Festival della Fotografia Etica 2026: fotografia e mondo a Lodi

Tempo stimato per la lettura: 10 minuti
Dal 26 settembre al 25 ottobre 2026, Lodi torna a essere uno dei luoghi italiani in cui la fotografia smette di essere soltanto immagine e diventa strumento di conoscenza. La diciassettesima edizione del Festival della Fotografia Etica costruisce anche quest’anno una geografia fatta di guerre, disuguaglianze, ambiente, migrazioni, diritti e vite lontane dai riflettori. Un percorso diffuso nella città, con nuove sedi e un biglietto più accessibile, pensato per allargare il pubblico. Ma il cuore della manifestazione resta una domanda semplice e scomoda: che cosa può fare una fotografia quando il mondo che racconta è troppo complesso per essere riassunto in uno scatto?
Il fotogiornalismo davanti alle ferite del presente
Al centro del festival torna il World Report Award – Documenting Humanity, giunto alla sedicesima edizione. La fotografia documentaria si presenta qui nella sua forma più esigente: non come spettacolo della tragedia, ma come tentativo di restituire tempo, contesto e responsabilità alle storie. Tra i lavori premiati c’è ICE – Broken Families di Carol Guzy, vincitrice della categoria Master, che racconta il trauma dei minori coinvolti nelle deportazioni di massa negli Stati Uniti tra giugno e dicembre 2025. Una vicenda nella quale la grande politica internazionale entra nella dimensione più fragile e privata: quella dell’infanzia.
Dalle conseguenze del nucleare alla guerra in Sudan
Le altre sezioni del World Report Award allargano lo sguardo. Chinky Shukla, in When Buddha Stopped Smiling, torna sulla memoria delle comunità del Rajasthan legate ai test nucleari indiani, mentre Carlos Folgoso Sueiro osserva il declino ambientale della Galizia in Beyond The Lake. La guerra torna con forza in Sudan War, a Nation Trapped di Abdulmonam Eassa, cronaca di un conflitto civile iniziato nel 2023. Anche i giovani fotografi trovano spazio: Mashruk Ahmed racconta l’insurrezione studentesca del 2024 in Bangladesh e Jubair Ahmed Arnob guarda alla trasformazione urbana di Dhaka. In Boy with Kippah, infine, Gianluca Panella concentra in un solo scatto la tensione dell’attesa per la liberazione degli ostaggi a Tel Aviv.
Fotografare per denunciare, fotografare per agire
La fotografia non è soltanto testimonianza: può diventare anche uno strumento di intervento. È questa l’idea dello Spazio Nonprofit, che riunisce sei progetti realizzati in collaborazione con organizzazioni internazionali. Dalla povertà mestruale raccontata da Ginevra Bonina in India alla scuola nei rifugi antiaerei ucraini documentata da Antti Yrjönen, le immagini mostrano situazioni nelle quali fotografare significa dare visibilità a problemi spesso ignorati. Ci sono i rifugiati e l’istruzione, le persone con sindrome di Down, la tutela della fauna nelle Azzorre e le operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Sei storie diverse, accomunate dalla necessità di rendere visibile ciò che rischia di rimanere ai margini.
Le vite degli altri, lontano dalla cronaca
Una delle qualità più interessanti del festival è la capacità di allontanarsi dalla notizia immediata per entrare nella quotidianità. La sezione Le vite degli altri raccoglie storie che difficilmente occupano le prime pagine, ma che raccontano altrettanto bene il nostro tempo. Amy Gaskin ripercorre l’eredità culturale e sociale di Marilyn Monroe; Deanne Fitzmaurice segue la vita di Saleh Khalaf, sopravvissuto a un terribile incidente durante l’invasione dell’Iraq nel 2003. Aleksandra Kossowska entra nella quotidianità di bambini ciechi e ipovedenti in una scuola etiope, mentre Kristian Aale osserva la Russia dal 2022, tra militarizzazione, isolamento e impossibilità di contestare apertamente la guerra.
