A Parigi il mare svela i suoi misteri: dall’antichità agli abissi contemporanei

Tempo stimato per la lettura: 7 minuti
Il fondo del mare è uno degli ultimi luoghi in cui l’ignoto conserva ancora il suo potere. Per secoli gli abissi hanno alimentato leggende, paure e racconti fantastici; poi sono arrivati gli scafandri, i sommergibili e le spedizioni scientifiche, senza che il mistero si lasciasse del tutto dissipare. È su questa lunga attrazione per ciò che si nasconde sotto la superficie che si costruisce L’appel des profondeurs. Une aventure sous les mers de l’Antiquité à nos jours, la mostra che il Musée national de la Marine, al Trocadéro di Parigi, presenta dal 14 ottobre 2026 al 4 aprile 2027. Circa 280 opere raccontano come, dall’antichità alle esplorazioni contemporanee, il mare profondo sia diventato insieme oggetto di ricerca, territorio di conquista e inesauribile fonte d’immaginazione.
Curata da Louise Contant, responsabile del Dipartimento delle collezioni e della ricerca del museo, e da Clémence Laurent, responsabile delle collezioni di arti grafiche e archeologia, con l’assistenza alla ricerca di Pauline Leroy, l’esposizione è il fulcro di un progetto che coinvolge per la prima volta tutti e cinque i siti del Musée national de la Marine: Brest, Parigi, Port-Louis, Rochefort e Tolone. Un percorso che attraversa epoche, discipline e linguaggi diversi, ma che trova la sua domanda più attuale nel rapporto tra conoscenza e sfruttamento: esplorare gli abissi significa scoprire un mondo, ma anche interrogarsi sul diritto di trasformarlo.
Un viaggio negli abissi tra storia e immaginazione
Allestita negli spazi del Musée national de la Marine, al Palais de Chaillot, la mostra si sviluppa su oltre 800 metri quadrati e riunisce circa 280 opere e testimonianze. Oggetti archeologici, manoscritti, strumenti scientifici, scafandri, modelli di imbarcazioni, fotografie, dipinti, sculture e installazioni video compongono un racconto che attraversa le epoche e le culture. Il percorso segue una linea cronologica, dall’antichità ai giorni nostri, senza rinunciare alle deviazioni nell’immaginario collettivo: mostri marini, sirene, polpi giganteschi e civiltà sommerse accompagnano le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche. Perché il mare profondo è sempre stato, insieme, una frontiera concreta e uno spazio mentale nel quale proiettare paure, desideri e fantasie.
Dalle prime immersioni alla conquista degli abissi
Prima dell’invenzione delle moderne attrezzature subacquee, scendere sott’acqua significava confrontarsi direttamente con i limiti del corpo umano. Già nell’antichità, uomini e donne si immergevano in apnea per recuperare merci, pescare perle e coralli o compiere missioni militari. Il desiderio di autonomia alimentava anche leggende, come quella di Alessandro Magno che avrebbe esplorato i fondali all’interno di un recipiente di vetro. Per secoli, tuttavia, la pressione, il freddo e la mancanza d’aria hanno mantenuto gli abissi fuori dalla portata umana. La mostra ricostruisce i tentativi di superare questi ostacoli, dalle campane da immersione ai primi dispositivi sperimentali, fino allo sviluppo degli scafandri e dei sommergibili.
Il XIX secolo, quando il mare diventa un laboratorio
È nell’Ottocento che l’esplorazione sottomarina conosce una svolta decisiva. Le nuove tecnologie consentono di lavorare più a lungo sott’acqua, mentre la posa dei cavi telegrafici impone di conoscere i rilievi dei fondali. Nasce così una nuova stagione di ricerche che porta alla formazione dell’oceanografia moderna. Le spedizioni scientifiche raccolgono campioni, descrivono specie sconosciute e mettono in discussione l’idea che le grandi profondità siano prive di vita. Parallelamente, acquari, pubblicazioni illustrate e mostre avvicinano il pubblico a un universo fino ad allora invisibile. Le forme sorprendenti degli organismi marini conquistano anche gli artisti, influenzando le arti decorative e l’Art nouveau. Il mare non è più soltanto un luogo minaccioso: diventa un inesauribile repertorio di forme e meraviglie.
