Anne e Patrick Poirier a Nantes: Odyssée de l’oubli tra memoria e rovine

Tempo stimato per la lettura: 8,8 minuti
Ci sono mostre che si limitano a occupare uno spazio e altre che sembrano invece nascere da esso, come se fossero state attese per anni dalle pareti che le accolgono. È il caso di Odyssée de l’oubli, la grande esposizione che il Musée d’arts de Nantes dedica ad Anne e Patrick Poirier dal 22 maggio al 30 agosto 2026. Curata da Marie Dupas, responsabile dell’arte contemporanea del museo, la mostra riunisce una monumentale installazione site specific e una selezione di opere storiche dei due artisti francesi, figure centrali della scena internazionale dagli anni Sessanta a oggi. Più che una retrospettiva, Odyssée de l’oubli appare come un’immersione totale in un universo poetico e tragico, dove le rovine diventano metafore della condizione umana e la memoria si confronta continuamente con la sua inevitabile dissoluzione. Da oltre cinquant’anni Anne e Patrick Poirier costruiscono insieme una ricerca fondata sul tempo, sull’archeologia, sulla fragilità delle civiltà e sull’inesorabilità della storia. In un’epoca che continua a interrogarsi sulle guerre, sulle distruzioni e sulle identità smarrite, il loro lavoro assume oggi una forza quasi profetica.
Nantes, una città che appartiene alla loro storia personale
La scelta di Nantes come luogo di questa esposizione non è casuale. Per Patrick Poirier la città custodisce infatti una memoria intima e dolorosa che si intreccia con la storia collettiva del Novecento. Nel patio del museo prende forma una delle opere più emozionanti dell’intero percorso espositivo, profondamente legata a un ricordo familiare. È qui che nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale, venne deposto il corpo del padre di Patrick, ucciso dai bombardamenti alleati che colpirono la città. All’epoca il Musée des Beaux-Arts fungeva da camera ardente. Questo luogo, dunque, non rappresenta semplicemente uno spazio architettonico: è una ferita della memoria personale che ritorna e si trasforma in materia artistica. Lo stesso Patrick Poirier ha spiegato come l’installazione sia concepita come un omaggio al padre scomparso, ma anche al figlio perduto dalla coppia e, più in generale, a tutte le vittime delle violenze che attraversano la storia umana. Nantes diventa così il punto d’incontro tra biografia e memoria universale, tra dolore individuale e tragedia collettiva.
Due spazi, due mondi: il Patio e la Cappella dell’Oratorio
L’intera esposizione si costruisce attorno a due ambienti radicalmente diversi del museo: il Patio e la Cappella dell’Oratorio. I Poirier hanno sempre concepito le proprie opere in stretta relazione con l’architettura che le ospita, e qui questa sensibilità raggiunge una delle sue espressioni più compiute. Il Patio si presenta come uno spazio aperto, luminoso, attraversato dalla luce naturale. La Cappella, al contrario, è immersa nell’oscurità e nella dimensione quasi sacrale del raccoglimento. Non si tratta semplicemente di due luoghi espositivi differenti, ma di due stati dell’esistenza. Da una parte la memoria che tenta ancora di resistere, di costruire immagini e città interiori; dall’altra la distruzione, la perdita e il rischio della cancellazione. Il percorso assume così una dimensione narrativa, quasi iniziatica, che invita il visitatore a passare dalla contemplazione alla meditazione, dalla luce al buio, dalla presenza all’assenza.
La Cité des Ombres: una città bianca per ricordare i morti
Nel Patio si impone immediatamente una creazione monumentale che occupa quasi interamente lo spazio. Si tratta della Cité des Ombres, una città immaginaria dalle architetture candide e labirintiche che richiama le antiche metropoli scomparse e i siti archeologici che hanno sempre alimentato l’immaginario degli artisti. La sua bianchezza abbagliante contrasta con il tema che affronta: la morte. L’opera si ispira infatti a una credenza antica secondo cui, quando il sole raggiunge il punto più alto del cielo e le ombre scompaiono, il mondo visibile entra in contatto con quello degli spiriti. Attraversando questa città simbolica, il visitatore si trova di fronte a una riflessione sulla presenza invisibile dei morti e sul modo in cui continuano a vivere attraverso il ricordo. L’installazione assume inoltre una dimensione profondamente autobiografica, poiché collega la memoria del padre di Patrick e quella del figlio scomparso della coppia a una meditazione universale sul lutto. La città delle ombre diventa così una città della memoria.
