Anna Bondavalli Ward: La fotografia è un dialogo tra luce, ombra ed emozione

Tempo stimato per la lettura: 12,1 minuti
Abbiamo incontrato Anna Bondavalli Ward a Parigi, in occasione di Menart Fair 2026, la fiera dedicata all’arte moderna e contemporanea del Medio Oriente e del Nord Africa, quest’anno intitolata Where is Home? («Dov’è casa?»). L’artista espone con il collettivo Artists of Beirut, presentando Inner Territories, un corpus di opere fotografiche sperimentali che indaga il senso di appartenenza, l’identità e la ricerca di uno spazio interiore da chiamare casa.
Originaria di Reggio Emilia, Anna Bondavalli Ward vive a Beirut da circa trent’anni, con una parentesi di sei anni trascorsi a Roma. Il suo percorso personale, segnato dall’incontro tra culture e geografie differenti, si riflette profondamente nella sua ricerca artistica. Appassionata di fotografia fin da giovane, è passata da uno sguardo inizialmente descrittivo a un’estetica sempre più rarefatta e simbolica, nel quale il bianco e nero, il corpo, il movimento e il controllo della luce diventano strumenti per esplorare ciò che sfugge alla rappresentazione immediata.
Dai paesaggi urbani di Roma alle atmosfere della Thailandia, fino alle composizioni intime e sperimentali di Inner Territories, la sua fotografia invita a superare la superficie dell’immagine per entrare in dialogo con le proprie emozioni e la propria storia.
Partiamo dall’inizio: da quanto tempo si interessa alla fotografia e come si è evoluto il suo percorso artistico?
Sono appassionata di fotografia fin da quando ero molto giovane. È sempre stata una passione, un modo diverso di guardare la realtà, che mi permette di accorgermi di cose che altrimenti rischierei di non vedere. Con il tempo, questo sguardo si è evoluto insieme a me e alle esperienze che ho vissuto.
All’inizio, la mia fotografia era soprattutto rappresentativaa: cercavo di raccontare ciò che vedevo. Successivamente, il mio linguaggio è diventato più astratto, minimalista ed evocativo. Oggi mi interessa meno descrivere una realtà e molto di più suggerire qualcosa che possa risuonare in modo diverso in ogni persona, secondo la propria sensibilità e la propria storia.
Il tema di Menart 2026, Where is Home?, sembra dialogare direttamente con la sua esperienza personale. Come nasce Inner Territories e che cosa rappresenta per lei l’idea di casa?
Per me la casa non è più soltanto un luogo fisico. Essendo un po’ “nomade” ho compreso che il senso di appartenenza non può essere ricondotto necessariamente a una sola geografia.
La casa è diventata uno spazio interiore, una ricerca continua di identità che non si conclude mai. È qualcosa che si trasforma insieme a noi, alle esperienze che viviamo e alle persone che incontriamo.
Con Inner Territories cerco di esplorare proprio questo territorio intimo, in cui convivono appartenenza e sradicamento, sicurezza e incertezza, ciò che conosciamo di noi stessi e ciò che ancora dobbiamo scoprire.
Inizialmente, come accade a molte persone che vivono tra culture diverse, ho percepito la mancata appartenenza a un unico luogo come un limite. Con il tempo, però, ho imparato a considerarla una ricchezza: una possibilità di apertura, crescita e trasformazione.
Non essere legata a un solo luogo significa anche poter evolvere continuamente, senza sentirsi obbligati a rientrare in una definizione precisa. È questo spazio di libertà, ma anche di interrogazione interiore, che cerco di esprimere attraverso le mie opere.
Nelle fotografie di Inner Territories compaiono sagome, mani protese e corpi che sembrano cercare un confine o un punto di riferimento. Come ha tradotto visivamente questa ricerca?
In questa serie utilizzo anche un materiale opaco collocato tra la macchina fotografica e il soggetto. Questa superficie crea una sorta di membrana: non è completamente trasparente, ma non rappresenta neppure un’assenza. Lascia intuire una presenza, qualcosa che esiste ma che non può essere definito completamente.