Da Jules Verne a Cousteau: gli abissi entrano nella cultura popolare
L’esplorazione subacquea non procede soltanto attraverso laboratori, spedizioni e invenzioni. Si nutre anche di letteratura, cinema e immagini capaci di trasformare le profondità in un territorio dell’immaginazione. L’universo di Jules Verne, le creature mostruose evocate da Victor Hugo e le sperimentazioni cinematografiche di Jean Painlevé mostrano come il mondo sommerso abbia alimentato narrazioni molto diverse tra loro. Nel Novecento, le attrezzature per la respirazione autonoma e lo sviluppo della subacquea ricreativa rendono il mare più accessibile, mentre le esplorazioni di Jacques-Yves Cousteau contribuiscono a diffondere una nuova sensibilità verso gli ecosistemi marini. La mostra mette in dialogo questi immaginari con le testimonianze scientifiche e tecnologiche, mostrando quanto sia sottile il confine tra conoscenza e fascinazione.
Polpi, sirene e mondi sommersi: il potere dei miti
Tra gli elementi più suggestivi del percorso figurano i nuclei tematici dedicati alle creature e ai racconti che popolano da secoli l’immaginario marino. Il polpo, ora mostro tentacolare ora animale intelligente e affascinante, attraversa miti antichi, letteratura e cinema. La sirena, creatura ambigua sospesa tra umano e animale, continua invece a incarnare il potere seduttivo e inquietante dell’ignoto. Altri racconti conducono verso Atlantide e le città inghiottite dalle acque, luoghi nei quali si intrecciano utopie, catastrofi e memorie perdute. Organizzati come piccoli gabinetti delle curiosità, questi approfondimenti interrompono la cronologia della mostra per mettere in relazione epoche e culture differenti. Ne emerge un repertorio di figure che cambia nel tempo, ma conserva intatta la capacità di dare forma ai nostri interrogativi sul mondo sommerso.
Un universo ancora in gran parte sconosciuto
Nonostante i progressi tecnologici, le profondità oceaniche restano una delle grandi frontiere della conoscenza. Secondo i dati presentati dal museo, soltanto una parte limitata dei fondali è stata mappata con precisione e la loro esplorazione visiva rimane estremamente ridotta. Nuove specie vengono ancora scoperte, mentre gli scienziati cercano di comprendere ecosistemi che si sviluppano senza luce solare e in condizioni estreme. Ma gli abissi non sono soltanto un laboratorio naturale: ospitano cavi sottomarini essenziali per le comunicazioni globali, infrastrutture strategiche e risorse minerarie sempre più contese. Il progresso della ricerca apre quindi nuove possibilità, ma solleva anche questioni economiche, politiche e ambientali. Esplorare significa conoscere, ma può significare anche sfruttare: è questa una delle tensioni che attraversano l’intero progetto espositivo.
L’arte contemporanea per ripensare il rapporto con l’oceano
Nella parte dedicata al mondo contemporaneo, l’esposizione si allontana dal racconto della conquista per interrogare le conseguenze dell’intervento umano. Le opere di artisti come Monira Al Qadiri, Bianca Bondi, Alex Cecchetti, Julian Charrière, Elsa Guillaume e Laure Prouvost trasformano il paesaggio subacqueo in uno spazio di riflessione estetica e politica. Fotografie, installazioni e lavori audiovisivi affrontano temi come l’inquinamento, il cambiamento climatico, la fragilità degli ecosistemi e la corsa alle risorse dei fondali. Il finale è affidato a Midnight Zone (2025) di Julian Charrière, un’opera video che accompagna lo spettatore in un ambiente oceanico illuminato artificialmente, dove la ricchezza della vita marina emerge dall’oscurità. Un’immagine che restituisce tutta la bellezza degli abissi e, insieme, la vulnerabilità di un mondo da cui dipende anche il nostro futuro.
Restare in superficie non è più un’opzione
Forse il fascino degli abissi nasce proprio da questo: dalla possibilità di misurarsi con ciò che non conosciamo e che non possiamo dominare del tutto. Per secoli abbiamo immaginato il fondo del mare come un luogo da conquistare, riempito di mostri, tesori e civiltà perdute. Oggi, mentre la tecnologia ci permette di spingerci sempre più lontano, quella stessa oscurità ci restituisce una domanda meno avventurosa e più urgente: che cosa significa esplorare un mondo di cui dipende anche la nostra sopravvivenza? L’appel des profondeurs lascia aperta la questione, spostando lo sguardo dalla conquista alla consapevolezza. Perché gli abissi non sono un altrove remoto, separato dalla vita sulla terraferma: sono una parte essenziale del nostro mondo, anche quando non riusciamo a vederla. E forse è proprio ciò che resta invisibile a meritare, oggi, la nostra maggiore attenzione.
