Gertrud Dübi-Müller: Van Gogh, Hodler e un cabriolet per sfidare il suo tempo

Tempo stimato per la lettura: 4,5 minuti
Prima ancora di essere una collezionista, Gertrud Dübi-Müller fu una donna che si prese la libertà di andare dove voleva. Al volante di un cabriolet, macchina fotografica al seguito, attraversava l’Europa delle avanguardie mentre nella sua collezione Van Gogh incontrava Cézanne, Hodler, Klimt e Matisse. È questa figura sorprendentemente moderna che il Kunstmuseum Basel | Neubau riscopre con Van Gogh, Hodler e un cabriolet, dal 19 settembre 2026 al 7 febbraio 2027, in una mostra curata da Géraldine Meyer: circa 80 opere, fotografie e documenti restituiscono alla collezionista svizzera il posto che le spetta nella storia dell’arte.
Nella casa di Amiet, la nascita di una collezionista
L’artistaCuno Amiet – uno dei fondatori della Secessione di Berna – entra molto presto nella vita di Gertrud Dübi-Müller. Nel 1902, quando ha appena quattordici anni, la giovane lo incontra a Soletta e, qualche anno più tardi, diventa sua allieva. A Oschwand, dove Amiet vive con la moglie Anna, Gertrud scopre un ambiente in cui pittura, collezionismo e sociabilità artistica si intrecciano. Nel 1907, a diciannove anni, posa per Il cappello viola: un ritratto concepito anche in una sorta di spirito di competizione con Giovanni Giacometti, altro artista prediletto dalla giovane collezionista. Tra Amiet, la moglie e Gertrud nasce così un legame duraturo, fatto di vicinanza, fiducia e complicità attorno all’arte, come lo dimostrano le numerose cartoline di auguri esposte.
Un Van Gogh per (ri)cominciare
Dübi-Müller aveva appena raggiunto la maggiore età – 20 anni all’epoca – quando a Vienna acquistò il Portrait de Charles-Elzéard Trabuc di Vincent van Gogh. È il primo dipinto della sua collezione. Nel 1907, la sua prima acquisizione è costituita da due acquerelli di Giovanni Giacometti. Inizia così, in quegli anni, una sorta di competizione tra collezionisti con il fratello Joseph.
Una collezione costruita con un intuito straordinario, capace di riunire nella stessa orbita artisti come Paul Cézanne, Ferdinand Hodler, Gustav Klimt e Henri Matisse. Orfana dall’infanzia e presto economicamente indipendente, Gertrud si avvicinò all’arte attraverso Cuno Amiet e trasformò progressivamente la propria curiosità in una forma di conoscenza.
Hodler la guarda, lei guarda il mondo
Con Ferdinand Hodler il rapporto diventa ancora più singolare: amicizia, complicità, posa. L’artista la ritrasse diciassette volte, fino a farne una presenza quasi ricorrente della propria pittura. Dübi-Müller posò anche per il monumentale Blick ins Unendliche, oggi al Kunstmuseum Basel. Ma se Hodler la osservava attraverso il quadro, lei osservava il mondo attraverso l’obiettivo fotografico. Artista e fotografa dilettante, testimone instancabile, costruì un archivio di incontri, viaggi e paesaggi nel quale la vita privata e la storia culturale finiscono per sovrapporsi.
Il cabriolet come manifesto
Il titolo della mostra ha un significato preciso: quel cabriolet racconta quasi quanto un quadro. Al volante di una Piccard-Pictet, probabilmente la prima automobile del Canton Soletta, Dübi-Müller percorse le strade verso Parigi, Berlino, Roma e Vienna, ma anche quelle delle Alpi svizzere. Volò in mongolfiera, viaggiò fino al Nord Africa e affrontò ascensioni impegnative, Cervino compreso. In un’epoca in cui l’autonomia femminile aveva confini molto più stretti, la sua mobilità non era un dettaglio biografico: era una forma concreta di emancipazione.
