Mostra del Cinema di Venezia 2026: tutto sulla 83ª edizione

Tempo stimato per la lettura: 8,5 minuti
A Venezia il cinema torna a fare quello che gli riesce meglio: osservare il presente quando il presente diventa difficile da guardare. Dal 2 al 12 settembre 2026, il Lido ospita l’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, diretta da Alberto Barbera. Dieci giorni durante i quali il cinema internazionale si ritrova in una città che, più di qualsiasi altra, ha trasformato il festival in un rito collettivo. Ci sono le star, i fotografi, i red carpet e la corsa ai premi, naturalmente. Ma sotto la superficie dello spettacolo resta la ragione per cui Venezia continua a contare: la possibilità di vedere film prima che diventino consenso, discussione, memoria. È qui che il cinema prova ancora a sorprendere.
Un Concorso che mette in discussione le certezze
Il cuore della Mostra è il Concorso, quest’anno composto da un massimo di 21 lungometraggi presentati in prima mondiale. Il programma riunisce autori affermati e cineasti capaci di portare sullo schermo prospettive meno familiari, costruendo una competizione nella quale convivono tradizioni cinematografiche molto diverse. Venezia non sembra interessata a scegliere tra grande cinema d’autore e opere più accessibili: preferisce metterli uno accanto all’altro. È una scelta che appartiene alla natura stessa del festival, da sempre sospeso tra il prestigio istituzionale e il desiderio di scoprire qualcosa che non era ancora stato visto. Il Leone d’Oro, in fondo, arriva soltanto alla fine.
Il cinema italiano cerca una voce nel presente
Anche il cinema italiano arriva al Lido portando con sé una domanda tutt’altro che semplice: come raccontare un Paese che cambia rapidamente senza trasformarlo in una cartolina? La presenza italiana nella selezione offre prospettive differenti, dagli autori già riconosciuti alle nuove generazioni, e restituisce un panorama nel quale memoria personale e trasformazioni collettive continuano a intrecciarsi. Venezia resta uno dei luoghi privilegiati per osservare questa evoluzione. Non necessariamente perché il cinema italiano vi arrivi con risposte definitive, ma perché il festival permette di misurare quanto siano cambiate le sue ossessioni: la famiglia, la politica, la solitudine, il corpo, la memoria, il rapporto con una società sempre più difficile da decifrare.
Orizzonti, il laboratorio delle nuove immagini
Se il Concorso rappresenta il grande palcoscenico, Orizzonti è il luogo nel quale il festival può permettersi di essere più curioso. La sezione guarda alle nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema mondiale, con particolare attenzione agli esordi, agli autori emergenti e alle cinematografie meno conosciute. È qui che Venezia può allargare davvero la propria geografia, spostandosi dai centri tradizionali del cinema verso territori nei quali stanno nascendo linguaggi differenti. Più che una vetrina parallela, Orizzonti funziona come un sismografo: registra ciò che si sta muovendo nel cinema prima che diventi una tendenza riconoscibile.
Un festival che non ha paura della realtà
Il cinema contemporaneo arriva a Venezia attraversato dalle inquietudini del mondo. Guerre, migrazioni, crisi politiche, solitudini individuali e trasformazioni sociali entrano nei film senza necessariamente trasformarli in opere militanti. È forse questa la differenza più interessante: la realtà non viene sempre spiegata, ma lasciata filtrare attraverso le vite dei personaggi, i paesaggi e le relazioni. Anche quando il cinema sceglie la finzione, qualcosa del presente rimane nell’inquadratura. La Mostra diventa così un luogo nel quale osservare non soltanto ciò che gli autori hanno deciso di raccontare, ma anche ciò che il loro cinema rivela involontariamente sul tempo in cui vivono.