Le mani e le sagome sembrano cercare un punto fermo, una fine, una risposta a questo dubbio continuo. In realtà, quella risposta non arriva, perché l’identità è un processo in divenire. Ciò che mi interessa è proprio la possibilità di lasciare aperta questa ricerca, creando uno spazio nel quale ciascuno possa riconoscersi e continuare a evolvere.
Anche il movimento è importante. Alcune figure sembrano compiere un’azione, protendersi verso qualcosa o cercare di oltrepassare un limite. Non sono corpi immobili e definiti, ma presenze sospese tra un prima e un dopo, tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.
In questo senso, il lavoro si collega anche a una memoria primordiale: il grembo materno, la nostra prima casa, il luogo in cui abbiamo vissuto una condizione originaria di protezione. Da lì inizia il nostro percorso nel mondo, fatto di cambiamenti, separazioni e continue trasformazioni. Le mie immagini cercano di evocare anche questa dimensione profonda, senza illustrarla in modo letterale.
Il corpo umano, spesso rappresentato nudo e spogliato di ogni connotazione personale, è al centro della sua ricerca. Qual è l’origine di questa scelta stilistica?
Per me la pelle è la membrana più sottile e immediata tra il mondo interiore e quello esterno, tra il conscio e l’inconscio, tra la realtà e la percezione che abbiamo di essa.
Per questo utilizzo spesso il corpo nudo. Eliminando gli abiti, tolgo elementi che potrebbero ricondurre il soggetto a un’identità sociale, culturale o personale troppo precisa. Il corpo diventa così una presenza più universale, un luogo in cui possono manifestarsi emozioni, pensieri e fragilità comuni a tutti.
Nelle mie fotografie, inoltre, il volto spesso non è visibile. Questo permette allo spettatore di identificarsi più facilmente nella figura rappresentata. Anche quando si tratta del corpo di una donna, non è necessariamente il genere a essere importante: ciò che cerco di raccontare è l’essere umano.
Mi interessa che l’immagine non imponga un significato, ma lasci spazio all’esperienza di chi guarda. Il corpo diventa una soglia attraverso cui entrare in contatto con qualcosa di più intimo, che appartiene tanto al soggetto quanto all’osservatore.
La luce, l’ombra e il contrasto tra bianco e nero sono elementi fondamentali del suo linguaggio. Quanto conta la gestione della luce nel processo creativo?
La luce è uno degli strumenti più importanti della mia fotografia. Mi sono ispirata molto a Caravaggio, soprattutto per il modo in cui la luce può scolpire un soggetto e far emergere una presenza dall’oscurità.
Durante la realizzazione delle immagini, spesso avvolgo il soggetto non soltanto nel nero, ma anche in materiali assorbenti, così da poter controllare la luce nel modo più preciso possibile. Voglio che la luce colpisca esattamente il punto in cui desidero condurre lo sguardo. In questo modo, la fotografia diventa quasi grafica: ogni forma, ogni ombra e ogni spazio vuoto assumono un ruolo preciso nella composizione.
A volte la luce sembra provenire dall’interno del corpo. In questi casi, proietto sulla pelle trame e motivi organici che evocano i nostri pensieri, le emozioni e la complessità della nostra bellezza interiore. Questi elementi si intrecciano con le nostre radici, con la memoria e con la natura che ci circonda, senza mai diventare completamente definiti.
La luce, quindi, non serve soltanto a mostrare: diventa un linguaggio per suggerire ciò che non è immediatamente visibile.
Allo stesso modo, il bianco e il nero sono essenziali. La vita è attraversata da contrasti continui: forza e fragilità, paura e coraggio, passato e presente, consapevolezza e mistero. Il bianco e il nero mi permettono di concentrarmi su queste tensioni, eliminando le distrazioni del colore.
Nelle mie fotografie cerco spesso una condizione di sospensione, uno spazio intermedio, un in-between: qualcosa che si trova tra l’interiorità e il mondo reale, tra la memoria e la presenza, tra ciò che appare e ciò che rimane nascosto. È in questa ambiguità che riconosco una parte importante della bellezza dell’esistenza.