Una partitura per l’assenza
Uno degli aspetti più affascinanti dell’esposizione è la presenza del suono come elemento narrativo. Da anni Anne e Patrick Poirier collaborano con musicisti e compositori per ampliare la dimensione sensoriale delle loro installazioni. In Odyssée de l’oubli la musica non accompagna semplicemente le opere: ne diventa una prosecuzione invisibile. La partitura esposta testimonia il processo creativo che ha portato alla composizione musicale associata all’installazione. Le note diventano frammenti di memoria, tracce che si aggiungono ai resti architettonici e agli elementi visivi. Il visitatore percepisce così l’opera non soltanto attraverso lo sguardo ma anche attraverso l’ascolto, in una dimensione immersiva che richiama il funzionamento stesso del ricordo: discontinuo, frammentario, capace di emergere improvvisamente da un suono, da una voce o da una melodia.
Le opere che dialogano con l’installazione
Attorno alla grande creazione centrale si dispiega un insieme di opere storiche che consente di comprendere la coerenza del percorso artistico dei Poirier. Disegni, maquette, architetture immaginarie e frammenti di città perdute costruiscono una sorta di atlante della memoria. Da decenni gli artisti esplorano la rovina non come testimonianza nostalgica del passato, ma come condizione permanente della civiltà. Le loro città distrutte, le biblioteche devastate, i monumenti spezzati non raccontano soltanto ciò che è stato, ma ciò che potrebbe accadere. In questo senso il loro lavoro appare straordinariamente contemporaneo. Le opere che circondano la Cité des Ombres amplificano il senso di fragilità che attraversa tutta la mostra e ricordano come ogni costruzione umana sia destinata, prima o poi, a trasformarsi in vestigio.
La Cappella dell’Oratorio: il regno dell’oscurità
Se il Patio è dominato dalla luce, la Cappella dell’Oratorio conduce il visitatore in una dimensione completamente diversa. Qui il buio diventa materiale espositivo. Le opere nere sembrano emergere dall’oscurità come apparizioni. L’atmosfera è intensa, quasi teatrale, e richiama i temi della distruzione e dell’oblio che attraversano tutta la produzione degli artisti. In questo spazio la memoria non è più rappresentata come città o architettura, ma come qualcosa che rischia continuamente di scomparire. Le opere assumono una forza emotiva particolare proprio grazie al dialogo con l’architettura della cappella, trasformata in un luogo di meditazione sulla fine delle civiltà e sulla vulnerabilità del sapere umano.
L’incendio della biblioteca e la fragilità del sapere
Tra le immagini più potenti della mostra emerge il tema della biblioteca in fiamme, uno dei motivi ricorrenti nella ricerca dei Poirier. La biblioteca rappresenta da sempre il luogo della conoscenza, della trasmissione culturale e della memoria collettiva. Distruggerla significa colpire il cuore stesso di una civiltà. Nella Cappella dell’Oratorio questa riflessione assume una dimensione quasi drammatica. Le opere evocano incendi, devastazioni e perdite irreparabili, ma allo stesso tempo ricordano che la memoria possiede una straordinaria capacità di resistenza. Anche quando gli archivi scompaiono e i monumenti vengono abbattuti, qualcosa continua a sopravvivere nei racconti, nelle immagini e nell’arte.
Un messaggio più attuale che mai
Guardare oggi il lavoro di Anne e Patrick Poirier significa confrontarsi con questioni che attraversano il nostro tempo. Guerre, distruzioni di patrimoni culturali, migrazioni forzate, crisi ambientali: tutto sembra confermare le intuizioni che gli artisti sviluppano dagli anni Sessanta. Quando iniziarono il loro percorso, parlare di rovine e di civiltà scomparse appariva quasi anacronistico in un Occidente che credeva nel progresso infinito. Oggi quelle opere sembrano invece descrivere il presente con impressionante lucidità. La loro forza risiede proprio nella capacità di trasformare la memoria in uno strumento critico per leggere il mondo contemporaneo.
