Paolo Conte. Original: a Parigi la prima mostra in Francia dedicata alla sua pittura

Tempo stimato per la lettura: 5,6 minuti
Esistono artisti che appartengono a una città anche senza avervi mai abitato. Paolo Conte è uno di questi. Da decenni il pubblico francese lo accoglie come una presenza familiare, riconoscendo nelle sue canzoni quel miscuglio irripetibile di eleganza, ironia e malinconia che sembra parlare direttamente all’immaginario parigino. Per questo assume un valore particolare la mostra Paolo Conte. Original, inaugurata l’8 giugno all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi e visitabile fino al 4 settembre 2026. Organizzata in collaborazione con Arthemisia e curata da Manuela Furnari, l’esposizione rappresenta la prima grande presentazione francese dell’opera pittorica del musicista astigiano.
L’assenza che rende più presente l’artista
L’inaugurazione è stata segnata da un’assenza inevitabile. Problemi di salute hanno impedito a Paolo Conte di raggiungere Parigi, che ha lasciato un video messaggio in cui ringraziava il pubblico francese. Nonostante, la sua presenza attraversa ogni sala, ogni foglio, ogni colore. Nel corso della presentazione, il ricordo dell’affetto che la Francia gli ha sempre riservato è riaffiorato più volte. Un legame antico, costruito concerto dopo concerto, dall’Olympia ai teatri che negli anni hanno consacrato il musicista italiano come una figura quasi domestica per il pubblico francese. L’emozione di questo ritorno simbolico a Parigi ha accompagnato l’intera apertura della mostra.
«Questa la considero la mia vera arte»
La frase campeggia quasi come una dichiarazione di poetica: «Questa la considero la mia vera arte». Paolo Conte parla della pittura, non della musica. Una confessione che sorprende soltanto chi non conosce la lunga fedeltà dell’artista al disegno. Molto prima delle canzoni, prima di Azzurro (resa celebre da Adriano Celentano), prima della celebrità internazionale, esistevano infatti il tratto, il foglio, il colore. La mostra parigina permette di entrare in questo territorio meno noto ma fondamentale, mostrando come la dimensione visiva non sia un’attività parallela bensì il cuore originario della sua ricerca creativa.
Settant’anni di immagini
Le sessantotto opere esposte coprono un arco temporale straordinario, dal 1957 al 2023. Circa settant’anni di lavoro condensati in un percorso che evita deliberatamente la linearità cronologica. Non c’è alcuna volontà didattica o retrospettiva in senso tradizionale. Il visitatore viene invece invitato a muoversi dentro un paesaggio mentale fatto di incontri inattesi, associazioni libere, richiami e risonanze. È una scelta coerente con la poetica dell’autore, che ha sempre preferito l’evocazione alla spiegazione, il suggerimento alla dimostrazione.
La stessa malinconia delle canzoni
Osservando questi lavori si ritrovano immediatamente i temi che attraversano tutta l’opera contiana. Personaggi eccentrici, atmosfere sospese, città immaginate, animali enigmatici, musicisti e donne eleganti popolano uno spazio che sembra nascere dalla stessa sorgente delle sue canzoni. Al centro permane quella tensione lirica che rende riconoscibile ogni creazione di Conte: una malinconia mai disperata, attraversata da humour e sensualità. La pittura diventa così il doppio silenzioso della musica, un altro modo di raccontare gli stessi fantasmi e le stesse ossessioni.
L’eleganza dell’intelligenza
Andrea Camilleri definì Paolo Conte «un’eleganza dell’intelligenza». La formula sembra adattarsi perfettamente anche alla sua produzione grafica. Nulla è esibito, nulla è gridato. Ogni immagine conserva una leggerezza apparente dietro la quale si nasconde una costruzione complessa. I giochi di parole, i doppi sensi, le allusioni visive dialogano continuamente con lo spettatore. È un’arte che non impone significati ma li suggerisce, lasciando aperte interpretazioni molteplici.
Razmataz, il sogno parigino
Il nucleo più spettacolare dell’esposizione è dedicato a Razmataz, il progetto monumentale composto da oltre 1.800 disegni e ventotto brani musicali. Qui emerge con forza il rapporto speciale tra Conte e Parigi. La capitale francese degli anni Venti viene reinventata come teatro di una straordinaria avventura artistica in cui il jazz americano irrompe in Europa cambiando per sempre il paesaggio culturale del continente. Non si tratta di una ricostruzione storica ma di una fantasia poetica, filtrata attraverso la sensibilità di un autore che ha sempre guardato al Novecento come a un’età di invenzioni, sensualità e ritmo.
Quando il jazz diventa immagine
Tra ballerine scomparse, impresari teatrali, musicisti afroamericani e figure misteriose, le tavole di Razmataz restituiscono un universo in costante movimento. Il jazz non viene semplicemente rappresentato: sembra impregnare la struttura stessa delle immagini. I colori vibrano come strumenti musicali, le linee accelerano e rallentano come improvvisazioni. È probabilmente qui che il dialogo tra pittura e musica raggiunge il suo punto più alto, dimostrando quanto le due pratiche appartengano a un’unica visione creativa.