Quando la fotografia interroga la natura
Anche l’ambiente entra nel programma senza trasformarsi in semplice fotografia naturalistica. Nello Spazio approfondimento, Nikita Teryoshin presenta Life Sentence, un lavoro dedicato agli zoo europei letti come eredità del colonialismo. È uno sguardo che modifica la prospettiva: gli animali non sono più soltanto soggetti da fotografare, ma diventano la porta d’accesso a una storia fatta di potere, appropriazione e rapporti tra culture. La fotografia documentaria, in questo caso, non si limita a mostrare ciò che abbiamo davanti agli occhi. Cerca ciò che si nasconde dietro l’immagine, chiedendo allo spettatore di cambiare punto di vista.
Ucraina e Sud globale, due geografie della vulnerabilità
La sezione Uno sguardo sul mondo presenta due lavori firmati da contributor del New York Times. Laetitia Vançon, con Rebuilding Faces, Lives and a Sense of Self, affronta le ferite fisiche e psicologiche dei soldati ucraini, restituendo alla guerra una dimensione individuale spesso cancellata dalle immagini dei fronti. Finbarr O’Reilly, invece, in The Cost of Recycling, segue il percorso delle batterie destinate al riciclo e mostra come dietro una pratica apparentemente virtuosa possano nascondersi sfruttamento e violazioni dei diritti nel Sud globale. Due storie lontane, unite da una stessa domanda: chi paga davvero il prezzo delle nostre scelte?
La città diventa una grande sala fotografica
Lodi non fa da semplice contenitore al festival. Le immagini entrano negli spazi pubblici e modificano il modo stesso di attraversare la città. Nei Giardini pubblici, lo Spazio outdoor presenta Ritratti di energia: Storie di persone, luoghi e dignità, il progetto di Marco Garofalo realizzato con il Banco dell’energia sulla povertà energetica in Italia. Le fotografie di grande formato trasformano il paesaggio urbano in un luogo di visione collettiva. La tecnologia di proiezione permette inoltre di portare la fotografia fuori dai luoghi espositivi tradizionali, creando un rapporto più diretto tra immagini, cittadini e spazio pubblico.
Tre nuove sedi per cambiare la geografia del festival
La diciassettesima edizione amplia ulteriormente la mappa della manifestazione con tre nuove sedi. L’ex Chiesa di Santa Chiara Nuova, complesso gotico-barocco fondato nel 1459, ospita lo Spazio Ambiente con Elements of Wonder dell’australiano Jon McCormack. Il fotografo osserva le strutture del mondo naturale, dai mantelli degli animali alle geometrie botaniche, dalle formazioni geologiche ai grandi paesaggi. Al Museo Diocesano arriva invece Question of Balance di Elliot Ross, dedicato alle disuguaglianze nell’accesso all’acqua nell’ovest degli Stati Uniti. Due mostre che mettono la natura al centro, ma da prospettive profondamente diverse.
L’Opificio della Cultura guarda al futuro
La terza novità è l’apertura, ancora parziale, dell’Opificio della Cultura, luogo destinato al futuro museo civico di Lodi e pensato come luogo di incontro e produzione culturale. Per il festival diventa un laboratorio dedicato alle proiezioni fotografiche, nel quale le immagini possono essere vissute in una dimensione immersiva. Non è soltanto un cambio di supporto: proiettare fotografie significa modificare il rapporto tra spettatore e immagine, dilatare il tempo della visione e costruire una narrazione più avvolgente. L’idea è quella di una fotografia capace di occupare lo spazio e non soltanto una parete.
World Press Photo, il mondo in una sola mostra
A completare il percorso arriva la mostra delle immagini premiate dal World Press Photo, ospitata nell’area Bipielle Arte della Fondazione Banca Popolare di Lodi. Per il festival è un appuntamento ormai fondamentale: una sorta di atlante visivo dell’anno appena trascorso, nel quale le immagini più riconosciute del fotogiornalismo internazionale permettono di attraversare conflitti, crisi, cambiamenti climatici e trasformazioni sociali. Lodi è l’unica tappa lombarda della mostra itinerante. Il confronto con il World Report Award crea così un doppio sguardo sul presente: da una parte la selezione internazionale più ampia, dall’altra una ricerca documentaria costruita attorno a storie specifiche e spesso meno conosciute.