Anche la scelta della stampa e dell’incorniciatura sembra coerente con questa ricerca. Perché preferisce evitare il vetro e utilizzare finiture opache?
Per me è importante evitare il vetro perché può introdurre un filtro visivo troppo presente, soprattutto quando riflette il volto o l’ambiente di chi osserva. Desidero che il rapporto con l’immagine rimanga il più diretto possibile.
Stampo le fotografie su carta fine art con una finitura opaca e le monto su una cornice che lascia un bordo libero intorno all’immagine. Questo spazio vuoto è fondamentale: dà respiro all’opera e permette al soggetto di emergere senza interferenze.
Il bianco e il nero, così come il vuoto e l’oscurità, non sono semplicemente elementi compositivi. Sono spazi di pausa e di ascolto, che consentono allo spettatore di soffermarsi sull’immagine.
Il minimalismo, per me, non significa sottrarre per il semplice gusto di ridurre. Significa eliminare ciò che non è necessario affinché ciò che rimane possa esprimersi con maggiore intensità.
Nel 2019 ha presentato il libro fotografico ROMÆ | Inner Shades, Un autre regard, Sguardi intimi. Qual è il legame con la Città eterna?
Roma è stata una tappa importante del mio percorso, sia personale sia artistico. Il mio lavoro su questa città nasceva inizialmente da un approccio più descrittivo. Mi interessava osservare la relazione tra la grande eredità storica della città e la vita contemporanea, tra le architetture, i monumenti e le persone che attraversano quotidianamente quegli spazi.
La fotografia permette di isolare un istante irripetibile e di attribuirgli un significato nuovo. Un dettaglio architettonico, una figura umana accanto a una statua o una prospettiva urbana possono rivelare una relazione inattesa quando vengono sottratti al flusso ordinario del tempo.
Ho cercato di raccontare proprio il mio rapporto personale con Roma, attraverso immagini che mettono in dialogo memoria e contemporaneità. Il libro è oggi in vendita nei Musei Capitolini, un aspetto che mi fa particolarmente piacere perché lega il mio lavoro a una città dalla quale ho ricevuto molto.
I viaggi hanno avuto un ruolo significativo nel suo lavoro. Nel 2024 ha ricevuto un riconoscimento dal Ministero del Turismo thailandese per un progetto fotografico dedicato al Paese. Che cosa le ha lasciato questa terra?
Il progetto è nato da un invito a raccontare la vera essenza della Thailandia attraverso la fotografia. Per me significava andare oltre le immagini più riconoscibili e cercare di entrare in relazione con la vita quotidiana, le persone e i dettagli culturali che contribuiscono a definire l’identità di una comunità.
Il riconoscimento ha valorizzato questo approccio e ha portato alla realizzazione di un libro dedicato al progetto, intitolato Thailandia.
Viaggiare significa uscire dalle proprie abitudini e accettare di essere sorpresi. Quando ci si avvicina a una cultura diversa, è importante osservare senza cercare immediatamente di interpretare tutto attraverso i propri riferimenti. Bisogna lasciare che siano gli incontri e le esperienze a modificare il nostro sguardo.
Ha esposto in molte città nel mondo. Che cosa significa per lei portare il proprio lavoro in contesti culturali differenti?
È molto importante, perché ogni luogo offre un modo diverso di entrare in relazione con le opere. Questa è la mia seconda partecipazione a Menart, ma ogni edizione è diversa, così come lo è ogni incontro con il pubblico. Esporre con Artists of Beirut mi permette inoltre di condividere uno spazio con altre sensibilità artistiche legate a una realtà culturale alla quale sono profondamente connessa.
Credo che vivere tra culture diverse aiuti ad apprezzare maggiormente la diversità e a entrare più facilmente in relazione con quello che è diverso da noi. Quando ci allontaniamo dal nostro ambiente d’origine, impariamo a osservare le cose da prospettive molteplici.
Ecco perché nelle mie esposizioni, mi interessa molto osservare come le persone reagiscono alle immagini, perché non esiste una sola lettura possibile. Una fotografia può parlare in modo diverso a seconda del vissuto di chi la guarda. È proprio questa apertura a rendere il linguaggio fotografico così interessante.