Il ritorno dei grandi autori
Venezia conserva naturalmente il suo gusto per i nomi importanti. Il programma della 83ª edizione riunisce cineasti provenienti da generazioni e culture differenti, confermando una vocazione internazionale che è ormai parte della sua identità. Ma il ritorno di un grande autore non garantisce mai un grande film. È proprio questo il fascino del festival: la reputazione entra al Lido insieme al regista, ma deve poi misurarsi con un’opera nuova. Ogni film ricomincia da zero davanti allo spettatore. Anche i maestri possono sbagliare, sorprendere, deludere o ritrovare improvvisamente una libertà che sembrava perduta.
Maggie Gyllenhaal e una giuria senza formule
A presiedere la giuria internazionale del Concorso è Maggie Gyllenhaal, attrice diventata regista e sceneggiatrice. La sua presenza aggiunge alla Mostra uno sguardo particolarmente interessante sul rapporto tra interpretazione, scrittura e regia. Gyllenhaal appartiene infatti a quella generazione di artisti che ha attraversato il cinema da più punti di vista, passando davanti e dietro la macchina da presa. La giuria dovrà confrontarsi con film molto diversi per provenienza, linguaggio e ambizione. Un compito quasi impossibile, se si pensa che giudicare il cinema significa spesso confrontare opere che non condividono neppure la stessa idea di cosa debba essere un film.
George Clooney ed Ellen Burstyn, due carriere da attraversare
I Leoni d’Oro alla carriera assegnati a George Clooney ed Ellen Burstyn riportano invece al centro due figure capaci di attraversare epoche molto diverse del cinema americano. Clooney è una presenza che ha superato da tempo il confine tra attore, regista e produttore, mentre Burstyn rappresenta una delle grandi interpreti della tradizione americana, con una carriera costruita attraverso ruoli spesso radicali e indimenticabili. I loro percorsi raccontano due modi differenti di stare nel cinema: uno fondato sulla continua trasformazione, l’altro sulla capacità di fare del corpo e della voce strumenti di una profondissima esperienza attoriale.
Venezia Classici, il passato non è mai davvero passato
In mezzo alla corsa verso le anteprime, la Mostra continua a dedicare uno spazio importante alla memoria. Venezia Classici riporta sul grande schermo film restaurati, opere da riscoprire e immagini che rischierebbero altrimenti di rimanere confinate negli archivi. È un lavoro meno spettacolare rispetto al red carpet, ma essenziale per capire la natura di un festival cinematografico. Anche il film di preapertura, Col cuore in gola di Tinto Brass, restaurato in 4K e proiettato il 1° settembre alla Sala Darsena, va in questa direzione. Prima ancora che inizi la gara dei nuovi film, Venezia ricorda che il cinema è fatto anche di ciò che abbiamo dimenticato.
Il cinema immersivo cambia la forma dello spettatore
La Mostra non si limita più da tempo alla tradizionale esperienza della sala. Venice Immersive, la sezione dedicata alla realtà estesa e ai media immersivi, porta al Lido opere nelle quali lo spettatore non è più soltanto seduto davanti a uno schermo, ma può entrare fisicamente nell’esperienza narrativa. L’edizione 2026 presenta 68 progetti provenienti da 26 Paesi, tra opere in concorso e proposte fuori concorso. È uno dei segnali più evidenti di come il festival stia cercando di interrogarsi sul futuro delle immagini. Il cinema, forse, non sta scomparendo: sta semplicemente imparando a cambiare forma.
Il glamour come parte del gioco
Sarebbe però inutile fingere che Venezia sia soltanto cinema d’autore, ricerca e sperimentazione. Il glamour è parte integrante della sua identità. Il Lido diventa per alcuni giorni una macchina perfetta di fotografie, abiti, conferenze stampa e apparizioni pubbliche. Le star attirano attenzione, i film ne beneficiano e il festival costruisce attorno alle opere una dimensione mediatica impossibile da separare dall’evento. Ma il rapporto tra spettacolo e cultura non è necessariamente una contraddizione. A Venezia, spesso, è proprio il rumore del circo a portare il pubblico verso film che altrimenti non avrebbe mai incontrato.