Montanaso e la guerra vista da vicino
Il circuito del festival supera anche i confini di Lodi. Nel Comune di Montanaso, lo Spazio comuni partner presenta In the Shadow of a Deadly Sky di Diego Fedele, vincitore del World Report Award 2025. Il fotografo segue da oltre quattro anni il conflitto in Ucraina e torna con una nuova veste espositiva nella piccola ex Chiesa di San Giorgio Martire. È un modo significativo di portare la fotografia documentaria fuori dal centro principale della manifestazione: le immagini non vengono concentrate in un unico distretto culturale, ma si distribuiscono sul territorio, trasformando il festival in una rete di luoghi e sguardi.
La fotografia davanti all’intelligenza artificiale
In un’epoca in cui un’immagine può essere fabbricata in pochi secondi, il festival si trova davanti a una questione inevitabile. Che cosa significa ancora fotografare? Alberto Prina, direttore della manifestazione, riassume la risposta nella scelta di privilegiare “storie che qualcuno è andato a vedere davvero”. Il valore della fotografia documentaria non sta soltanto nella sua presunta verità, ma nella relazione concreta tra chi fotografa e ciò che viene fotografato. Tempo, presenza, responsabilità e prossimità diventano così elementi decisivi. Non basta più chiedersi se un’immagine sia vera: bisogna domandarsi chi l’ha realizzata, dove, perché e a quale prezzo.
Educare a guardare prima ancora che a fotografare
Il festival dedica una parte importante del proprio programma anche alle scuole. Dal lunedì al venerdì, il progetto Educational accompagna studenti di ogni ordine e grado attraverso percorsi pensati per sviluppare un uso più consapevole delle immagini. L’obiettivo non è semplicemente insegnare a fotografare, ma educare alla lettura del contemporaneo attraverso la fotografia. Ogni domenica, alla biblioteca comunale, tornano inoltre i Kids Lab, laboratori destinati ai più piccoli. In un mondo nel quale bambini e adolescenti vivono immersi nelle immagini, imparare a leggerle diventa una forma di alfabetizzazione non meno importante di quella tradizionale.
L’OFF, quando tutta la città fotografa
Accanto al programma ufficiale vive FFE – OFF, il circuito diffuso che porta mostre in negozi, bar, gallerie e spazi pubblici. La formula è volutamente aperta: nessun vincolo tematico o di genere, ma la possibilità per chiunque di proporre il proprio lavoro. Quest’anno le richieste hanno raggiunto il numero più alto nei diciassette anni di storia del festival. È un dato che racconta qualcosa della vitalità della fotografia contemporanea, ma anche del desiderio di una città di appropriarsi dell’evento. Il festival ufficiale diventa così soltanto una parte di una manifestazione più ampia, nella quale Lodi si trasforma per un mese in una comunità fotografica.
Portfolio, incontri e fotografia come pratica collettiva
Il programma si completa con le letture portfolio del Premio Portfolio Lodi, inserito nel circuito FIAF Portfolio Italia, in calendario il 10 e 11 ottobre 2026 alla Biblioteca Laudense. È un appuntamento meno spettacolare delle grandi mostre, ma fondamentale per chi la fotografia la pratica e non soltanto la osserva. Il festival mette così in relazione fotografi affermati, giovani autori, studenti, associazioni e pubblico. La fotografia non viene presentata come un linguaggio chiuso, riservato agli specialisti, ma come una pratica collettiva capace di creare discussione. È forse questa la sua forma più concreta di inclusione.
Diciassette anni per difendere il diritto di guardare
Nato nel 2010 con l’obiettivo di portare al grande pubblico temi sociali attraverso la fotografia, il Festival della Fotografia Etica è arrivato alla diciassettesima edizione mantenendo una direzione precisa. Circa trenta mostre, oltre 150 fotografi internazionali, incontri, conferenze, visite guidate, proiezioni, libri e attività educative costruiscono ogni autunno una grande macchina dedicata alla comprensione del contemporaneo. Ma il suo vero tema, al di là delle singole esposizioni, resta il diritto di guardare. Guardare le guerre senza trasformarle in spettacolo, la povertà senza pietismo, l’ambiente senza retorica, le persone senza ridurle a vittime. In questo senso, a Lodi la fotografia non vuole soltanto mostrare il mondo: vuole costringerci a riconoscerlo.
