Premio Mimmo Rotella 2026: cinema e arte a Venezia

Tempo stimato per la lettura: 6,3 minuti
C’è un filo che lega da sempre Mimmo Rotella al cinema: non soltanto quello delle immagini celebri, dei volti delle star e dei manifesti strappati dai muri, ma soprattutto quello della trasformazione dello sguardo. Venerdì 4 settembre 2026, alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, il Premio Fondazione Mimmo Rotella festeggia la sua venticinquesima edizione, nell’ambito della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Un anniversario che assume un significato particolare anche perché coincide con i vent’anni dalla scomparsa dell’artista calabrese, morto a Milano nel 2006. Ancora una volta, cinema e arti visive si incontrano in uno dei luoghi simbolici della cultura veneziana.
Un premio nato da un’idea di Mimmo Rotella
Il Premio nasce nel 2001 da un’intuizione dello stesso Rotella, sviluppata insieme a Paolo De Grandis e Pierre Restany. L’idea era semplice soltanto in apparenza: mettere in dialogo due mondi che il sistema culturale tende spesso a separare, il cinema e l’arte contemporanea. Per Rotella, invece, si trattava di linguaggi naturalmente comunicanti, capaci di condividere immagini, icone, gesti e immaginari. Il riconoscimento ha seguito questa intuizione nel corso degli anni, premiando registi, attori e artisti il cui lavoro ha saputo costruire un rapporto originale con la cultura visiva contemporanea.
Quando il manifesto cinematografico diventa arte
A partire dalla fine degli anni Cinquanta, il cinema entra fisicamente nelle opere di Rotella. L’artista raccoglie i manifesti cinematografici dai muri delle città e li sottopone al décollage, strappando, sovrapponendo e alterando le immagini. I volti delle star, i titoli dei film e le fotografie promozionali cessano così di essere semplici strumenti pubblicitari e diventano frammenti di una nuova narrazione. È un gesto che porta nella pittura la strada, la pubblicità e la cultura di massa. Rotella non inventa un’immagine dal nulla: la trova già nel mondo e la modifica, trasformando il consumo delle immagini in materia artistica.
La libertà del cinema secondo Rotella
“Ero sempre affascinato dal cinema”, raccontava Rotella ricordando l’inizio della sua esperienza con i manifesti. In quelle parole c’è qualcosa che va oltre una semplice dichiarazione di gusto. Il cinema rappresentava per l’artista un territorio di libertà, fantasia e continua invenzione. Era proprio questa energia che cercava di trasferire nelle sue opere. Il décollage diventava allora una sorta di montaggio visivo: come il regista seleziona, taglia e ricompone le immagini, Rotella interviene sui manifesti per produrre nuove associazioni. Il risultato è una superficie instabile, dove ciò che viene tolto conta tanto quanto ciò che rimane.
Venticinque edizioni per un dialogo ancora vivo
Arrivato alla sua venticinquesima edizione, il Premio continua a seguire la direzione tracciata dal suo fondatore. Ogni anno il riconoscimento individua personalità capaci di interpretare in maniera originale il rapporto tra cinema e arti visive, mantenendo aperto un dialogo che nel frattempo si è fatto sempre più ampio. Dal 2014 la direzione artistica è affidata a Gianvito Casadonte. Nel corso della sua storia, il Premio ha costruito un albo d’oro internazionale nel quale convivono registi, attori e artisti provenienti da mondi differenti, accomunati dalla capacità di lavorare sull’immaginario contemporaneo.
Un albo d’oro tra Hollywood e arte contemporanea
Il percorso del Premio racconta anche quanto siano diventati permeabili i confini tra cinema, arte e cultura popolare. Nel 2008 il riconoscimento è stato assegnato a Hayao Miyazaki per Ponyo sulla scogliera. Nel 2016 è arrivato a Paolo Sorrentino e Jude Law per The Young Pope, mentre l’anno successivo ha coinvolto Ai Weiwei, Michael Caine e George Clooney. Nel 2018 sono stati premiati Julian Schnabel e Willem Dafoe per At Eternity’s Gate. Nel 2019 il riconoscimento è andato a Donald Sutherland e Mick Jagger, quest’ultimo per il ruolo del collezionista d’arte in The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi.