Una città che diventa cinema
Venezia aggiunge a tutto questo un elemento che nessun altro festival può davvero replicare. Il cinema non rimane confinato nelle sale: entra nei vaporetti, negli alberghi, nei bar, nelle strade del Lido, nelle conversazioni notturne. Per alcuni giorni la città diventa una gigantesca sala cinematografica senza pareti. Gli spettatori si spostano da una proiezione all’altra, i critici discutono, gli addetti ai lavori incontrano nuovi autori e le immagini viste poche ore prima continuano a circolare. Il festival funziona proprio perché trasforma la visione individuale in un’esperienza collettiva. Il film finisce, ma la sua vita comincia fuori dalla sala.
Il Leone d’Oro e l’impossibilità di prevedere il vincitore
Poi arriveranno i premi, inevitabilmente. Il Leone d’Oro sarà il punto culminante di una competizione nella quale ogni film porta con sé un’idea diversa di cinema. Ma prevedere il vincitore resta uno degli esercizi più fragili del festival. Un’opera può sembrare perfetta al momento della proiezione e perdere forza qualche giorno dopo; un’altra può dividere il pubblico e poi restare nella memoria. È questa instabilità a rendere interessante la Mostra. Il valore di Venezia non coincide con il suo palmarès: spesso i film più importanti sono quelli che sfuggono alla classifica, quelli che continuano a lavorare nella testa dello spettatore quando i riflettori si sono già spenti.
Venezia, ancora una volta, cerca il cinema che verrà
La 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica arriva dunque in un momento nel quale il cinema sta cambiando più velocemente delle sue istituzioni. Le piattaforme hanno modificato le abitudini del pubblico, l’intelligenza artificiale apre interrogativi ancora difficili da misurare e le immagini sono ormai ovunque. In questo scenario, un festival antico come Venezia potrebbe sembrare anacronistico. Eppure è proprio questa la sua forza: offrire uno spazio nel quale fermarsi e guardare. Tra grandi autori, esordi, restauri, realtà immersiva e star internazionali, il Lido continua a cercare non tanto il film perfetto, quanto quello capace di lasciare una traccia. Perché il cinema, quando funziona davvero, non finisce con i titoli di coda.
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Mostra del Cinema di Venezia 2026: tutto sulla 83ª edizione
Tempo stimato per la lettura: 26 minuti
A Venezia il cinema torna a fare quello che gli riesce meglio: osservare il presente quando il presente diventa difficile da guardare. Dal 2 al 12 settembre 2026, il Lido ospita l’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, diretta da Alberto Barbera. Dieci giorni durante i quali il cinema internazionale si ritrova in una città che, più di qualsiasi altra, ha trasformato il festival in un rito collettivo. Ci sono le star, i fotografi, i red carpet e la corsa ai premi, naturalmente. Ma sotto la superficie dello spettacolo resta la ragione per cui Venezia continua a contare: la possibilità di vedere film prima che diventino consenso, discussione, memoria. È qui che il cinema prova ancora a sorprendere.
Un Concorso che mette in discussione le certezze
Il cuore della Mostra è il Concorso, quest’anno composto da un massimo di 21 lungometraggi presentati in prima mondiale. Il programma riunisce autori affermati e cineasti capaci di portare sullo schermo prospettive meno familiari, costruendo una competizione nella quale convivono tradizioni cinematografiche molto diverse. Venezia non sembra interessata a scegliere tra grande cinema d’autore e opere più accessibili: preferisce metterli uno accanto all’altro. È una scelta che appartiene alla natura stessa del festival, da sempre sospeso tra il prestigio istituzionale e il desiderio di scoprire qualcosa che non era ancora stato visto. Il Leone d’Oro, in fondo, arriva soltanto alla fine.
Il cinema italiano cerca una voce nel presente
Anche il cinema italiano arriva al Lido portando con sé una domanda tutt’altro che semplice: come raccontare un Paese che cambia rapidamente senza trasformarlo in una cartolina? La presenza italiana nella selezione offre prospettive differenti, dagli autori già riconosciuti alle nuove generazioni, e restituisce un panorama nel quale memoria personale e trasformazioni collettive continuano a intrecciarsi. Venezia resta uno dei luoghi privilegiati per osservare questa evoluzione. Non necessariamente perché il cinema italiano vi arrivi con risposte definitive, ma perché il festival permette di misurare quanto siano cambiate le sue ossessioni: la famiglia, la politica, la solitudine, il corpo, la memoria, il rapporto con una società sempre più difficile da decifrare.