Che cosa spera che il pubblico provi davanti alle sue opere?
Mi piacerebbe che le persone si concedessero il tempo di osservare, senza sentire il bisogno di trovare immediatamente una risposta o un significato definitivo.
Un’immagine può suscitare emozioni differenti, e non credo che sia necessario guidare lo spettatore verso un’unica interpretazione. Per me la fotografia è un dialogo tra ciò che scelgo di mostrare e ciò che ogni persona porta con sé: la propria memoria, le proprie paure, i desideri e le esperienze.
Spero che i miei scatti possano diventare uno spazio di riconoscimento, nel quale ciascuno trovi qualcosa di sé, anche se non sa subito come definirlo.
Guardando al futuro, su quali progetti sta lavorando e quali saranno le prossime tappe del suo percorso?
Sto esplorando soprattutto il rapporto tra l’essere umano e le sue radici. È un tema che mi interessa molto, perché riguarda il modo in cui la nostra storia personale, le origini culturali e le esperienze vissute contribuiscono a formare la nostra identità.
Vorrei affrontarlo ancora una volta in modo non descrittivo, ma evocativo, sperimentando tecniche differenti e cercando nuove possibilità espressive: per esempio mettendo in dialogo la fotografia e la pittura.
Sono percorsi che sto sviluppando parallelamente, senza volerli ricondurre necessariamente a un’unica forma. Credo che ogni progetto debba trovare il proprio linguaggio e che la sperimentazione sia una parte essenziale della crescita artistica.
Per quanto riguarda le prossime esposizioni, sto valutando la partecipazione a nuove fiere internazionali, tra cui Paris Photo nel 2027. Ogni occasione espositiva porta con sé incontri e possibilità inattese, preferisco lasciare che i progetti si sviluppino anche attraverso ciò che accade lungo il percorso.
Crediti immagini: per gentile concessione di Anna Bondavalli Ward.
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Anna Bondavalli Ward: La fotografia è un dialogo tra luce, ombra ed emozione
Tempo stimato per la lettura: 36 minuti
Abbiamo incontrato Anna Bondavalli Ward a Parigi, in occasione di Menart Fair 2026, la fiera dedicata all’arte moderna e contemporanea del Medio Oriente e del Nord Africa, quest’anno intitolata Where is Home? («Dov’è casa?»). L’artista espone con il collettivo Artists of Beirut, presentando Inner Territories, un corpus di opere fotografiche sperimentali che indaga il senso di appartenenza, l’identità e la ricerca di uno spazio interiore da chiamare casa.
Originaria di Reggio Emilia, Anna Bondavalli Ward vive a Beirut da circa trent’anni, con una parentesi di sei anni trascorsi a Roma. Il suo percorso personale, segnato dall’incontro tra culture e geografie differenti, si riflette profondamente nella sua ricerca artistica. Appassionata di fotografia fin da giovane, è passata da uno sguardo inizialmente descrittivo a un’estetica sempre più rarefatta e simbolica, nel quale il bianco e nero, il corpo, il movimento e il controllo della luce diventano strumenti per esplorare ciò che sfugge alla rappresentazione immediata.
Dai paesaggi urbani di Roma alle atmosfere della Thailandia, fino alle composizioni intime e sperimentali di Inner Territories, la sua fotografia invita a superare la superficie dell’immagine per entrare in dialogo con le proprie emozioni e la propria storia.
Partiamo dall’inizio: da quanto tempo si interessa alla fotografia e come si è evoluto il suo percorso artistico?
Sono appassionata di fotografia fin da quando ero molto giovane. È sempre stata una passione, un modo diverso di guardare la realtà, che mi permette di accorgermi di cose che altrimenti rischierei di non vedere. Con il tempo, questo sguardo si è evoluto insieme a me e alle esperienze che ho vissuto.