L’Italia, una seconda patria dell’anima
Per comprendere il lavoro di Anne Poirier e Patrick Poirier è essenziale considerare il ruolo dell’Italia nella loro formazione. Vincitori del Prix de Rome nel 1967, soggiornarono presso Villa Medici, entrando in contatto diretto con le testimonianze dell’antichità e con il paesaggio archeologico di Roma. In quegli anni nacque il loro interesse per le rovine, la memoria e le civiltà scomparse, temi destinati a caratterizzare tutta la loro produzione artistica. Successivamente scelsero di vivere anche in Umbria, dove il rapporto con il paesaggio, i borghi storici e la dimensione contemplativa offrì nuove occasioni di riflessione sul tempo e sulla fragilità della memoria.
Tra i luoghi italiani più importanti nel percorso dei Poirier vi è Palermo, città alla quale sono legati grazie al rapporto con Massimo Valsecchi. Il collezionista segue il loro lavoro fin dagli anni Settanta e ha contribuito in modo significativo alla sua diffusione in Italia. Questa lunga collaborazione ha trovato una particolare espressione nel progetto di Palazzo Butera, trasformato in una casa-museo aperta alla città. In questo contesto le opere dei Poirier dialogano con collezioni storiche e ambienti antichi, in un confronto continuo tra passato e presente che riflette alcuni dei temi centrali della loro ricerca artistica.
Un’odissea nel cuore della memoria
Per tutto il viaggio artistico intrapreso da questa coppia di artisti, Odyssée de l’oubli non è soltanto una mostra. È un’esperienza che interroga il visitatore sul significato del ricordo e sulla necessità di preservare le tracce del passato. Attraverso il dialogo tra il Patio e la Cappella dell’Oratorio, tra luce e oscurità, tra biografia e storia universale, Anne e Patrick Poirier costruiscono uno dei progetti più intensi della loro carriera. Nantes diventa il teatro di un racconto che parla di lutto, amore, memoria e resilienza. Un racconto che trova nella bellezza delle rovine non la celebrazione della fine, ma la possibilità di continuare a ricordare.
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Anne e Patrick Poirier a Nantes: Odyssée de l’oubli tra memoria e rovine
Tempo stimato per la lettura: 27 minuti
Ci sono mostre che si limitano a occupare uno spazio e altre che sembrano invece nascere da esso, come se fossero state attese per anni dalle pareti che le accolgono. È il caso di Odyssée de l’oubli, la grande esposizione che il Musée d’arts de Nantes dedica ad Anne e Patrick Poirier dal 22 maggio al 30 agosto 2026. Curata da Marie Dupas, responsabile dell’arte contemporanea del museo, la mostra riunisce una monumentale installazione site specific e una selezione di opere storiche dei due artisti francesi, figure centrali della scena internazionale dagli anni Sessanta a oggi. Più che una retrospettiva, Odyssée de l’oubli appare come un’immersione totale in un universo poetico e tragico, dove le rovine diventano metafore della condizione umana e la memoria si confronta continuamente con la sua inevitabile dissoluzione. Da oltre cinquant’anni Anne e Patrick Poirier costruiscono insieme una ricerca fondata sul tempo, sull’archeologia, sulla fragilità delle civiltà e sull’inesorabilità della storia. In un’epoca che continua a interrogarsi sulle guerre, sulle distruzioni e sulle identità smarrite, il loro lavoro assume oggi una forza quasi profetica.
Nantes, una città che appartiene alla loro storia personale
La scelta di Nantes come luogo di questa esposizione non è casuale. Per Patrick Poirier la città custodisce infatti una memoria intima e dolorosa che si intreccia con la storia collettiva del Novecento. Nel patio del museo prende forma una delle opere più emozionanti dell’intero percorso espositivo, profondamente legata a un ricordo familiare. È qui che nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale, venne deposto il corpo del padre di Patrick, ucciso dai bombardamenti alleati che colpirono la città. All’epoca il Musée des Beaux-Arts fungeva da camera ardente. Questo luogo, dunque, non rappresenta semplicemente uno spazio architettonico: è una ferita della memoria personale che ritorna e si trasforma in materia artistica. Lo stesso Patrick Poirier ha spiegato come l’installazione sia concepita come un omaggio al padre scomparso, ma anche al figlio perduto dalla coppia e, più in generale, a tutte le vittime delle violenze che attraversano la storia umana. Nantes diventa così il punto d’incontro tra biografia e memoria universale, tra dolore individuale e tragedia collettiva.