Il cinema italiano al centro dello sguardo
Accanto ai grandi nomi internazionali, il Premio ha rivolto più volte la propria attenzione al cinema italiano, premiando autori e interpreti capaci di raccontare il Paese attraverso prospettive personali. Tra i riconoscimenti figurano Ascanio Celestini per La pecora nera, Toni Servillo e Mario Martone per Qui rido io e Marco Bellocchio. Nel 2024 il Premio è andato a Iddu, diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza e interpretato da Elio Germano, Toni Servillo, Barbora Bobulova e Antonia Truppo. Nel 2025 è tornato a Paolo Sorrentino per La Grazia, nove anni dopo il riconoscimento ricevuto per The Young Pope.
Rotella torna protagonista nel 2026
Il venticinquesimo anniversario arriva in un anno nel quale l’opera di Mimmo Rotella è nuovamente al centro dell’attenzione espositiva. A Palazzo Ducale di Genova è in corso fino al 13 settembre Mimmo Rotella. 1945–2005, grande retrospettiva curata da Alberto Fiz, con oltre cento opere realizzate nell’arco di sessant’anni. Un’occasione che permette di rileggere la traiettoria di un artista capace di attraversare informale, Nouveau Réalisme, cultura pop e sperimentazione mantenendo sempre un rapporto diretto con le immagini del proprio tempo. Il Premio veneziano si inserisce dunque in una più ampia stagione di riscoperta.
La città come grande superficie da attraversare
Per comprendere Rotella bisogna forse tornare alla città. I suoi manifesti nascono infatti sui muri, negli spazi anonimi attraversati quotidianamente da migliaia di persone. Sono immagini destinate a essere viste e subito sostituite, consumate dalla pubblicità e dal tempo. L’artista le sottrae a questo destino e le porta nello spazio dell’arte, ma senza cancellarne completamente la storia. Strappi, sovrapposizioni e residui diventano parte dell’opera. È qui che il cinema incontra la città: nelle immagini che cambiano continuamente, nei volti che appaiono e scompaiono, nella memoria collettiva costruita attraverso frammenti.
Peggy Guggenheim, una cornice che non è soltanto una cornice
La cerimonia del 4 settembre si svolgerà alla Collezione Peggy Guggenheim, nello storico Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande. Non è una scelta casuale. La dimora che Peggy Guggenheim trasformò in uno dei luoghi più importanti dell’arte moderna conserva una vocazione internazionale e sperimentale che dialoga naturalmente con l’eredità di Rotella. Il Giardino delle sculture e la terrazza diventano così il punto d’incontro tra cinema, arte e collezionismo, proprio nel cuore della Mostra del Cinema. Una cornice prestigiosa, certo, ma soprattutto un luogo capace di dare senso alla lunga storia del Premio.
Un quarto di secolo senza separare le immagini
Dopo venticinque edizioni, il Premio Fondazione Mimmo Rotella sembra conservare intatta la sua intuizione originaria: non separare ciò che la cultura contemporanea ha ormai reso inseparabile. Cinema e arti visive condividono oggi immagini, tecniche e pubblici; si citano, si contaminano, si appropriano reciprocamente dei propri linguaggi. Rotella aveva intuito tutto questo quando trasformava un manifesto cinematografico strappato in un’opera d’arte. Il Premio continua a muoversi nello stesso spazio di confine, là dove un’immagine smette di essere soltanto un’immagine e diventa memoria, racconto, materia. A Venezia, vent’anni dopo la morte dell’artista, il suo cinema continua dunque a vivere sulle superfici dell’arte.