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Festival della Fotografia Etica 2026: fotografia e mondo a Lodi
Tempo stimato per la lettura: 30 minuti
Dal 26 settembre al 25 ottobre 2026, Lodi torna a essere uno dei luoghi italiani in cui la fotografia smette di essere soltanto immagine e diventa strumento di conoscenza. La diciassettesima edizione del Festival della Fotografia Etica costruisce anche quest’anno una geografia fatta di guerre, disuguaglianze, ambiente, migrazioni, diritti e vite lontane dai riflettori. Un percorso diffuso nella città, con nuove sedi e un biglietto più accessibile, pensato per allargare il pubblico. Ma il cuore della manifestazione resta una domanda semplice e scomoda: che cosa può fare una fotografia quando il mondo che racconta è troppo complesso per essere riassunto in uno scatto?
Il fotogiornalismo davanti alle ferite del presente
Al centro del festival torna il World Report Award – Documenting Humanity, giunto alla sedicesima edizione. La fotografia documentaria si presenta qui nella sua forma più esigente: non come spettacolo della tragedia, ma come tentativo di restituire tempo, contesto e responsabilità alle storie. Tra i lavori premiati c’è ICE – Broken Families di Carol Guzy, vincitrice della categoria Master, che racconta il trauma dei minori coinvolti nelle deportazioni di massa negli Stati Uniti tra giugno e dicembre 2025. Una vicenda nella quale la grande politica internazionale entra nella dimensione più fragile e privata: quella dell’infanzia.
Dalle conseguenze del nucleare alla guerra in Sudan
Le altre sezioni del World Report Award allargano lo sguardo. Chinky Shukla, in When Buddha Stopped Smiling, torna sulla memoria delle comunità del Rajasthan legate ai test nucleari indiani, mentre Carlos Folgoso Sueiro osserva il declino ambientale della Galizia in Beyond The Lake. La guerra torna con forza in Sudan War, a Nation Trapped di Abdulmonam Eassa, cronaca di un conflitto civile iniziato nel 2023. Anche i giovani fotografi trovano spazio: Mashruk Ahmed racconta l’insurrezione studentesca del 2024 in Bangladesh e Jubair Ahmed Arnob guarda alla trasformazione urbana di Dhaka. In Boy with Kippah, infine, Gianluca Panella concentra in un solo scatto la tensione dell’attesa per la liberazione degli ostaggi a Tel Aviv.
Fotografare per denunciare, fotografare per agire
La fotografia non è soltanto testimonianza: può diventare anche uno strumento di intervento. È questa l’idea dello Spazio Nonprofit, che riunisce sei progetti realizzati in collaborazione con organizzazioni internazionali. Dalla povertà mestruale raccontata da Ginevra Bonina in India alla scuola nei rifugi antiaerei ucraini documentata da Antti Yrjönen, le immagini mostrano situazioni nelle quali fotografare significa dare visibilità a problemi spesso ignorati. Ci sono i rifugiati e l’istruzione, le persone con sindrome di Down, la tutela della fauna nelle Azzorre e le operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Sei storie diverse, accomunate dalla necessità di rendere visibile ciò che rischia di rimanere ai margini.
Le vite degli altri, lontano dalla cronaca
Una delle qualità più interessanti del festival è la capacità di allontanarsi dalla notizia immediata per entrare nella quotidianità. La sezione Le vite degli altri raccoglie storie che difficilmente occupano le prime pagine, ma che raccontano altrettanto bene il nostro tempo. Amy Gaskin ripercorre l’eredità culturale e sociale di Marilyn Monroe; Deanne Fitzmaurice segue la vita di Saleh Khalaf, sopravvissuto a un terribile incidente durante l’invasione dell’Iraq nel 2003. Aleksandra Kossowska entra nella quotidianità di bambini ciechi e ipovedenti in una scuola etiope, mentre Kristian Aale osserva la Russia dal 2022, tra militarizzazione, isolamento e impossibilità di contestare apertamente la guerra.