All’inizio, la mia fotografia era soprattutto rappresentativaa: cercavo di raccontare ciò che vedevo. Successivamente, il mio linguaggio è diventato più astratto, minimalista ed evocativo. Oggi mi interessa meno descrivere una realtà e molto di più suggerire qualcosa che possa risuonare in modo diverso in ogni persona, secondo la propria sensibilità e la propria storia.
Il tema di Menart 2026, Where is Home?, sembra dialogare direttamente con la sua esperienza personale. Come nasce Inner Territories e che cosa rappresenta per lei l’idea di casa?
Per me la casa non è più soltanto un luogo fisico. Essendo un po’ “nomade” ho compreso che il senso di appartenenza non può essere ricondotto necessariamente a una sola geografia.
La casa è diventata uno spazio interiore, una ricerca continua di identità che non si conclude mai. È qualcosa che si trasforma insieme a noi, alle esperienze che viviamo e alle persone che incontriamo.
Con Inner Territories cerco di esplorare proprio questo territorio intimo, in cui convivono appartenenza e sradicamento, sicurezza e incertezza, ciò che conosciamo di noi stessi e ciò che ancora dobbiamo scoprire.
Inizialmente, come accade a molte persone che vivono tra culture diverse, ho percepito la mancata appartenenza a un unico luogo come un limite. Con il tempo, però, ho imparato a considerarla una ricchezza: una possibilità di apertura, crescita e trasformazione.
Non essere legata a un solo luogo significa anche poter evolvere continuamente, senza sentirsi obbligati a rientrare in una definizione precisa. È questo spazio di libertà, ma anche di interrogazione interiore, che cerco di esprimere attraverso le mie opere.
Nelle fotografie di Inner Territories compaiono sagome, mani protese e corpi che sembrano cercare un confine o un punto di riferimento. Come ha tradotto visivamente questa ricerca?
In questa serie utilizzo anche un materiale opaco collocato tra la macchina fotografica e il soggetto. Questa superficie crea una sorta di membrana: non è completamente trasparente, ma non rappresenta neppure un’assenza. Lascia intuire una presenza, qualcosa che esiste ma che non può essere definito completamente.
Le mani e le sagome sembrano cercare un punto fermo, una fine, una risposta a questo dubbio continuo. In realtà, quella risposta non arriva, perché l’identità è un processo in divenire. Ciò che mi interessa è proprio la possibilità di lasciare aperta questa ricerca, creando uno spazio nel quale ciascuno possa riconoscersi e continuare a evolvere.
Anche il movimento è importante. Alcune figure sembrano compiere un’azione, protendersi verso qualcosa o cercare di oltrepassare un limite. Non sono corpi immobili e definiti, ma presenze sospese tra un prima e un dopo, tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.
In questo senso, il lavoro si collega anche a una memoria primordiale: il grembo materno, la nostra prima casa, il luogo in cui abbiamo vissuto una condizione originaria di protezione. Da lì inizia il nostro percorso nel mondo, fatto di cambiamenti, separazioni e continue trasformazioni. Le mie immagini cercano di evocare anche questa dimensione profonda, senza illustrarla in modo letterale.
Il corpo umano, spesso rappresentato nudo e spogliato di ogni connotazione personale, è al centro della sua ricerca. Qual è l’origine di questa scelta stilistica?
Per me la pelle è la membrana più sottile e immediata tra il mondo interiore e quello esterno, tra il conscio e l’inconscio, tra la realtà e la percezione che abbiamo di essa.
Per questo utilizzo spesso il corpo nudo. Eliminando gli abiti, tolgo elementi che potrebbero ricondurre il soggetto a un’identità sociale, culturale o personale troppo precisa. Il corpo diventa così una presenza più universale, un luogo in cui possono manifestarsi emozioni, pensieri e fragilità comuni a tutti.
Nelle mie fotografie, inoltre, il volto spesso non è visibile. Questo permette allo spettatore di identificarsi più facilmente nella figura rappresentata. Anche quando si tratta del corpo di una donna, non è necessariamente il genere a essere importante: ciò che cerco di raccontare è l’essere umano.