Crediti immagini: Exposition – L’appel des profondeurs – Paris ©Musée national de la Marine / AT
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A Parigi il mare svela i suoi misteri: dall’antichità agli abissi contemporanei
Tempo stimato per la lettura: 21 minuti
Il fondo del mare è uno degli ultimi luoghi in cui l’ignoto conserva ancora il suo potere. Per secoli gli abissi hanno alimentato leggende, paure e racconti fantastici; poi sono arrivati gli scafandri, i sommergibili e le spedizioni scientifiche, senza che il mistero si lasciasse del tutto dissipare. È su questa lunga attrazione per ciò che si nasconde sotto la superficie che si costruisce L’appel des profondeurs. Une aventure sous les mers de l’Antiquité à nos jours, la mostra che il Musée national de la Marine, al Trocadéro di Parigi, presenta dal 14 ottobre 2026 al 4 aprile 2027. Circa 280 opere raccontano come, dall’antichità alle esplorazioni contemporanee, il mare profondo sia diventato insieme oggetto di ricerca, territorio di conquista e inesauribile fonte d’immaginazione.
Curata da Louise Contant, responsabile del Dipartimento delle collezioni e della ricerca del museo, e da Clémence Laurent, responsabile delle collezioni di arti grafiche e archeologia, con l’assistenza alla ricerca di Pauline Leroy, l’esposizione è il fulcro di un progetto che coinvolge per la prima volta tutti e cinque i siti del Musée national de la Marine: Brest, Parigi, Port-Louis, Rochefort e Tolone. Un percorso che attraversa epoche, discipline e linguaggi diversi, ma che trova la sua domanda più attuale nel rapporto tra conoscenza e sfruttamento: esplorare gli abissi significa scoprire un mondo, ma anche interrogarsi sul diritto di trasformarlo.
Un viaggio negli abissi tra storia e immaginazione
Allestita negli spazi del Musée national de la Marine, al Palais de Chaillot, la mostra si sviluppa su oltre 800 metri quadrati e riunisce circa 280 opere e testimonianze. Oggetti archeologici, manoscritti, strumenti scientifici, scafandri, modelli di imbarcazioni, fotografie, dipinti, sculture e installazioni video compongono un racconto che attraversa le epoche e le culture. Il percorso segue una linea cronologica, dall’antichità ai giorni nostri, senza rinunciare alle deviazioni nell’immaginario collettivo: mostri marini, sirene, polpi giganteschi e civiltà sommerse accompagnano le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche. Perché il mare profondo è sempre stato, insieme, una frontiera concreta e uno spazio mentale nel quale proiettare paure, desideri e fantasie.
Dalle prime immersioni alla conquista degli abissi
Prima dell’invenzione delle moderne attrezzature subacquee, scendere sott’acqua significava confrontarsi direttamente con i limiti del corpo umano. Già nell’antichità, uomini e donne si immergevano in apnea per recuperare merci, pescare perle e coralli o compiere missioni militari. Il desiderio di autonomia alimentava anche leggende, come quella di Alessandro Magno che avrebbe esplorato i fondali all’interno di un recipiente di vetro. Per secoli, tuttavia, la pressione, il freddo e la mancanza d’aria hanno mantenuto gli abissi fuori dalla portata umana. La mostra ricostruisce i tentativi di superare questi ostacoli, dalle campane da immersione ai primi dispositivi sperimentali, fino allo sviluppo degli scafandri e dei sommergibili.
Il XIX secolo, quando il mare diventa un laboratorio
È nell’Ottocento che l’esplorazione sottomarina conosce una svolta decisiva. Le nuove tecnologie consentono di lavorare più a lungo sott’acqua, mentre la posa dei cavi telegrafici impone di conoscere i rilievi dei fondali. Nasce così una nuova stagione di ricerche che porta alla formazione dell’oceanografia moderna. Le spedizioni scientifiche raccolgono campioni, descrivono specie sconosciute e mettono in discussione l’idea che le grandi profondità siano prive di vita. Parallelamente, acquari, pubblicazioni illustrate e mostre avvicinano il pubblico a un universo fino ad allora invisibile. Le forme sorprendenti degli organismi marini conquistano anche gli artisti, influenzando le arti decorative e l’Art nouveau. Il mare non è più soltanto un luogo minaccioso: diventa un inesauribile repertorio di forme e meraviglie.
