categorie con cui osserviamo la periferia e i suoi abitanti.

La controcultura prende una stanza d’albergo

All’Hôtel La Louisiane, luogo carico di memoria della vita culturale di Saint-Germain, Martha Kirszenbaum firma per il quinto anno di Room Service una carta bianca dedicata alla controcultura. È una scelta particolarmente adatta a un luogo che porta ancora addosso l’eco di musicisti, scrittori e artisti. Qui la fotografia si confronta con l’idea stessa di margine, con le scene alternative e con quelle forme culturali che nascono lontano dai circuiti ufficiali prima di modificarli.

La guerra lascia impronte

Alla Mairie du 7e arrondissement, in collaborazione con il Musée de l’Armée – Hôtel national des Invalides, Chloe Sharrock presenta il lavoro nato durante la terza residenza fotografica del museo. Dalla foresta di Verdun alle rovine della linea Maginot, l’artista raccoglie paesaggi, disegni, tracce militari, ricordi e volti. La guerra non appare soltanto attraverso ciò che resta: diventa un fenomeno inscritto nella materia del paesaggio. L’immagine oscilla così tra rivelazione e scomparsa, tra ciò che la storia conserva e ciò che lentamente cancella.

Due secoli di immagini per chi non vede

Uno dei progetti più sorprendenti è forse quello dell’Institut National des Jeunes Aveugles, che apre eccezionalmente i propri archivi fotografici. Des aveugles, la collection photographique de l’INJA, curata da Léa Miranda, attraversa più di due secoli di storia dell’accessibilità e della rappresentazione delle persone cieche e ipovedenti. Qui la fotografia diventa anche oggetto di interrogazione: chi viene fotografato, come viene rappresentato e per quale sguardo? Un archivio storico si trasforma così in uno spazio di riflessione sul potere delle immagini.

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Al Musée de Minéralogie dell’École des Mines de Paris, Laure Winants lavora sul confine tra arte e scienza. Le sue ricerche fotografiche e plastiche entrano in dialogo con le collezioni di minerali del museo, creando un incontro tra forme geologiche, osservazione scientifica e sensibilità contemporanea. È una delle direzioni più fertili di questa edizione: utilizzare la fotografia non per illustrare il sapere, ma per modificarne la percezione.

Il surrealismo nascosto di Marek Piasecki

Alla Galerie Le Minotaure, il festival riscopre Marek Piasecki, figura appartata del surrealismo polacco e membro del Second Krakow Group. A Friday Person, curata da Valérie Fougeirol e Rafał Lewandowski, riunisce fotogrammi astratti, bambole e miniature realizzati dall’artista nel segreto del suo atelier. Piasecki lavorava di notte, dietro finestre oscurate: le sue immagini sembrano dunque fotografie di un mondo interiore prima ancora che di quello esterno. Una riscoperta preziosa, in sintonia con la vocazione del festival a far riemergere storie laterali della fotografia.

Denise Colomb, Saint-Germain e gli artisti

Sul Quai de Solférino, il festival riporta alla luce lo sguardo di Denise Colomb (1902-2004), fotografa profondamente legata agli ambienti artistici di Saint-Germain-des-Prés. Ha ritratto alcuni dei protagonisti della cultura del suo tempo, osservandoli con una prossimità priva di enfasi. Tra ritratti e reportage, le sue immagini compongono una memoria intima di luoghi e persone. È anche un modo per ricordare che la storia della fotografia parigina passa attraverso le relazioni, le amicizie e gli incontri tanto quanto attraverso le opere.

Da Park Chan-wook ai giovani fotografi

Il festival non guarda soltanto alla storia. Alla Galerie VU’, Park Chan-wook, noto soprattutto come regista, presenta il proprio lavoro fotografico; alla Galerie du Crous, in collaborazione con il Centre national des arts plastiques, vengono invece presentate opere di artisti selezionati attraverso la borsa documentaria. Le due direzioni convivono senza gerarchie: da una parte un autore già affermato che attraversa il confine tra cinema e fotografia, dall’altra una generazione che sta ancora costruendo il proprio linguaggio.

La fotografia diventa libro

Anche le librerie entrano nel percorso. Da 7L a Delpire & co, dalla Librairie des Alpes alla Librairie Polonaise, il libro fotografico diventa uno dei protagonisti della manifestazione. La carta bianca affidata a RUST Publishing, in collaborazione con Un Week-end à l’Est, accosta nuove pubblicazioni e lavori inediti, mentre Rafał Milach, Julien Lacroix e Noémie Ninot portano altri sguardi dentro il circuito delle librerie. La fotografia torna così alla sua dimensione più fisica: quella di un oggetto da sfogliare, conservare, collezionare.

Uscire dalla cornice della fotografia

«Portare la fotografia fuori dalla sua cornice tradizionale permette di creare un incontro con altre discipline — la pittura, la filosofia, le scienze — e di rivelare ciò che hanno in comune. È una delle ragioni per cui il festival sceglie luoghi e contesti diversi da quelli abitualmente dedicati alle immagini: vogliamo giocare con i codici del quartiere e far dialogare le opere con il patrimonio e con la storia dei luoghi che le accolgono.»

Aurélia Marcadier, direttrice di PhotoSaintGermain

Un festival da attraversare a piedi

La forza di PhotoSaintGermain è anche geografica. Non c’è un unico edificio da visitare, ma una costellazione di indirizzi disseminati nella Rive Gauche. Musei, gallerie, scuole, librerie, hotel e istituzioni compongono una mappa che invita alla deriva. Tra una mostra e l’altra, il quartiere diventa parte dell’esperienza: le immagini si incontrano per strada, dentro edifici storici, dietro vetrine, negli spazi dedicati all’arte e in quelli che normalmente ne restano fuori.

Non solo mostre

Alle esposizioni si affianca un programma di incontri, proiezioni, presentazioni di libri, firme e visite d’atelier. Un modo per trasformare il festival da semplice appuntamento espositivo in luogo di incontro della scena fotografica contemporanea. Professionisti, collezionisti, artisti e pubblico possono così incrociarsi attorno alle immagini, alle loro tecniche e ai loro significati. La fotografia, prima ancora di essere una superficie da guardare, torna a essere una pratica condivisa.

Una città fatta di immagini

Per ventiquattro giorni, PhotoSaintGermain propone dunque un modo diverso di guardare Parigi: non attraverso i suoi monumenti più fotografati, ma attraverso le immagini che li interrogano, li abitano o li contraddicono. Dalla memoria della guerra ai minerali, dalla controcultura alla cecità, dal surrealismo alla cartografia urbana, la quindicesima edizione allarga continuamente il campo. E suggerisce una cosa semplice: che una fotografia non è mai soltanto ciò che mostra. È anche il luogo da cui scegliamo di guardare.

 

 

Crediti immagini:

Musée national Eugène-Delacroix – Karen Knorr, Sikander’s Entrance, Chandra Mahal, Jaipur City Palace, Jaipur, 2013
© Karen Knorr – Courtesy Galerie Les filles du calvaire, Paris

Galerie VU – Park Chan-wook, Face 16, 2023. ©Park Chan-wook

Centre tchèque de Paris – Jindřich Štreit, sans titre. Musée d’art d’Olomouc. © Jindřich Štreit

 

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