Tra polvere e ruggine, Lionel Sabatté riscrive il ciclo della vita

Tempo stimato per la lettura: 7,1 minuti
C’è qualcosa di ostinatamente vivo in ciò che il mondo scarta. Una manciata di polvere, un frammento d’unghia, una superficie corrosa dalla ruggine: materiali che preferiremmo non vedere, perché raccontano il disfacimento, e che Lionel Sabatté restituisce invece allo sguardo, come se custodissero un segreto. Dalle loro stratificazioni affiorano musi, pellicce, becchi, presenze animali sul punto di prendere forma o di dissolversi nuovamente. È questa natura ambigua, mai del tutto addomesticabile, ad abitare Ce qui reste, la mostra che il Musée de la Chasse et de la Nature di Parigi dedica all’artista dal 15 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027. Tra sculture, dipinti, disegni e arazzi, in gran parte inediti, i due palazzi storici e la corte del museo diventano il teatro di una metamorfosi continua, dove ciò che muore non scompare davvero e ciò che resta può ancora sorprenderci.
La ruggine ha una memoria
Nato a Tolosa nel 1975 e cresciuto in parte nell’isola della Riunione, dove il contatto quotidiano con la natura ha lasciato un’impronta profonda nella sua sensibilità, Sabatté si è formato all’École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi, diplomandosi nel 2003. Da oltre vent’anni esplora le possibilità espressive di materiali consumati dal tempo, raccolti ai margini della vita quotidiana o restituiti dalla decomposizione. In Ce qui reste, l’ossidazione diventa il principio generatore delle opere: le reazioni tra ferro e ossigeno producono superfici dai riflessi mutevoli, percorse da sfumature brune, aranciate e metalliche. Su queste stratificazioni l’artista deposita anche terra di Lascaux, evocando le pitture rupestri e una memoria che sembra precedere ogni civiltà. La materia non è un semplice supporto da modellare: reagisce, si altera, sfugge al controllo. Ed è proprio in questa instabilità che le forme cominciano ad apparire.
La polvere racconta ciò che siamo stati
Ceneri, legno, cemento, lana, frammenti d’unghie e pelli morte: il repertorio di Sabatté comprende ciò che il corpo abbandona e ciò che la società relega al rango di rifiuto. Materiali apparentemente insignificanti diventano depositari di una storia silenziosa, tracce di esistenze che continuano a circolare anche dopo la scomparsa. Alice Gandin, conservatrice generale del patrimonio e direttrice del Musée de la Chasse et de la Nature, individua proprio in questa attenzione alle impronte il cuore della ricerca dell’artista: «Attento agli incidenti e alle tracce, ai residui del proprio processo creativo, a quei “fallimenti” che si insinuano nella preparazione, Sabatté ci invita a riconoscere in ogni impronta la possibilità di un’apparizione, in ogni scomparsa la promessa di una trasformazione», afferma. La memoria, in queste opere, non è una reliquia da conservare intatta: prende corpo attraverso l’alterazione, mentre la materia continua a cambiare, trattenendo qualcosa di ciò che l’ha attraversata.
Bestiario di creature senza nome
Nell’universo di Sabatté, le categorie rassicuranti perdono progressivamente consistenza. Le teste evocano le vanitas della tradizione pittorica, ma si trasformano anche in pianeti o paesaggi; il manto delle civette diventa una superficie da esplorare, mentre feti e pulcini riportano a uno stadio originario in cui la distinzione tra animale e umano si fa incerta. Le forme sembrano provenire da un mondo ancora in formazione, dove le specie non hanno assunto contorni definitivi. È l’ibridazione a governare queste metamorfosi: i regni naturali si confondono e la materia sfugge alla necessità di essere classificata. Le creature che ne emergono sono insieme familiari e perturbanti, riconoscibili senza esserlo fino in fondo. Non si offrono allo sguardo con la chiarezza di un’immagine naturalistica, ma sembrano apparire furtivamente, come animali intravisti ai margini di un sentiero. La loro ambiguità ci ricorda che il vivente eccede sempre le definizioni con cui tentiamo di contenerlo.