Da Jules Verne a Cousteau: gli abissi entrano nella cultura popolare
L’esplorazione subacquea non procede soltanto attraverso laboratori, spedizioni e invenzioni. Si nutre anche di letteratura, cinema e immagini capaci di trasformare le profondità in un territorio dell’immaginazione. L’universo di Jules Verne, le creature mostruose evocate da Victor Hugo e le sperimentazioni cinematografiche di Jean Painlevé mostrano come il mondo sommerso abbia alimentato narrazioni molto diverse tra loro. Nel Novecento, le attrezzature per la respirazione autonoma e lo sviluppo della subacquea ricreativa rendono il mare più accessibile, mentre le esplorazioni di Jacques-Yves Cousteau contribuiscono a diffondere una nuova sensibilità verso gli ecosistemi marini. La mostra mette in dialogo questi immaginari con le testimonianze scientifiche e tecnologiche, mostrando quanto sia sottile il confine tra conoscenza e fascinazione.
Polpi, sirene e mondi sommersi: il potere dei miti
Tra gli elementi più suggestivi del percorso figurano i nuclei tematici dedicati alle creature e ai racconti che popolano da secoli l’immaginario marino. Il polpo, ora mostro tentacolare ora animale intelligente e affascinante, attraversa miti antichi, letteratura e cinema. La sirena, creatura ambigua sospesa tra umano e animale, continua invece a incarnare il potere seduttivo e inquietante dell’ignoto. Altri racconti conducono verso Atlantide e le città inghiottite dalle acque, luoghi nei quali si intrecciano utopie, catastrofi e memorie perdute. Organizzati come piccoli gabinetti delle curiosità, questi approfondimenti interrompono la cronologia della mostra per mettere in relazione epoche e culture differenti. Ne emerge un repertorio di figure che cambia nel tempo, ma conserva intatta la capacità di dare forma ai nostri interrogativi sul mondo sommerso.
Un universo ancora in gran parte sconosciuto
Nonostante i progressi tecnologici, le profondità oceaniche restano una delle grandi frontiere della conoscenza. Secondo i dati presentati dal museo, soltanto una parte limitata dei fondali è stata mappata con precisione e la loro esplorazione visiva rimane estremamente ridotta. Nuove specie vengono ancora scoperte, mentre gli scienziati cercano di comprendere ecosistemi che si sviluppano senza luce solare e in condizioni estreme. Ma gli abissi non sono soltanto un laboratorio naturale: ospitano cavi sottomarini essenziali per le comunicazioni globali, infrastrutture strategiche e risorse minerarie sempre più contese. Il progresso della ricerca apre quindi nuove possibilità, ma solleva anche questioni economiche, politiche e ambientali. Esplorare significa conoscere, ma può significare anche sfruttare: è questa una delle tensioni che attraversano l’intero progetto espositivo.
L’arte contemporanea per ripensare il rapporto con l’oceano
Nella parte dedicata al mondo contemporaneo, l’esposizione si allontana dal racconto della conquista per interrogare le conseguenze dell’intervento umano. Le opere di artisti come Monira Al Qadiri, Bianca Bondi, Alex Cecchetti, Julian Charrière, Elsa Guillaume e Laure Prouvost trasformano il paesaggio subacqueo in uno spazio di riflessione estetica e politica. Fotografie, installazioni e lavori audiovisivi affrontano temi come l’inquinamento, il cambiamento climatico, la fragilità degli ecosistemi e la corsa alle risorse dei fondali. Il finale è affidato a Midnight Zone (2025) di Julian Charrière, un’opera video che accompagna lo spettatore in un ambiente oceanico illuminato artificialmente, dove la ricchezza della vita marina emerge dall’oscurità. Un’immagine che restituisce tutta la bellezza degli abissi e, insieme, la vulnerabilità di un mondo da cui dipende anche il nostro futuro.
Restare in superficie non è più un’opzione
Forse il fascino degli abissi nasce proprio da questo: dalla possibilità di misurarsi con ciò che non conosciamo e che non possiamo dominare del tutto. Per secoli abbiamo immaginato il fondo del mare come un luogo da conquistare, riempito di mostri, tesori e civiltà perdute. Oggi, mentre la tecnologia ci permette di spingerci sempre più lontano, quella stessa oscurità ci restituisce una domanda meno avventurosa e più urgente: che cosa significa esplorare un mondo di cui dipende anche la nostra sopravvivenza? L’appel des profondeurs lascia aperta la questione, spostando lo sguardo dalla conquista alla consapevolezza. Perché gli abissi non sono un altrove remoto, separato dalla vita sulla terraferma: sono una parte essenziale del nostro mondo, anche quando non riusciamo a vederla. E forse è proprio ciò che resta invisibile a meritare, oggi, la nostra maggiore attenzione.
Crediti immagini: Exposition – L’appel des profondeurs – Paris ©Musée national de la Marine / AT






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