FIGURAMA 2026 a Parigi: la mostra che riporta il reale nell’arte

Tempo stimato per la lettura: 5,1 minuti
Dal 3 al 6 settembre 2026, il Bastille Design Center di Parigi ospita FIGURAMA – Pour un retour du réel, una mostra che riunisce 21 artisti internazionali attorno a una domanda apparentemente semplice e oggi tutt’altro che innocente: che cosa significa davvero guardare? L’ingresso è libero e gratuito. Sotto la curatela di Athina Perrin e Sébastien Jupille, l’esposizione porta al centro della scena la pittura figurativa contemporanea, non come esercizio nostalgico o ritorno a un passato idealizzato, ma come possibile risposta alla saturazione delle immagini che caratterizza il nostro tempo.
Quando vedere non basta più
Viviamo immersi nelle immagini. Scorrono sugli schermi, si moltiplicano, si sovrappongono e scompaiono prima ancora che lo sguardo abbia avuto il tempo di soffermarsi. In questo paesaggio dominato dalla velocità, FIGURAMA propone un gesto quasi controcorrente: fermarsi.
La mostra parte infatti dall’idea che vedere sia qualcosa di diverso dal semplice ricevere immagini. Guardare richiede tempo, attenzione, esperienza. La pittura figurativa diventa così uno spazio nel quale il reale può tornare ad avere peso, materia e profondità. Non è una battaglia contro il contemporaneo, ma una domanda rivolta al presente: cosa perdiamo quando la rappresentazione del mondo prende il sopravvento sull’esperienza del mondo?
L’accademia come punto di partenza, non come rifugio
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è il rapporto con la tradizione. FIGURAMA non propone una restaurazione dell’accademismo, né pretende di riportare indietro le lancette della storia dell’arte. L’accademia viene piuttosto considerata come uno strumento, un patrimonio di conoscenze dal quale partire per costruire una voce personale.
Disegno, anatomia, osservazione, tecnica, studio della luce: competenze che nella pittura figurativa diventano strumenti di libertà e non semplici esercizi di virtuosismo. È una distinzione fondamentale. Perché il ritorno alla figura non significa necessariamente ritorno al passato. Può significare, al contrario, interrogare il presente attraverso strumenti che sembravano essere stati messi da parte.
La materia contro l’immediatezza
In una cultura visiva abituata all’istantaneità, la pittura impone un’altra velocità. Un dipinto non si consuma nello stesso modo di un’immagine che appare sullo schermo e scompare pochi secondi dopo. Chiede di essere osservato, attraversato, riletto. La materia pittorica restituisce al visibile una densità che l’immagine digitale tende spesso a cancellare. La superficie, le pennellate, le imperfezioni, la luce diventano parte dell’esperienza. In questo senso, dipingere e guardare possono diventare gesti di resistenza all’accelerazione. Non perché rifiutino la modernità, ma perché ne interrompono per un momento il ritmo.
Ventuno artisti, un’unica esigenza
La forza di FIGURAMA sta anche nella dimensione internazionale del progetto. I 21 artisti riuniti al Bastille Design Center provengono da esperienze e sensibilità differenti, ma condividono una stessa attenzione per la realtà osservata e per la pratica pittorica come esperienza concreta.
Tra loro figurano Louis Accard, Colleen Barry, Hollis Dunlap, Frédéric Forest, Fabrice Grimard, Amaya Gurpide, H. Craig Hanna, Sébastien Jupille, Thomas Lapine, Kate Lehman, Roman Lehman Schlaht, Alex Lutz, Rachel Marazano, Edward Minoff, Victor Pierrey, Travis Schlaht, Oleksii Shcherbak, Slava Shults, Jordan Sokol, Helen Ström e Charles Villeneuve.
La varietà delle loro opere impedisce di ridurre la mostra a un manifesto estetico uniforme. Ciò che li avvicina non è infatti uno stile unico, ma una stessa esigenza: tornare a considerare la pittura come uno strumento di conoscenza.
Contro l’arte che si spiega prima di essere vista
FIGURAMA si inserisce anche in una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte contemporanea. Il progetto riprende una critica già formulata da Aude de Kerros, legata alla progressiva marginalizzazione dei saperi tecnici a favore di sistemi sempre più fondati sul discorso, sul concetto e sulle logiche istituzionali.