Liberare la bestia che abita le cose
Un cane può ritrovare il lupo che porta dentro di sé; un gregge di pecore può trasformarsi in un leone selvaggio e impetuoso. Nelle mani di Sabatté, l’animale domestico perde la propria rassicurante familiarità e lascia riaffiorare una natura indocile. La trasformazione investe anche gli oggetti e i materiali della cultura. Nella serie Pelages, gli arazzi si presentano consunti, attraversati da fili pendenti e intrecci di lana e mallo di noce. Non sono più ornamenti destinati a decorare una casa o a esibire uno status sociale: diventano pelli, superfici organiche, possibili habitat per creature che si lasciano appena distinguere. La curatrice Amélie Adamo riassume questa inversione con un’espressione incisiva: «L’arte di Lionel Sabatté riinselvatichisce il domesticato», afferma. Il verbo suggerisce un movimento contrario a quello della civiltà, che per secoli ha cercato di ordinare, separare e addomesticare il mondo naturale. Qui, invece, le gerarchie cedono e il selvaggio torna a reclamare il proprio spazio.
Le rovine del nostro mondo
Sotto la superficie delle creature ibride si nasconde una domanda che riguarda direttamente il presente. Cemento, fili logori, polvere e frammenti disgregati non sono soltanto gli ingredienti di un immaginario plastico singolare: evocano anche la fragilità delle strutture sulle quali abbiamo costruito la nostra idea di progresso. Gli edifici, gli oggetti, i sistemi di sapere che consideriamo solidi sono destinati a trasformarsi, a consumarsi, forse a diventare le rovine di un mondo che si credeva invulnerabile. Amélie Adamo porta questa inquietudine al centro della lettura della mostra: «Il glorioso edificio del progresso e del consumismo è costruzione o rovina del vivente?», si domanda la curatrice. Le opere non offrono una risposta rassicurante, ma rendono tangibile la posta in gioco. Se tutto ciò che esiste è attraversato dall’alterazione, anche la civiltà deve fare i conti con la propria precarietà. La natura non è uno sfondo immobile sul quale proiettare le nostre conquiste: è una forza di cui facciamo parte e che continuiamo, troppo spesso, a considerare esterna a noi.
Un museo abitato da presenze inattese
L’incontro tra Sabatté e il Musée de la Chasse et de la Nature non nasce oggi. Il dialogo risale al 2017, quando l’artista presentò nel cortile dell’Hôtel de Mongelas l’installazione La Sélection de parentèle. Tre sue rondini realizzate con la polvere sono poi entrate nelle collezioni del museo e sono tuttora visibili nella vetrina del salone degli uccelli. Da allora, la relazione si è costruita attorno a una comune attenzione per le rappresentazioni dell’animale e per il rapporto, mai pacificato, tra esseri umani e altre forme di vita. Con Ce qui reste, questo confronto si estende all’intero percorso museale: le opere contemporanee si misurano con le collezioni permanenti, talvolta in armonia, talvolta in tensione. Non si tratta di sovrapporre semplicemente un artista al museo che lo ospita, ma di lasciare che ciascuno trasformi lo sguardo sull’altro. Le figure animali cessano così di essere soltanto soggetti da osservare e diventano presenze capaci di mettere in discussione il nostro posto nel mondo.
Quello che resta non è la fine
Davanti alle creature di Lionel Sabatté, non si sa più bene da quale parte stare. Siamo i cacciatori o gli animali braccati? Gli esseri razionali che hanno addomesticato il mondo o le creature fragili che ne preparano, senza saperlo, le rovine? Le figure di polvere, ruggine e lana disfatta sembrano riaffiorare da un tempo anteriore alla distinzione tra uomo e animale, civiltà e natura. Sabatté non cerca di rassicurarci con la promessa di una rinascita: ci mette piuttosto davanti alla necessità della perdita, a ciò che si disfa perché qualcos’altro possa apparire. La sua arte inquieta perché non concede allo sguardo la comodità di una forma definitiva. Ci obbliga a sostare davanti a ciò che cambia, a riconoscere nella decomposizione non soltanto una fine, ma una possibilità. Forse è questo che resta davvero: non una materia intatta, sottratta al tempo, ma la capacità ostinata della vita di ricominciare proprio là dove credevamo che tutto fosse finito.