L’astrazione come ultimo approdo
La parte finale della mostra conduce verso territori più astratti. Nei pastelli realizzati su cartone nero a partire dal 2013, la figura lascia progressivamente spazio al ritmo delle forme e dei colori. Paolo Conte parla di «esercizi di stile», ma la definizione appare quasi riduttiva. In queste opere il gesto pittorico si avvicina infatti alla composizione musicale, trasformando linee e campiture cromatiche in veri e propri accordi visivi. È un linguaggio libero, sorprendente, che continua a reinventarsi anche dopo decenni di attività.
La libertà di immaginare
Uno degli aspetti più riusciti del progetto curatoriale di Manuela Furnari consiste nell’aver evitato qualsiasi lettura illustrativa dell’opera. La mostra non cerca di spiegare Paolo Conte. Al contrario, ne preserva il mistero. Anche grazie ai video d’animazione realizzati a partire dai suoi lavori e agli estratti di Razmataz, il percorso invita il pubblico a costruire il proprio racconto personale. Del resto, è lo stesso artista a rivendicare la necessità di lasciare allo spettatore «la massima libertà d’immaginare».
Un’occasione rara
Presentata dopo il grande successo ottenuto ad Asti grazie all’iniziativa della Fondazione Asti Musei e al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, la mostra parigina assume il valore di una rivelazione. Non perché sveli un talento nascosto, ma perché permette di comprendere più profondamente un universo creativo che si credeva già di conoscere. Dietro il musicista celebrato in tutto il mondo emerge infatti un artista visivo originale, coerente e sorprendente. Un autore per il quale il disegno è sempre stato, forse, la forma più intima della memoria e del sogno.
Crediti immagini
1/2 © Allestimento mostra presse l’Instutot itamian di cultura di Parigi
3 © Paolo Conte, Red Hot Mama, da “Razmataz”, 1996 / Matita, tempera e tecnica mista su carta, 21,5×32,8 cm / Archivio Paolo Conte, Asti
4 Paolo Conte. Original © Crisitna Biordi
5 © Paolo Conte, Supercharleston al piano, da “Razmataz”, 1996 /Matite colorate, inchiostro, tempera e tecnica mista su carta, 21×29,5 cm /Archivio Paolo Conte, Asti
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Paolo Conte. Original: a Parigi la prima mostra in Francia dedicata alla sua pittura
Tempo stimato per la lettura: 17 minuti
Esistono artisti che appartengono a una città anche senza avervi mai abitato. Paolo Conte è uno di questi. Da decenni il pubblico francese lo accoglie come una presenza familiare, riconoscendo nelle sue canzoni quel miscuglio irripetibile di eleganza, ironia e malinconia che sembra parlare direttamente all’immaginario parigino. Per questo assume un valore particolare la mostra Paolo Conte. Original, inaugurata l’8 giugno all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi e visitabile fino al 4 settembre 2026. Organizzata in collaborazione con Arthemisia e curata da Manuela Furnari, l’esposizione rappresenta la prima grande presentazione francese dell’opera pittorica del musicista astigiano.
L’assenza che rende più presente l’artista
L’inaugurazione è stata segnata da un’assenza inevitabile. Problemi di salute hanno impedito a Paolo Conte di raggiungere Parigi, che ha lasciato un video messaggio in cui ringraziava il pubblico francese. Nonostante, la sua presenza attraversa ogni sala, ogni foglio, ogni colore. Nel corso della presentazione, il ricordo dell’affetto che la Francia gli ha sempre riservato è riaffiorato più volte. Un legame antico, costruito concerto dopo concerto, dall’Olympia ai teatri che negli anni hanno consacrato il musicista italiano come una figura quasi domestica per il pubblico francese. L’emozione di questo ritorno simbolico a Parigi ha accompagnato l’intera apertura della mostra.
«Questa la considero la mia vera arte»
La frase campeggia quasi come una dichiarazione di poetica: «Questa la considero la mia vera arte». Paolo Conte parla della pittura, non della musica. Una confessione che sorprende soltanto chi non conosce la lunga fedeltà dell’artista al disegno. Molto prima delle canzoni, prima di Azzurro (resa celebre da Adriano Celentano), prima della celebrità internazionale, esistevano infatti il tratto, il foglio, il colore. La mostra parigina permette di entrare in questo territorio meno noto ma fondamentale, mostrando come la dimensione visiva non sia un’attività parallela bensì il cuore originario della sua ricerca creativa.