Una collezione fatta di relazioni
A rendere preziosa questa mostra non sono soltanto i nomi degli artisti esposti, ma la rete di rapporti che li tiene insieme. Lettere inedite, cartoline dipinte, fotografie e testimonianze permettono di entrare nel mondo di una donna che non rimase ai margini della modernità, ma ne frequentò direttamente i protagonisti. Alice Bailly, Giovanni Giacometti, Hodler: Dübi-Müller costruì con gli artisti una relazione che andava oltre l’acquisto, talvolta di profonda amicizia. Il collezionismo diventava così una pratica sociale, quasi una forma di mecenatismo quotidiano.
Una storia rimasta troppo a lungo in attesa
Questa mostra è la realizzazione di un progetto passato: Wilhelm Barth, direttore della Kunsthalle Basel dal 1909 al 1934, aveva già tentato di organizzare una mostra insieme a Gertrud e al fratello Josef Müller. La mostra non vide mai la luce. Quasi un secolo dopo, il Kunstmuseum Basel riapre quella parentesi e ricostruisce una vicenda che supera i confini della Svizzera. Anche perché la modernità che Dübi-Müller contribuì a sostenere non era soltanto quella dei grandi maestri: era anche quella, più discreta, di una donna che rifiutò il ruolo che il suo tempo sembrava averle assegnato.
Guardare non era mai abbastanza
Forse è questo il punto in cui la vicenda di Dübi-Müller smette di essere una storia di collezionismo e diventa una storia dello sguardo. Guardava i quadri, certo, ma anche gli artisti, le città, le montagne, la propria epoca. Fotografava ciò che attraversava e collezionava ciò che intuiva avrebbe resistito al tempo. Oggi, tra le opere riunite a Basilea, quelle fotografie e quelle lettere producono un effetto quasi inatteso: restituiscono alla collezionista non il ruolo di custode di una grande raccolta, ma quello, molto più interessante, di protagonista della modernità.
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Gertrud Dübi-Müller: Van Gogh, Hodler e un cabriolet per sfidare il suo tempo
Tempo stimato per la lettura: 14 minuti
Prima ancora di essere una collezionista, Gertrud Dübi-Müller fu una donna che si prese la libertà di andare dove voleva. Al volante di un cabriolet, macchina fotografica al seguito, attraversava l’Europa delle avanguardie mentre nella sua collezione Van Gogh incontrava Cézanne, Hodler, Klimt e Matisse. È questa figura sorprendentemente moderna che il Kunstmuseum Basel | Neubau riscopre con Van Gogh, Hodler e un cabriolet, dal 19 settembre 2026 al 7 febbraio 2027, in una mostra curata da Géraldine Meyer: circa 80 opere, fotografie e documenti restituiscono alla collezionista svizzera il posto che le spetta nella storia dell’arte.
Nella casa di Amiet, la nascita di una collezionista
L’artistaCuno Amiet – uno dei fondatori della Secessione di Berna – entra molto presto nella vita di Gertrud Dübi-Müller. Nel 1902, quando ha appena quattordici anni, la giovane lo incontra a Soletta e, qualche anno più tardi, diventa sua allieva. A Oschwand, dove Amiet vive con la moglie Anna, Gertrud scopre un ambiente in cui pittura, collezionismo e sociabilità artistica si intrecciano. Nel 1907, a diciannove anni, posa per Il cappello viola: un ritratto concepito anche in una sorta di spirito di competizione con Giovanni Giacometti, altro artista prediletto dalla giovane collezionista. Tra Amiet, la moglie e Gertrud nasce così un legame duraturo, fatto di vicinanza, fiducia e complicità attorno all’arte, come lo dimostrano le numerose cartoline di auguri esposte.