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Tra polvere e ruggine, Lionel Sabatté riscrive il ciclo della vita
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C’è qualcosa di ostinatamente vivo in ciò che il mondo scarta. Una manciata di polvere, un frammento d’unghia, una superficie corrosa dalla ruggine: materiali che preferiremmo non vedere, perché raccontano il disfacimento, e che Lionel Sabatté restituisce invece allo sguardo, come se custodissero un segreto. Dalle loro stratificazioni affiorano musi, pellicce, becchi, presenze animali sul punto di prendere forma o di dissolversi nuovamente. È questa natura ambigua, mai del tutto addomesticabile, ad abitare Ce qui reste, la mostra che il Musée de la Chasse et de la Nature di Parigi dedica all’artista dal 15 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027. Tra sculture, dipinti, disegni e arazzi, in gran parte inediti, i due palazzi storici e la corte del museo diventano il teatro di una metamorfosi continua, dove ciò che muore non scompare davvero e ciò che resta può ancora sorprenderci.
La ruggine ha una memoria
Nato a Tolosa nel 1975 e cresciuto in parte nell’isola della Riunione, dove il contatto quotidiano con la natura ha lasciato un’impronta profonda nella sua sensibilità, Sabatté si è formato all’École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi, diplomandosi nel 2003. Da oltre vent’anni esplora le possibilità espressive di materiali consumati dal tempo, raccolti ai margini della vita quotidiana o restituiti dalla decomposizione. In Ce qui reste, l’ossidazione diventa il principio generatore delle opere: le reazioni tra ferro e ossigeno producono superfici dai riflessi mutevoli, percorse da sfumature brune, aranciate e metalliche. Su queste stratificazioni l’artista deposita anche terra di Lascaux, evocando le pitture rupestri e una memoria che sembra precedere ogni civiltà. La materia non è un semplice supporto da modellare: reagisce, si altera, sfugge al controllo. Ed è proprio in questa instabilità che le forme cominciano ad apparire.
La polvere racconta ciò che siamo stati
Ceneri, legno, cemento, lana, frammenti d’unghie e pelli morte: il repertorio di Sabatté comprende ciò che il corpo abbandona e ciò che la società relega al rango di rifiuto. Materiali apparentemente insignificanti diventano depositari di una storia silenziosa, tracce di esistenze che continuano a circolare anche dopo la scomparsa. Alice Gandin, conservatrice generale del patrimonio e direttrice del Musée de la Chasse et de la Nature, individua proprio in questa attenzione alle impronte il cuore della ricerca dell’artista: «Attento agli incidenti e alle tracce, ai residui del proprio processo creativo, a quei “fallimenti” che si insinuano nella preparazione, Sabatté ci invita a riconoscere in ogni impronta la possibilità di un’apparizione, in ogni scomparsa la promessa di una trasformazione», afferma. La memoria, in queste opere, non è una reliquia da conservare intatta: prende corpo attraverso l’alterazione, mentre la materia continua a cambiare, trattenendo qualcosa di ciò che l’ha attraversata.
Bestiario di creature senza nome
Nell’universo di Sabatté, le categorie rassicuranti perdono progressivamente consistenza. Le teste evocano le vanitas della tradizione pittorica, ma si trasformano anche in pianeti o paesaggi; il manto delle civette diventa una superficie da esplorare, mentre feti e pulcini riportano a uno stadio originario in cui la distinzione tra animale e umano si fa incerta. Le forme sembrano provenire da un mondo ancora in formazione, dove le specie non hanno assunto contorni definitivi. È l’ibridazione a governare queste metamorfosi: i regni naturali si confondono e la materia sfugge alla necessità di essere classificata. Le creature che ne emergono sono insieme familiari e perturbanti, riconoscibili senza esserlo fino in fondo. Non si offrono allo sguardo con la chiarezza di un’immagine naturalistica, ma sembrano apparire furtivamente, come animali intravisti ai margini di un sentiero. La loro ambiguità ci ricorda che il vivente eccede sempre le definizioni con cui tentiamo di contenerlo.