Due spazi, due mondi: il Patio e la Cappella dell’Oratorio
L’intera esposizione si costruisce attorno a due ambienti radicalmente diversi del museo: il Patio e la Cappella dell’Oratorio. I Poirier hanno sempre concepito le proprie opere in stretta relazione con l’architettura che le ospita, e qui questa sensibilità raggiunge una delle sue espressioni più compiute. Il Patio si presenta come uno spazio aperto, luminoso, attraversato dalla luce naturale. La Cappella, al contrario, è immersa nell’oscurità e nella dimensione quasi sacrale del raccoglimento. Non si tratta semplicemente di due luoghi espositivi differenti, ma di due stati dell’esistenza. Da una parte la memoria che tenta ancora di resistere, di costruire immagini e città interiori; dall’altra la distruzione, la perdita e il rischio della cancellazione. Il percorso assume così una dimensione narrativa, quasi iniziatica, che invita il visitatore a passare dalla contemplazione alla meditazione, dalla luce al buio, dalla presenza all’assenza.
La Cité des Ombres: una città bianca per ricordare i morti
Nel Patio si impone immediatamente una creazione monumentale che occupa quasi interamente lo spazio. Si tratta della Cité des Ombres, una città immaginaria dalle architetture candide e labirintiche che richiama le antiche metropoli scomparse e i siti archeologici che hanno sempre alimentato l’immaginario degli artisti. La sua bianchezza abbagliante contrasta con il tema che affronta: la morte. L’opera si ispira infatti a una credenza antica secondo cui, quando il sole raggiunge il punto più alto del cielo e le ombre scompaiono, il mondo visibile entra in contatto con quello degli spiriti. Attraversando questa città simbolica, il visitatore si trova di fronte a una riflessione sulla presenza invisibile dei morti e sul modo in cui continuano a vivere attraverso il ricordo. L’installazione assume inoltre una dimensione profondamente autobiografica, poiché collega la memoria del padre di Patrick e quella del figlio scomparso della coppia a una meditazione universale sul lutto. La città delle ombre diventa così una città della memoria.
Una partitura per l’assenza
Uno degli aspetti più affascinanti dell’esposizione è la presenza del suono come elemento narrativo. Da anni Anne e Patrick Poirier collaborano con musicisti e compositori per ampliare la dimensione sensoriale delle loro installazioni. In Odyssée de l’oubli la musica non accompagna semplicemente le opere: ne diventa una prosecuzione invisibile. La partitura esposta testimonia il processo creativo che ha portato alla composizione musicale associata all’installazione. Le note diventano frammenti di memoria, tracce che si aggiungono ai resti architettonici e agli elementi visivi. Il visitatore percepisce così l’opera non soltanto attraverso lo sguardo ma anche attraverso l’ascolto, in una dimensione immersiva che richiama il funzionamento stesso del ricordo: discontinuo, frammentario, capace di emergere improvvisamente da un suono, da una voce o da una melodia.
Le opere che dialogano con l’installazione
Attorno alla grande creazione centrale si dispiega un insieme di opere storiche che consente di comprendere la coerenza del percorso artistico dei Poirier. Disegni, maquette, architetture immaginarie e frammenti di città perdute costruiscono una sorta di atlante della memoria. Da decenni gli artisti esplorano la rovina non come testimonianza nostalgica del passato, ma come condizione permanente della civiltà. Le loro città distrutte, le biblioteche devastate, i monumenti spezzati non raccontano soltanto ciò che è stato, ma ciò che potrebbe accadere. In questo senso il loro lavoro appare straordinariamente contemporaneo. Le opere che circondano la Cité des Ombres amplificano il senso di fragilità che attraversa tutta la mostra e ricordano come ogni costruzione umana sia destinata, prima o poi, a trasformarsi in vestigio.