Mi interessa che l’immagine non imponga un significato, ma lasci spazio all’esperienza di chi guarda. Il corpo diventa una soglia attraverso cui entrare in contatto con qualcosa di più intimo, che appartiene tanto al soggetto quanto all’osservatore.
La luce, l’ombra e il contrasto tra bianco e nero sono elementi fondamentali del suo linguaggio. Quanto conta la gestione della luce nel processo creativo?
La luce è uno degli strumenti più importanti della mia fotografia. Mi sono ispirata molto a Caravaggio, soprattutto per il modo in cui la luce può scolpire un soggetto e far emergere una presenza dall’oscurità.
Durante la realizzazione delle immagini, spesso avvolgo il soggetto non soltanto nel nero, ma anche in materiali assorbenti, così da poter controllare la luce nel modo più preciso possibile. Voglio che la luce colpisca esattamente il punto in cui desidero condurre lo sguardo. In questo modo, la fotografia diventa quasi grafica: ogni forma, ogni ombra e ogni spazio vuoto assumono un ruolo preciso nella composizione.
A volte la luce sembra provenire dall’interno del corpo. In questi casi, proietto sulla pelle trame e motivi organici che evocano i nostri pensieri, le emozioni e la complessità della nostra bellezza interiore. Questi elementi si intrecciano con le nostre radici, con la memoria e con la natura che ci circonda, senza mai diventare completamente definiti.
La luce, quindi, non serve soltanto a mostrare: diventa un linguaggio per suggerire ciò che non è immediatamente visibile.
Allo stesso modo, il bianco e il nero sono essenziali. La vita è attraversata da contrasti continui: forza e fragilità, paura e coraggio, passato e presente, consapevolezza e mistero. Il bianco e il nero mi permettono di concentrarmi su queste tensioni, eliminando le distrazioni del colore.
Nelle mie fotografie cerco spesso una condizione di sospensione, uno spazio intermedio, un in-between: qualcosa che si trova tra l’interiorità e il mondo reale, tra la memoria e la presenza, tra ciò che appare e ciò che rimane nascosto. È in questa ambiguità che riconosco una parte importante della bellezza dell’esistenza.
Anche la scelta della stampa e dell’incorniciatura sembra coerente con questa ricerca. Perché preferisce evitare il vetro e utilizzare finiture opache?
Per me è importante evitare il vetro perché può introdurre un filtro visivo troppo presente, soprattutto quando riflette il volto o l’ambiente di chi osserva. Desidero che il rapporto con l’immagine rimanga il più diretto possibile.
Stampo le fotografie su carta fine art con una finitura opaca e le monto su una cornice che lascia un bordo libero intorno all’immagine. Questo spazio vuoto è fondamentale: dà respiro all’opera e permette al soggetto di emergere senza interferenze.
Il bianco e il nero, così come il vuoto e l’oscurità, non sono semplicemente elementi compositivi. Sono spazi di pausa e di ascolto, che consentono allo spettatore di soffermarsi sull’immagine.
Il minimalismo, per me, non significa sottrarre per il semplice gusto di ridurre. Significa eliminare ciò che non è necessario affinché ciò che rimane possa esprimersi con maggiore intensità.
Nel 2019 ha presentato il libro fotografico ROMÆ | Inner Shades, Un autre regard, Sguardi intimi. Qual è il legame con la Città eterna?
Roma è stata una tappa importante del mio percorso, sia personale sia artistico. Il mio lavoro su questa città nasceva inizialmente da un approccio più descrittivo. Mi interessava osservare la relazione tra la grande eredità storica della città e la vita contemporanea, tra le architetture, i monumenti e le persone che attraversano quotidianamente quegli spazi.
La fotografia permette di isolare un istante irripetibile e di attribuirgli un significato nuovo. Un dettaglio architettonico, una figura umana accanto a una statua o una prospettiva urbana possono rivelare una relazione inattesa quando vengono sottratti al flusso ordinario del tempo.
Ho cercato di raccontare proprio il mio rapporto personale con Roma, attraverso immagini che mettono in dialogo memoria e contemporaneità. Il libro è oggi in vendita nei Musei Capitolini, un aspetto che mi fa particolarmente piacere perché lega il mio lavoro a una città dalla quale ho ricevuto molto.