Liberare la bestia che abita le cose
Un cane può ritrovare il lupo che porta dentro di sé; un gregge di pecore può trasformarsi in un leone selvaggio e impetuoso. Nelle mani di Sabatté, l’animale domestico perde la propria rassicurante familiarità e lascia riaffiorare una natura indocile. La trasformazione investe anche gli oggetti e i materiali della cultura. Nella serie Pelages, gli arazzi si presentano consunti, attraversati da fili pendenti e intrecci di lana e mallo di noce. Non sono più ornamenti destinati a decorare una casa o a esibire uno status sociale: diventano pelli, superfici organiche, possibili habitat per creature che si lasciano appena distinguere. La curatrice Amélie Adamo riassume questa inversione con un’espressione incisiva: «L’arte di Lionel Sabatté riinselvatichisce il domesticato», afferma. Il verbo suggerisce un movimento contrario a quello della civiltà, che per secoli ha cercato di ordinare, separare e addomesticare il mondo naturale. Qui, invece, le gerarchie cedono e il selvaggio torna a reclamare il proprio spazio.
Le rovine del nostro mondo
Sotto la superficie delle creature ibride si nasconde una domanda che riguarda direttamente il presente. Cemento, fili logori, polvere e frammenti disgregati non sono soltanto gli ingredienti di un immaginario plastico singolare: evocano anche la fragilità delle strutture sulle quali abbiamo costruito la nostra idea di progresso. Gli edifici, gli oggetti, i sistemi di sapere che consideriamo solidi sono destinati a trasformarsi, a consumarsi, forse a diventare le rovine di un mondo che si credeva invulnerabile. Amélie Adamo porta questa inquietudine al centro della lettura della mostra: «Il glorioso edificio del progresso e del consumismo è costruzione o rovina del vivente?», si domanda la curatrice. Le opere non offrono una risposta rassicurante, ma rendono tangibile la posta in gioco. Se tutto ciò che esiste è attraversato dall’alterazione, anche la civiltà deve fare i conti con la propria precarietà. La natura non è uno sfondo immobile sul quale proiettare le nostre conquiste: è una forza di cui facciamo parte e che continuiamo, troppo spesso, a considerare esterna a noi.
Un museo abitato da presenze inattese
L’incontro tra Sabatté e il Musée de la Chasse et de la Nature non nasce oggi. Il dialogo risale al 2017, quando l’artista presentò nel cortile dell’Hôtel de Mongelas l’installazione La Sélection de parentèle. Tre sue rondini realizzate con la polvere sono poi entrate nelle collezioni del museo e sono tuttora visibili nella vetrina del salone degli uccelli. Da allora, la relazione si è costruita attorno a una comune attenzione per le rappresentazioni dell’animale e per il rapporto, mai pacificato, tra esseri umani e altre forme di vita. Con Ce qui reste, questo confronto si estende all’intero percorso museale: le opere contemporanee si misurano con le collezioni permanenti, talvolta in armonia, talvolta in tensione. Non si tratta di sovrapporre semplicemente un artista al museo che lo ospita, ma di lasciare che ciascuno trasformi lo sguardo sull’altro. Le figure animali cessano così di essere soltanto soggetti da osservare e diventano presenze capaci di mettere in discussione il nostro posto nel mondo.
Quello che resta non è la fine
Davanti alle creature di Lionel Sabatté, non si sa più bene da quale parte stare. Siamo i cacciatori o gli animali braccati? Gli esseri razionali che hanno addomesticato il mondo o le creature fragili che ne preparano, senza saperlo, le rovine? Le figure di polvere, ruggine e lana disfatta sembrano riaffiorare da un tempo anteriore alla distinzione tra uomo e animale, civiltà e natura. Sabatté non cerca di rassicurarci con la promessa di una rinascita: ci mette piuttosto davanti alla necessità della perdita, a ciò che si disfa perché qualcos’altro possa apparire. La sua arte inquieta perché non concede allo sguardo la comodità di una forma definitiva. Ci obbliga a sostare davanti a ciò che cambia, a riconoscere nella decomposizione non soltanto una fine, ma una possibilità. Forse è questo che resta davvero: non una materia intatta, sottratta al tempo, ma la capacità ostinata della vita di ricominciare proprio là dove credevamo che tutto fosse finito.






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