Un Van Gogh per (ri)cominciare
Dübi-Müller aveva appena raggiunto la maggiore età – 20 anni all’epoca – quando a Vienna acquistò il Portrait de Charles-Elzéard Trabuc di Vincent van Gogh. È il primo dipinto della sua collezione. Nel 1907, la sua prima acquisizione è costituita da due acquerelli di Giovanni Giacometti. Inizia così, in quegli anni, una sorta di competizione tra collezionisti con il fratello Joseph.
Una collezione costruita con un intuito straordinario, capace di riunire nella stessa orbita artisti come Paul Cézanne, Ferdinand Hodler, Gustav Klimt e Henri Matisse. Orfana dall’infanzia e presto economicamente indipendente, Gertrud si avvicinò all’arte attraverso Cuno Amiet e trasformò progressivamente la propria curiosità in una forma di conoscenza.
Hodler la guarda, lei guarda il mondo
Con Ferdinand Hodler il rapporto diventa ancora più singolare: amicizia, complicità, posa. L’artista la ritrasse diciassette volte, fino a farne una presenza quasi ricorrente della propria pittura. Dübi-Müller posò anche per il monumentale Blick ins Unendliche, oggi al Kunstmuseum Basel. Ma se Hodler la osservava attraverso il quadro, lei osservava il mondo attraverso l’obiettivo fotografico. Artista e fotografa dilettante, testimone instancabile, costruì un archivio di incontri, viaggi e paesaggi nel quale la vita privata e la storia culturale finiscono per sovrapporsi.
Il cabriolet come manifesto
Il titolo della mostra ha un significato preciso: quel cabriolet racconta quasi quanto un quadro. Al volante di una Piccard-Pictet, probabilmente la prima automobile del Canton Soletta, Dübi-Müller percorse le strade verso Parigi, Berlino, Roma e Vienna, ma anche quelle delle Alpi svizzere. Volò in mongolfiera, viaggiò fino al Nord Africa e affrontò ascensioni impegnative, Cervino compreso. In un’epoca in cui l’autonomia femminile aveva confini molto più stretti, la sua mobilità non era un dettaglio biografico: era una forma concreta di emancipazione.
Una collezione fatta di relazioni
A rendere preziosa questa mostra non sono soltanto i nomi degli artisti esposti, ma la rete di rapporti che li tiene insieme. Lettere inedite, cartoline dipinte, fotografie e testimonianze permettono di entrare nel mondo di una donna che non rimase ai margini della modernità, ma ne frequentò direttamente i protagonisti. Alice Bailly, Giovanni Giacometti, Hodler: Dübi-Müller costruì con gli artisti una relazione che andava oltre l’acquisto, talvolta di profonda amicizia. Il collezionismo diventava così una pratica sociale, quasi una forma di mecenatismo quotidiano.
Una storia rimasta troppo a lungo in attesa
Questa mostra è la realizzazione di un progetto passato: Wilhelm Barth, direttore della Kunsthalle Basel dal 1909 al 1934, aveva già tentato di organizzare una mostra insieme a Gertrud e al fratello Josef Müller. La mostra non vide mai la luce. Quasi un secolo dopo, il Kunstmuseum Basel riapre quella parentesi e ricostruisce una vicenda che supera i confini della Svizzera. Anche perché la modernità che Dübi-Müller contribuì a sostenere non era soltanto quella dei grandi maestri: era anche quella, più discreta, di una donna che rifiutò il ruolo che il suo tempo sembrava averle assegnato.
Guardare non era mai abbastanza
Forse è questo il punto in cui la vicenda di Dübi-Müller smette di essere una storia di collezionismo e diventa una storia dello sguardo. Guardava i quadri, certo, ma anche gli artisti, le città, le montagne, la propria epoca. Fotografava ciò che attraversava e collezionava ciò che intuiva avrebbe resistito al tempo. Oggi, tra le opere riunite a Basilea, quelle fotografie e quelle lettere producono un effetto quasi inatteso: restituiscono alla collezionista non il ruolo di custode di una grande raccolta, ma quello, molto più interessante, di protagonista della modernità.








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