Ma la mostra evita la facile contrapposizione fra arte contemporanea e pittura tradizionale. Non vuole stabilire quale sia l’arte “giusta”. Piuttosto, riapre una questione: può un’opera essere prima di tutto un’esperienza visiva e sensibile, prima ancora di diventare un discorso? È una domanda meno innocente di quanto sembri. Perché obbliga lo spettatore a fare qualcosa che oggi appare quasi sovversivo: guardare senza consumare.
Tra tradizione e contemporaneità
Il riferimento al pensiero di Jean Clair rafforza questa prospettiva. Il problema non è recuperare una tradizione perduta, ma capire perché, in un’epoca sommersa dalle immagini, il rapporto con il reale sembri diventare sempre più fragile.
La figurazione può allora assumere un ruolo inatteso. Non come ritorno all’ordine, ma come forma di interrogazione. Rappresentare un volto, un corpo, un paesaggio o un oggetto significa misurarsi con ciò che esiste, con la sua complessità e con la sua resistenza a essere ridotto a un semplice segno. La pittura figurativa, quando è davvero osservazione, non semplifica necessariamente il mondo. Può renderlo più enigmatico.
Una comunità fondata sulla trasmissione
C’è infine un’altra parola che attraversa FIGURAMA: trasmissione. In un sistema artistico spesso ossessionato dalla novità, recuperare il valore dell’apprendimento significa affermare che conoscere una tecnica non equivale a rinunciare alla libertà creativa. La tradizione può essere una grammatica. Sta poi all’artista decidere come usarla, deformarla, contraddirla o superarla. In questa prospettiva, l’eredità degli atelier e della formazione artistica diventa qualcosa di profondamente contemporaneo. Non un recinto, ma una possibilità.
Guardare controcorrente
Forse è proprio qui che FIGURAMA trova la sua ragione più sottile. In un’epoca che ha trasformato l’immagine in un gesto automatico, la pittura reintroduce l’attesa. Non chiede soltanto di riconoscere ciò che abbiamo davanti, ma di sostare, dubitare, osservare meglio. La figura torna allora a essere meno una risposta che un problema: quello, sempre aperto, di capire quanto siamo ancora capaci di vedere davvero.
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FIGURAMA 2026 a Parigi: la mostra che riporta il reale nell’arte
Tempo stimato per la lettura: 15 minuti
Dal 3 al 6 settembre 2026, il Bastille Design Center di Parigi ospita FIGURAMA – Pour un retour du réel, una mostra che riunisce 21 artisti internazionali attorno a una domanda apparentemente semplice e oggi tutt’altro che innocente: che cosa significa davvero guardare? L’ingresso è libero e gratuito. Sotto la curatela di Athina Perrin e Sébastien Jupille, l’esposizione porta al centro della scena la pittura figurativa contemporanea, non come esercizio nostalgico o ritorno a un passato idealizzato, ma come possibile risposta alla saturazione delle immagini che caratterizza il nostro tempo.
Quando vedere non basta più
Viviamo immersi nelle immagini. Scorrono sugli schermi, si moltiplicano, si sovrappongono e scompaiono prima ancora che lo sguardo abbia avuto il tempo di soffermarsi. In questo paesaggio dominato dalla velocità, FIGURAMA propone un gesto quasi controcorrente: fermarsi.
La mostra parte infatti dall’idea che vedere sia qualcosa di diverso dal semplice ricevere immagini. Guardare richiede tempo, attenzione, esperienza. La pittura figurativa diventa così uno spazio nel quale il reale può tornare ad avere peso, materia e profondità. Non è una battaglia contro il contemporaneo, ma una domanda rivolta al presente: cosa perdiamo quando la rappresentazione del mondo prende il sopravvento sull’esperienza del mondo?
L’accademia come punto di partenza, non come rifugio
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è il rapporto con la tradizione. FIGURAMA non propone una restaurazione dell’accademismo, né pretende di riportare indietro le lancette della storia dell’arte. L’accademia viene piuttosto considerata come uno strumento, un patrimonio di conoscenze dal quale partire per costruire una voce personale.
Disegno, anatomia, osservazione, tecnica, studio della luce: competenze che nella pittura figurativa diventano strumenti di libertà e non semplici esercizi di virtuosismo. È una distinzione fondamentale. Perché il ritorno alla figura non significa necessariamente ritorno al passato. Può significare, al contrario, interrogare il presente attraverso strumenti che sembravano essere stati messi da parte.