Orizzonti, il laboratorio delle nuove immagini
Se il Concorso rappresenta il grande palcoscenico, Orizzonti è il luogo nel quale il festival può permettersi di essere più curioso. La sezione guarda alle nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema mondiale, con particolare attenzione agli esordi, agli autori emergenti e alle cinematografie meno conosciute. È qui che Venezia può allargare davvero la propria geografia, spostandosi dai centri tradizionali del cinema verso territori nei quali stanno nascendo linguaggi differenti. Più che una vetrina parallela, Orizzonti funziona come un sismografo: registra ciò che si sta muovendo nel cinema prima che diventi una tendenza riconoscibile.
Un festival che non ha paura della realtà
Il cinema contemporaneo arriva a Venezia attraversato dalle inquietudini del mondo. Guerre, migrazioni, crisi politiche, solitudini individuali e trasformazioni sociali entrano nei film senza necessariamente trasformarli in opere militanti. È forse questa la differenza più interessante: la realtà non viene sempre spiegata, ma lasciata filtrare attraverso le vite dei personaggi, i paesaggi e le relazioni. Anche quando il cinema sceglie la finzione, qualcosa del presente rimane nell’inquadratura. La Mostra diventa così un luogo nel quale osservare non soltanto ciò che gli autori hanno deciso di raccontare, ma anche ciò che il loro cinema rivela involontariamente sul tempo in cui vivono.
Il ritorno dei grandi autori
Venezia conserva naturalmente il suo gusto per i nomi importanti. Il programma della 83ª edizione riunisce cineasti provenienti da generazioni e culture differenti, confermando una vocazione internazionale che è ormai parte della sua identità. Ma il ritorno di un grande autore non garantisce mai un grande film. È proprio questo il fascino del festival: la reputazione entra al Lido insieme al regista, ma deve poi misurarsi con un’opera nuova. Ogni film ricomincia da zero davanti allo spettatore. Anche i maestri possono sbagliare, sorprendere, deludere o ritrovare improvvisamente una libertà che sembrava perduta.
Maggie Gyllenhaal e una giuria senza formule
A presiedere la giuria internazionale del Concorso è Maggie Gyllenhaal, attrice diventata regista e sceneggiatrice. La sua presenza aggiunge alla Mostra uno sguardo particolarmente interessante sul rapporto tra interpretazione, scrittura e regia. Gyllenhaal appartiene infatti a quella generazione di artisti che ha attraversato il cinema da più punti di vista, passando davanti e dietro la macchina da presa. La giuria dovrà confrontarsi con film molto diversi per provenienza, linguaggio e ambizione. Un compito quasi impossibile, se si pensa che giudicare il cinema significa spesso confrontare opere che non condividono neppure la stessa idea di cosa debba essere un film.
George Clooney ed Ellen Burstyn, due carriere da attraversare
I Leoni d’Oro alla carriera assegnati a George Clooney ed Ellen Burstyn riportano invece al centro due figure capaci di attraversare epoche molto diverse del cinema americano. Clooney è una presenza che ha superato da tempo il confine tra attore, regista e produttore, mentre Burstyn rappresenta una delle grandi interpreti della tradizione americana, con una carriera costruita attraverso ruoli spesso radicali e indimenticabili. I loro percorsi raccontano due modi differenti di stare nel cinema: uno fondato sulla continua trasformazione, l’altro sulla capacità di fare del corpo e della voce strumenti di una profondissima esperienza attoriale.