I viaggi hanno avuto un ruolo significativo nel suo lavoro. Nel 2024 ha ricevuto un riconoscimento dal Ministero del Turismo thailandese per un progetto fotografico dedicato al Paese. Che cosa le ha lasciato questa terra?
Il progetto è nato da un invito a raccontare la vera essenza della Thailandia attraverso la fotografia. Per me significava andare oltre le immagini più riconoscibili e cercare di entrare in relazione con la vita quotidiana, le persone e i dettagli culturali che contribuiscono a definire l’identità di una comunità.
Il riconoscimento ha valorizzato questo approccio e ha portato alla realizzazione di un libro dedicato al progetto, intitolato Thailandia.
Viaggiare significa uscire dalle proprie abitudini e accettare di essere sorpresi. Quando ci si avvicina a una cultura diversa, è importante osservare senza cercare immediatamente di interpretare tutto attraverso i propri riferimenti. Bisogna lasciare che siano gli incontri e le esperienze a modificare il nostro sguardo.
Ha esposto in molte città nel mondo. Che cosa significa per lei portare il proprio lavoro in contesti culturali differenti?
È molto importante, perché ogni luogo offre un modo diverso di entrare in relazione con le opere. Questa è la mia seconda partecipazione a Menart, ma ogni edizione è diversa, così come lo è ogni incontro con il pubblico. Esporre con Artists of Beirut mi permette inoltre di condividere uno spazio con altre sensibilità artistiche legate a una realtà culturale alla quale sono profondamente connessa.
Credo che vivere tra culture diverse aiuti ad apprezzare maggiormente la diversità e a entrare più facilmente in relazione con quello che è diverso da noi. Quando ci allontaniamo dal nostro ambiente d’origine, impariamo a osservare le cose da prospettive molteplici.
Ecco perché nelle mie esposizioni, mi interessa molto osservare come le persone reagiscono alle immagini, perché non esiste una sola lettura possibile. Una fotografia può parlare in modo diverso a seconda del vissuto di chi la guarda. È proprio questa apertura a rendere il linguaggio fotografico così interessante.
Che cosa spera che il pubblico provi davanti alle sue opere?
Mi piacerebbe che le persone si concedessero il tempo di osservare, senza sentire il bisogno di trovare immediatamente una risposta o un significato definitivo.
Un’immagine può suscitare emozioni differenti, e non credo che sia necessario guidare lo spettatore verso un’unica interpretazione. Per me la fotografia è un dialogo tra ciò che scelgo di mostrare e ciò che ogni persona porta con sé: la propria memoria, le proprie paure, i desideri e le esperienze.
Spero che i miei scatti possano diventare uno spazio di riconoscimento, nel quale ciascuno trovi qualcosa di sé, anche se non sa subito come definirlo.
Guardando al futuro, su quali progetti sta lavorando e quali saranno le prossime tappe del suo percorso?
Sto esplorando soprattutto il rapporto tra l’essere umano e le sue radici. È un tema che mi interessa molto, perché riguarda il modo in cui la nostra storia personale, le origini culturali e le esperienze vissute contribuiscono a formare la nostra identità.
Vorrei affrontarlo ancora una volta in modo non descrittivo, ma evocativo, sperimentando tecniche differenti e cercando nuove possibilità espressive: per esempio mettendo in dialogo la fotografia e la pittura.
Sono percorsi che sto sviluppando parallelamente, senza volerli ricondurre necessariamente a un’unica forma. Credo che ogni progetto debba trovare il proprio linguaggio e che la sperimentazione sia una parte essenziale della crescita artistica.
Per quanto riguarda le prossime esposizioni, sto valutando la partecipazione a nuove fiere internazionali, tra cui Paris Photo nel 2027. Ogni occasione espositiva porta con sé incontri e possibilità inattese, preferisco lasciare che i progetti si sviluppino anche attraverso ciò che accade lungo il percorso.
Crediti immagini: per gentile concessione di Anna Bondavalli Ward.







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