La materia contro l’immediatezza
In una cultura visiva abituata all’istantaneità, la pittura impone un’altra velocità. Un dipinto non si consuma nello stesso modo di un’immagine che appare sullo schermo e scompare pochi secondi dopo. Chiede di essere osservato, attraversato, riletto. La materia pittorica restituisce al visibile una densità che l’immagine digitale tende spesso a cancellare. La superficie, le pennellate, le imperfezioni, la luce diventano parte dell’esperienza. In questo senso, dipingere e guardare possono diventare gesti di resistenza all’accelerazione. Non perché rifiutino la modernità, ma perché ne interrompono per un momento il ritmo.
Ventuno artisti, un’unica esigenza
La forza di FIGURAMA sta anche nella dimensione internazionale del progetto. I 21 artisti riuniti al Bastille Design Center provengono da esperienze e sensibilità differenti, ma condividono una stessa attenzione per la realtà osservata e per la pratica pittorica come esperienza concreta.
Tra loro figurano Louis Accard, Colleen Barry, Hollis Dunlap, Frédéric Forest, Fabrice Grimard, Amaya Gurpide, H. Craig Hanna, Sébastien Jupille, Thomas Lapine, Kate Lehman, Roman Lehman Schlaht, Alex Lutz, Rachel Marazano, Edward Minoff, Victor Pierrey, Travis Schlaht, Oleksii Shcherbak, Slava Shults, Jordan Sokol, Helen Ström e Charles Villeneuve.
La varietà delle loro opere impedisce di ridurre la mostra a un manifesto estetico uniforme. Ciò che li avvicina non è infatti uno stile unico, ma una stessa esigenza: tornare a considerare la pittura come uno strumento di conoscenza.
Contro l’arte che si spiega prima di essere vista
FIGURAMA si inserisce anche in una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte contemporanea. Il progetto riprende una critica già formulata da Aude de Kerros, legata alla progressiva marginalizzazione dei saperi tecnici a favore di sistemi sempre più fondati sul discorso, sul concetto e sulle logiche istituzionali.
Ma la mostra evita la facile contrapposizione fra arte contemporanea e pittura tradizionale. Non vuole stabilire quale sia l’arte “giusta”. Piuttosto, riapre una questione: può un’opera essere prima di tutto un’esperienza visiva e sensibile, prima ancora di diventare un discorso? È una domanda meno innocente di quanto sembri. Perché obbliga lo spettatore a fare qualcosa che oggi appare quasi sovversivo: guardare senza consumare.
Tra tradizione e contemporaneità
Il riferimento al pensiero di Jean Clair rafforza questa prospettiva. Il problema non è recuperare una tradizione perduta, ma capire perché, in un’epoca sommersa dalle immagini, il rapporto con il reale sembri diventare sempre più fragile.
La figurazione può allora assumere un ruolo inatteso. Non come ritorno all’ordine, ma come forma di interrogazione. Rappresentare un volto, un corpo, un paesaggio o un oggetto significa misurarsi con ciò che esiste, con la sua complessità e con la sua resistenza a essere ridotto a un semplice segno. La pittura figurativa, quando è davvero osservazione, non semplifica necessariamente il mondo. Può renderlo più enigmatico.
Una comunità fondata sulla trasmissione
C’è infine un’altra parola che attraversa FIGURAMA: trasmissione. In un sistema artistico spesso ossessionato dalla novità, recuperare il valore dell’apprendimento significa affermare che conoscere una tecnica non equivale a rinunciare alla libertà creativa. La tradizione può essere una grammatica. Sta poi all’artista decidere come usarla, deformarla, contraddirla o superarla. In questa prospettiva, l’eredità degli atelier e della formazione artistica diventa qualcosa di profondamente contemporaneo. Non un recinto, ma una possibilità.
Guardare controcorrente
Forse è proprio qui che FIGURAMA trova la sua ragione più sottile. In un’epoca che ha trasformato l’immagine in un gesto automatico, la pittura reintroduce l’attesa. Non chiede soltanto di riconoscere ciò che abbiamo davanti, ma di sostare, dubitare, osservare meglio. La figura torna allora a essere meno una risposta che un problema: quello, sempre aperto, di capire quanto siamo ancora capaci di vedere davvero.



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