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Premio Mimmo Rotella 2026: cinema e arte a Venezia
Tempo stimato per la lettura: 19 minuti
C’è un filo che lega da sempre Mimmo Rotella al cinema: non soltanto quello delle immagini celebri, dei volti delle star e dei manifesti strappati dai muri, ma soprattutto quello della trasformazione dello sguardo. Venerdì 4 settembre 2026, alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, il Premio Fondazione Mimmo Rotella festeggia la sua venticinquesima edizione, nell’ambito della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Un anniversario che assume un significato particolare anche perché coincide con i vent’anni dalla scomparsa dell’artista calabrese, morto a Milano nel 2006. Ancora una volta, cinema e arti visive si incontrano in uno dei luoghi simbolici della cultura veneziana.
Un premio nato da un’idea di Mimmo Rotella
Il Premio nasce nel 2001 da un’intuizione dello stesso Rotella, sviluppata insieme a Paolo De Grandis e Pierre Restany. L’idea era semplice soltanto in apparenza: mettere in dialogo due mondi che il sistema culturale tende spesso a separare, il cinema e l’arte contemporanea. Per Rotella, invece, si trattava di linguaggi naturalmente comunicanti, capaci di condividere immagini, icone, gesti e immaginari. Il riconoscimento ha seguito questa intuizione nel corso degli anni, premiando registi, attori e artisti il cui lavoro ha saputo costruire un rapporto originale con la cultura visiva contemporanea.
Quando il manifesto cinematografico diventa arte
A partire dalla fine degli anni Cinquanta, il cinema entra fisicamente nelle opere di Rotella. L’artista raccoglie i manifesti cinematografici dai muri delle città e li sottopone al décollage, strappando, sovrapponendo e alterando le immagini. I volti delle star, i titoli dei film e le fotografie promozionali cessano così di essere semplici strumenti pubblicitari e diventano frammenti di una nuova narrazione. È un gesto che porta nella pittura la strada, la pubblicità e la cultura di massa. Rotella non inventa un’immagine dal nulla: la trova già nel mondo e la modifica, trasformando il consumo delle immagini in materia artistica.
La libertà del cinema secondo Rotella
“Ero sempre affascinato dal cinema”, raccontava Rotella ricordando l’inizio della sua esperienza con i manifesti. In quelle parole c’è qualcosa che va oltre una semplice dichiarazione di gusto. Il cinema rappresentava per l’artista un territorio di libertà, fantasia e continua invenzione. Era proprio questa energia che cercava di trasferire nelle sue opere. Il décollage diventava allora una sorta di montaggio visivo: come il regista seleziona, taglia e ricompone le immagini, Rotella interviene sui manifesti per produrre nuove associazioni. Il risultato è una superficie instabile, dove ciò che viene tolto conta tanto quanto ciò che rimane.
Venticinque edizioni per un dialogo ancora vivo
Arrivato alla sua venticinquesima edizione, il Premio continua a seguire la direzione tracciata dal suo fondatore. Ogni anno il riconoscimento individua personalità capaci di interpretare in maniera originale il rapporto tra cinema e arti visive, mantenendo aperto un dialogo che nel frattempo si è fatto sempre più ampio. Dal 2014 la direzione artistica è affidata a Gianvito Casadonte. Nel corso della sua storia, il Premio ha costruito un albo d’oro internazionale nel quale convivono registi, attori e artisti provenienti da mondi differenti, accomunati dalla capacità di lavorare sull’immaginario contemporaneo.
Un albo d’oro tra Hollywood e arte contemporanea
Il percorso del Premio racconta anche quanto siano diventati permeabili i confini tra cinema, arte e cultura popolare. Nel 2008 il riconoscimento è stato assegnato a Hayao Miyazaki per Ponyo sulla scogliera. Nel 2016 è arrivato a Paolo Sorrentino e Jude Law per The Young Pope, mentre l’anno successivo ha coinvolto Ai Weiwei, Michael Caine e George Clooney. Nel 2018 sono stati premiati Julian Schnabel e Willem Dafoe per At Eternity’s Gate. Nel 2019 il riconoscimento è andato a Donald Sutherland e Mick Jagger, quest’ultimo per il ruolo del collezionista d’arte in The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi.