Settant’anni di immagini
Le sessantotto opere esposte coprono un arco temporale straordinario, dal 1957 al 2023. Circa settant’anni di lavoro condensati in un percorso che evita deliberatamente la linearità cronologica. Non c’è alcuna volontà didattica o retrospettiva in senso tradizionale. Il visitatore viene invece invitato a muoversi dentro un paesaggio mentale fatto di incontri inattesi, associazioni libere, richiami e risonanze. È una scelta coerente con la poetica dell’autore, che ha sempre preferito l’evocazione alla spiegazione, il suggerimento alla dimostrazione.
La stessa malinconia delle canzoni
Osservando questi lavori si ritrovano immediatamente i temi che attraversano tutta l’opera contiana. Personaggi eccentrici, atmosfere sospese, città immaginate, animali enigmatici, musicisti e donne eleganti popolano uno spazio che sembra nascere dalla stessa sorgente delle sue canzoni. Al centro permane quella tensione lirica che rende riconoscibile ogni creazione di Conte: una malinconia mai disperata, attraversata da humour e sensualità. La pittura diventa così il doppio silenzioso della musica, un altro modo di raccontare gli stessi fantasmi e le stesse ossessioni.
L’eleganza dell’intelligenza
Andrea Camilleri definì Paolo Conte «un’eleganza dell’intelligenza». La formula sembra adattarsi perfettamente anche alla sua produzione grafica. Nulla è esibito, nulla è gridato. Ogni immagine conserva una leggerezza apparente dietro la quale si nasconde una costruzione complessa. I giochi di parole, i doppi sensi, le allusioni visive dialogano continuamente con lo spettatore. È un’arte che non impone significati ma li suggerisce, lasciando aperte interpretazioni molteplici.
Razmataz, il sogno parigino
Il nucleo più spettacolare dell’esposizione è dedicato a Razmataz, il progetto monumentale composto da oltre 1.800 disegni e ventotto brani musicali. Qui emerge con forza il rapporto speciale tra Conte e Parigi. La capitale francese degli anni Venti viene reinventata come teatro di una straordinaria avventura artistica in cui il jazz americano irrompe in Europa cambiando per sempre il paesaggio culturale del continente. Non si tratta di una ricostruzione storica ma di una fantasia poetica, filtrata attraverso la sensibilità di un autore che ha sempre guardato al Novecento come a un’età di invenzioni, sensualità e ritmo.
Quando il jazz diventa immagine
Tra ballerine scomparse, impresari teatrali, musicisti afroamericani e figure misteriose, le tavole di Razmataz restituiscono un universo in costante movimento. Il jazz non viene semplicemente rappresentato: sembra impregnare la struttura stessa delle immagini. I colori vibrano come strumenti musicali, le linee accelerano e rallentano come improvvisazioni. È probabilmente qui che il dialogo tra pittura e musica raggiunge il suo punto più alto, dimostrando quanto le due pratiche appartengano a un’unica visione creativa.
L’astrazione come ultimo approdo
La parte finale della mostra conduce verso territori più astratti. Nei pastelli realizzati su cartone nero a partire dal 2013, la figura lascia progressivamente spazio al ritmo delle forme e dei colori. Paolo Conte parla di «esercizi di stile», ma la definizione appare quasi riduttiva. In queste opere il gesto pittorico si avvicina infatti alla composizione musicale, trasformando linee e campiture cromatiche in veri e propri accordi visivi. È un linguaggio libero, sorprendente, che continua a reinventarsi anche dopo decenni di attività.
La libertà di immaginare
Uno degli aspetti più riusciti del progetto curatoriale di Manuela Furnari consiste nell’aver evitato qualsiasi lettura illustrativa dell’opera. La mostra non cerca di spiegare Paolo Conte. Al contrario, ne preserva il mistero. Anche grazie ai video d’animazione realizzati a partire dai suoi lavori e agli estratti di Razmataz, il percorso invita il pubblico a costruire il proprio racconto personale. Del resto, è lo stesso artista a rivendicare la necessità di lasciare allo spettatore «la massima libertà d’immaginare».
Un’occasione rara
Presentata dopo il grande successo ottenuto ad Asti grazie all’iniziativa della Fondazione Asti Musei e al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, la mostra parigina assume il valore di una rivelazione. Non perché sveli un talento nascosto, ma perché permette di comprendere più profondamente un universo creativo che si credeva già di conoscere. Dietro il musicista celebrato in tutto il mondo emerge infatti un artista visivo originale, coerente e sorprendente. Un autore per il quale il disegno è sempre stato, forse, la forma più intima della memoria e del sogno.
Crediti immagini
1/2 © Allestimento mostra presse l’Instutot itamian di cultura di Parigi
3 © Paolo Conte, Red Hot Mama, da “Razmataz”, 1996 / Matita, tempera e tecnica mista su carta, 21,5×32,8 cm / Archivio Paolo Conte, Asti
4 Paolo Conte. Original © Crisitna Biordi
5 © Paolo Conte, Supercharleston al piano, da “Razmataz”, 1996 /Matite colorate, inchiostro, tempera e tecnica mista su carta, 21×29,5 cm /Archivio Paolo Conte, Asti







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