La Cappella dell’Oratorio: il regno dell’oscurità
Se il Patio è dominato dalla luce, la Cappella dell’Oratorio conduce il visitatore in una dimensione completamente diversa. Qui il buio diventa materiale espositivo. Le opere nere sembrano emergere dall’oscurità come apparizioni. L’atmosfera è intensa, quasi teatrale, e richiama i temi della distruzione e dell’oblio che attraversano tutta la produzione degli artisti. In questo spazio la memoria non è più rappresentata come città o architettura, ma come qualcosa che rischia continuamente di scomparire. Le opere assumono una forza emotiva particolare proprio grazie al dialogo con l’architettura della cappella, trasformata in un luogo di meditazione sulla fine delle civiltà e sulla vulnerabilità del sapere umano.
L’incendio della biblioteca e la fragilità del sapere
Tra le immagini più potenti della mostra emerge il tema della biblioteca in fiamme, uno dei motivi ricorrenti nella ricerca dei Poirier. La biblioteca rappresenta da sempre il luogo della conoscenza, della trasmissione culturale e della memoria collettiva. Distruggerla significa colpire il cuore stesso di una civiltà. Nella Cappella dell’Oratorio questa riflessione assume una dimensione quasi drammatica. Le opere evocano incendi, devastazioni e perdite irreparabili, ma allo stesso tempo ricordano che la memoria possiede una straordinaria capacità di resistenza. Anche quando gli archivi scompaiono e i monumenti vengono abbattuti, qualcosa continua a sopravvivere nei racconti, nelle immagini e nell’arte.
Un messaggio più attuale che mai
Guardare oggi il lavoro di Anne e Patrick Poirier significa confrontarsi con questioni che attraversano il nostro tempo. Guerre, distruzioni di patrimoni culturali, migrazioni forzate, crisi ambientali: tutto sembra confermare le intuizioni che gli artisti sviluppano dagli anni Sessanta. Quando iniziarono il loro percorso, parlare di rovine e di civiltà scomparse appariva quasi anacronistico in un Occidente che credeva nel progresso infinito. Oggi quelle opere sembrano invece descrivere il presente con impressionante lucidità. La loro forza risiede proprio nella capacità di trasformare la memoria in uno strumento critico per leggere il mondo contemporaneo.
L’Italia, una seconda patria dell’anima
Per comprendere il lavoro di Anne Poirier e Patrick Poirier è essenziale considerare il ruolo dell’Italia nella loro formazione. Vincitori del Prix de Rome nel 1967, soggiornarono presso Villa Medici, entrando in contatto diretto con le testimonianze dell’antichità e con il paesaggio archeologico di Roma. In quegli anni nacque il loro interesse per le rovine, la memoria e le civiltà scomparse, temi destinati a caratterizzare tutta la loro produzione artistica. Successivamente scelsero di vivere anche in Umbria, dove il rapporto con il paesaggio, i borghi storici e la dimensione contemplativa offrì nuove occasioni di riflessione sul tempo e sulla fragilità della memoria.
Tra i luoghi italiani più importanti nel percorso dei Poirier vi è Palermo, città alla quale sono legati grazie al rapporto con Massimo Valsecchi. Il collezionista segue il loro lavoro fin dagli anni Settanta e ha contribuito in modo significativo alla sua diffusione in Italia. Questa lunga collaborazione ha trovato una particolare espressione nel progetto di Palazzo Butera, trasformato in una casa-museo aperta alla città. In questo contesto le opere dei Poirier dialogano con collezioni storiche e ambienti antichi, in un confronto continuo tra passato e presente che riflette alcuni dei temi centrali della loro ricerca artistica.
Un’odissea nel cuore della memoria
Per tutto il viaggio artistico intrapreso da questa coppia di artisti, Odyssée de l’oubli non è soltanto una mostra. È un’esperienza che interroga il visitatore sul significato del ricordo e sulla necessità di preservare le tracce del passato. Attraverso il dialogo tra il Patio e la Cappella dell’Oratorio, tra luce e oscurità, tra biografia e storia universale, Anne e Patrick Poirier costruiscono uno dei progetti più intensi della loro carriera. Nantes diventa il teatro di un racconto che parla di lutto, amore, memoria e resilienza. Un racconto che trova nella bellezza delle rovine non la celebrazione della fine, ma la possibilità di continuare a ricordare.








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