Quando la fotografia interroga la natura
Anche l’ambiente entra nel programma senza trasformarsi in semplice fotografia naturalistica. Nello Spazio approfondimento, Nikita Teryoshin presenta Life Sentence, un lavoro dedicato agli zoo europei letti come eredità del colonialismo. È uno sguardo che modifica la prospettiva: gli animali non sono più soltanto soggetti da fotografare, ma diventano la porta d’accesso a una storia fatta di potere, appropriazione e rapporti tra culture. La fotografia documentaria, in questo caso, non si limita a mostrare ciò che abbiamo davanti agli occhi. Cerca ciò che si nasconde dietro l’immagine, chiedendo allo spettatore di cambiare punto di vista.
Ucraina e Sud globale, due geografie della vulnerabilità
La sezione Uno sguardo sul mondo presenta due lavori firmati da contributor del New York Times. Laetitia Vançon, con Rebuilding Faces, Lives and a Sense of Self, affronta le ferite fisiche e psicologiche dei soldati ucraini, restituendo alla guerra una dimensione individuale spesso cancellata dalle immagini dei fronti. Finbarr O’Reilly, invece, in The Cost of Recycling, segue il percorso delle batterie destinate al riciclo e mostra come dietro una pratica apparentemente virtuosa possano nascondersi sfruttamento e violazioni dei diritti nel Sud globale. Due storie lontane, unite da una stessa domanda: chi paga davvero il prezzo delle nostre scelte?
La città diventa una grande sala fotografica
Lodi non fa da semplice contenitore al festival. Le immagini entrano negli spazi pubblici e modificano il modo stesso di attraversare la città. Nei Giardini pubblici, lo Spazio outdoor presenta Ritratti di energia: Storie di persone, luoghi e dignità, il progetto di Marco Garofalo realizzato con il Banco dell’energia sulla povertà energetica in Italia. Le fotografie di grande formato trasformano il paesaggio urbano in un luogo di visione collettiva. La tecnologia di proiezione permette inoltre di portare la fotografia fuori dai luoghi espositivi tradizionali, creando un rapporto più diretto tra immagini, cittadini e spazio pubblico.
Tre nuove sedi per cambiare la geografia del festival
La diciassettesima edizione amplia ulteriormente la mappa della manifestazione con tre nuove sedi. L’ex Chiesa di Santa Chiara Nuova, complesso gotico-barocco fondato nel 1459, ospita lo Spazio Ambiente con Elements of Wonder dell’australiano Jon McCormack. Il fotografo osserva le strutture del mondo naturale, dai mantelli degli animali alle geometrie botaniche, dalle formazioni geologiche ai grandi paesaggi. Al Museo Diocesano arriva invece Question of Balance di Elliot Ross, dedicato alle disuguaglianze nell’accesso all’acqua nell’ovest degli Stati Uniti. Due mostre che mettono la natura al centro, ma da prospettive profondamente diverse.
L’Opificio della Cultura guarda al futuro
La terza novità è l’apertura, ancora parziale, dell’Opificio della Cultura, luogo destinato al futuro museo civico di Lodi e pensato come luogo di incontro e produzione culturale. Per il festival diventa un laboratorio dedicato alle proiezioni fotografiche, nel quale le immagini possono essere vissute in una dimensione immersiva. Non è soltanto un cambio di supporto: proiettare fotografie significa modificare il rapporto tra spettatore e immagine, dilatare il tempo della visione e costruire una narrazione più avvolgente. L’idea è quella di una fotografia capace di occupare lo spazio e non soltanto una parete.
World Press Photo, il mondo in una sola mostra
A completare il percorso arriva la mostra delle immagini premiate dal World Press Photo, ospitata nell’area Bipielle Arte della Fondazione Banca Popolare di Lodi. Per il festival è un appuntamento ormai fondamentale: una sorta di atlante visivo dell’anno appena trascorso, nel quale le immagini più riconosciute del fotogiornalismo internazionale permettono di attraversare conflitti, crisi, cambiamenti climatici e trasformazioni sociali. Lodi è l’unica tappa lombarda della mostra itinerante. Il confronto con il World Report Award crea così un doppio sguardo sul presente: da una parte la selezione internazionale più ampia, dall’altra una ricerca documentaria costruita attorno a storie specifiche e spesso meno conosciute.