Il cinema italiano al centro dello sguardo
Accanto ai grandi nomi internazionali, il Premio ha rivolto più volte la propria attenzione al cinema italiano, premiando autori e interpreti capaci di raccontare il Paese attraverso prospettive personali. Tra i riconoscimenti figurano Ascanio Celestini per La pecora nera, Toni Servillo e Mario Martone per Qui rido io e Marco Bellocchio. Nel 2024 il Premio è andato a Iddu, diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza e interpretato da Elio Germano, Toni Servillo, Barbora Bobulova e Antonia Truppo. Nel 2025 è tornato a Paolo Sorrentino per La Grazia, nove anni dopo il riconoscimento ricevuto per The Young Pope.
Rotella torna protagonista nel 2026
Il venticinquesimo anniversario arriva in un anno nel quale l’opera di Mimmo Rotella è nuovamente al centro dell’attenzione espositiva. A Palazzo Ducale di Genova è in corso fino al 13 settembre Mimmo Rotella. 1945–2005, grande retrospettiva curata da Alberto Fiz, con oltre cento opere realizzate nell’arco di sessant’anni. Un’occasione che permette di rileggere la traiettoria di un artista capace di attraversare informale, Nouveau Réalisme, cultura pop e sperimentazione mantenendo sempre un rapporto diretto con le immagini del proprio tempo. Il Premio veneziano si inserisce dunque in una più ampia stagione di riscoperta.
La città come grande superficie da attraversare
Per comprendere Rotella bisogna forse tornare alla città. I suoi manifesti nascono infatti sui muri, negli spazi anonimi attraversati quotidianamente da migliaia di persone. Sono immagini destinate a essere viste e subito sostituite, consumate dalla pubblicità e dal tempo. L’artista le sottrae a questo destino e le porta nello spazio dell’arte, ma senza cancellarne completamente la storia. Strappi, sovrapposizioni e residui diventano parte dell’opera. È qui che il cinema incontra la città: nelle immagini che cambiano continuamente, nei volti che appaiono e scompaiono, nella memoria collettiva costruita attraverso frammenti.
Peggy Guggenheim, una cornice che non è soltanto una cornice
La cerimonia del 4 settembre si svolgerà alla Collezione Peggy Guggenheim, nello storico Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande. Non è una scelta casuale. La dimora che Peggy Guggenheim trasformò in uno dei luoghi più importanti dell’arte moderna conserva una vocazione internazionale e sperimentale che dialoga naturalmente con l’eredità di Rotella. Il Giardino delle sculture e la terrazza diventano così il punto d’incontro tra cinema, arte e collezionismo, proprio nel cuore della Mostra del Cinema. Una cornice prestigiosa, certo, ma soprattutto un luogo capace di dare senso alla lunga storia del Premio.
Un quarto di secolo senza separare le immagini
Dopo venticinque edizioni, il Premio Fondazione Mimmo Rotella sembra conservare intatta la sua intuizione originaria: non separare ciò che la cultura contemporanea ha ormai reso inseparabile. Cinema e arti visive condividono oggi immagini, tecniche e pubblici; si citano, si contaminano, si appropriano reciprocamente dei propri linguaggi. Rotella aveva intuito tutto questo quando trasformava un manifesto cinematografico strappato in un’opera d’arte. Il Premio continua a muoversi nello stesso spazio di confine, là dove un’immagine smette di essere soltanto un’immagine e diventa memoria, racconto, materia. A Venezia, vent’anni dopo la morte dell’artista, il suo cinema continua dunque a vivere sulle superfici dell’arte.




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