Venezia Classici, il passato non è mai davvero passato
In mezzo alla corsa verso le anteprime, la Mostra continua a dedicare uno spazio importante alla memoria. Venezia Classici riporta sul grande schermo film restaurati, opere da riscoprire e immagini che rischierebbero altrimenti di rimanere confinate negli archivi. È un lavoro meno spettacolare rispetto al red carpet, ma essenziale per capire la natura di un festival cinematografico. Anche il film di preapertura, Col cuore in gola di Tinto Brass, restaurato in 4K e proiettato il 1° settembre alla Sala Darsena, va in questa direzione. Prima ancora che inizi la gara dei nuovi film, Venezia ricorda che il cinema è fatto anche di ciò che abbiamo dimenticato.
Il cinema immersivo cambia la forma dello spettatore
La Mostra non si limita più da tempo alla tradizionale esperienza della sala. Venice Immersive, la sezione dedicata alla realtà estesa e ai media immersivi, porta al Lido opere nelle quali lo spettatore non è più soltanto seduto davanti a uno schermo, ma può entrare fisicamente nell’esperienza narrativa. L’edizione 2026 presenta 68 progetti provenienti da 26 Paesi, tra opere in concorso e proposte fuori concorso. È uno dei segnali più evidenti di come il festival stia cercando di interrogarsi sul futuro delle immagini. Il cinema, forse, non sta scomparendo: sta semplicemente imparando a cambiare forma.
Il glamour come parte del gioco
Sarebbe però inutile fingere che Venezia sia soltanto cinema d’autore, ricerca e sperimentazione. Il glamour è parte integrante della sua identità. Il Lido diventa per alcuni giorni una macchina perfetta di fotografie, abiti, conferenze stampa e apparizioni pubbliche. Le star attirano attenzione, i film ne beneficiano e il festival costruisce attorno alle opere una dimensione mediatica impossibile da separare dall’evento. Ma il rapporto tra spettacolo e cultura non è necessariamente una contraddizione. A Venezia, spesso, è proprio il rumore del circo a portare il pubblico verso film che altrimenti non avrebbe mai incontrato.
Una città che diventa cinema
Venezia aggiunge a tutto questo un elemento che nessun altro festival può davvero replicare. Il cinema non rimane confinato nelle sale: entra nei vaporetti, negli alberghi, nei bar, nelle strade del Lido, nelle conversazioni notturne. Per alcuni giorni la città diventa una gigantesca sala cinematografica senza pareti. Gli spettatori si spostano da una proiezione all’altra, i critici discutono, gli addetti ai lavori incontrano nuovi autori e le immagini viste poche ore prima continuano a circolare. Il festival funziona proprio perché trasforma la visione individuale in un’esperienza collettiva. Il film finisce, ma la sua vita comincia fuori dalla sala.
Il Leone d’Oro e l’impossibilità di prevedere il vincitore
Poi arriveranno i premi, inevitabilmente. Il Leone d’Oro sarà il punto culminante di una competizione nella quale ogni film porta con sé un’idea diversa di cinema. Ma prevedere il vincitore resta uno degli esercizi più fragili del festival. Un’opera può sembrare perfetta al momento della proiezione e perdere forza qualche giorno dopo; un’altra può dividere il pubblico e poi restare nella memoria. È questa instabilità a rendere interessante la Mostra. Il valore di Venezia non coincide con il suo palmarès: spesso i film più importanti sono quelli che sfuggono alla classifica, quelli che continuano a lavorare nella testa dello spettatore quando i riflettori si sono già spenti.
Venezia, ancora una volta, cerca il cinema che verrà
La 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica arriva dunque in un momento nel quale il cinema sta cambiando più velocemente delle sue istituzioni. Le piattaforme hanno modificato le abitudini del pubblico, l’intelligenza artificiale apre interrogativi ancora difficili da misurare e le immagini sono ormai ovunque. In questo scenario, un festival antico come Venezia potrebbe sembrare anacronistico. Eppure è proprio questa la sua forza: offrire uno spazio nel quale fermarsi e guardare. Tra grandi autori, esordi, restauri, realtà immersiva e star internazionali, il Lido continua a cercare non tanto il film perfetto, quanto quello capace di lasciare una traccia. Perché il cinema, quando funziona davvero, non finisce con i titoli di coda.




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