Montanaso e la guerra vista da vicino
Il circuito del festival supera anche i confini di Lodi. Nel Comune di Montanaso, lo Spazio comuni partner presenta In the Shadow of a Deadly Sky di Diego Fedele, vincitore del World Report Award 2025. Il fotografo segue da oltre quattro anni il conflitto in Ucraina e torna con una nuova veste espositiva nella piccola ex Chiesa di San Giorgio Martire. È un modo significativo di portare la fotografia documentaria fuori dal centro principale della manifestazione: le immagini non vengono concentrate in un unico distretto culturale, ma si distribuiscono sul territorio, trasformando il festival in una rete di luoghi e sguardi.
La fotografia davanti all’intelligenza artificiale
In un’epoca in cui un’immagine può essere fabbricata in pochi secondi, il festival si trova davanti a una questione inevitabile. Che cosa significa ancora fotografare? Alberto Prina, direttore della manifestazione, riassume la risposta nella scelta di privilegiare “storie che qualcuno è andato a vedere davvero”. Il valore della fotografia documentaria non sta soltanto nella sua presunta verità, ma nella relazione concreta tra chi fotografa e ciò che viene fotografato. Tempo, presenza, responsabilità e prossimità diventano così elementi decisivi. Non basta più chiedersi se un’immagine sia vera: bisogna domandarsi chi l’ha realizzata, dove, perché e a quale prezzo.
Educare a guardare prima ancora che a fotografare
Il festival dedica una parte importante del proprio programma anche alle scuole. Dal lunedì al venerdì, il progetto Educational accompagna studenti di ogni ordine e grado attraverso percorsi pensati per sviluppare un uso più consapevole delle immagini. L’obiettivo non è semplicemente insegnare a fotografare, ma educare alla lettura del contemporaneo attraverso la fotografia. Ogni domenica, alla biblioteca comunale, tornano inoltre i Kids Lab, laboratori destinati ai più piccoli. In un mondo nel quale bambini e adolescenti vivono immersi nelle immagini, imparare a leggerle diventa una forma di alfabetizzazione non meno importante di quella tradizionale.
L’OFF, quando tutta la città fotografa
Accanto al programma ufficiale vive FFE – OFF, il circuito diffuso che porta mostre in negozi, bar, gallerie e spazi pubblici. La formula è volutamente aperta: nessun vincolo tematico o di genere, ma la possibilità per chiunque di proporre il proprio lavoro. Quest’anno le richieste hanno raggiunto il numero più alto nei diciassette anni di storia del festival. È un dato che racconta qualcosa della vitalità della fotografia contemporanea, ma anche del desiderio di una città di appropriarsi dell’evento. Il festival ufficiale diventa così soltanto una parte di una manifestazione più ampia, nella quale Lodi si trasforma per un mese in una comunità fotografica.
Portfolio, incontri e fotografia come pratica collettiva
Il programma si completa con le letture portfolio del Premio Portfolio Lodi, inserito nel circuito FIAF Portfolio Italia, in calendario il 10 e 11 ottobre 2026 alla Biblioteca Laudense. È un appuntamento meno spettacolare delle grandi mostre, ma fondamentale per chi la fotografia la pratica e non soltanto la osserva. Il festival mette così in relazione fotografi affermati, giovani autori, studenti, associazioni e pubblico. La fotografia non viene presentata come un linguaggio chiuso, riservato agli specialisti, ma come una pratica collettiva capace di creare discussione. È forse questa la sua forma più concreta di inclusione.
Diciassette anni per difendere il diritto di guardare
Nato nel 2010 con l’obiettivo di portare al grande pubblico temi sociali attraverso la fotografia, il Festival della Fotografia Etica è arrivato alla diciassettesima edizione mantenendo una direzione precisa. Circa trenta mostre, oltre 150 fotografi internazionali, incontri, conferenze, visite guidate, proiezioni, libri e attività educative costruiscono ogni autunno una grande macchina dedicata alla comprensione del contemporaneo. Ma il suo vero tema, al di là delle singole esposizioni, resta il diritto di guardare. Guardare le guerre senza trasformarle in spettacolo, la povertà senza pietismo, l’ambiente senza retorica, le persone senza ridurle a vittime. In questo senso, a Lodi la fotografia non vuole soltanto mostrare il mondo: vuole costringerci a riconoscerlo.







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