Gibellina 2026, tre mostre per ripensare memoria, margini e contemporaneo

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 5 Settembre 2026

Tempo stimato per la lettura: 7,4 minuti

A Gibellina l’arte contemporanea continua a misurarsi con una domanda semplice solo in apparenza: come trasformare la memoria in qualcosa di vivo?
Nell’ottobre 2026, il programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea si amplia con tre mostre molto diverse per linguaggi e genealogie, ma unite da una stessa idea di fondo: il passato non è un deposito immobile, bensì una materia da riattraversare.

Da Peppe Morra all’Art Brut siciliana, fino alle fotografie di Liu Bolin realizzate tra le architetture e le macerie del Belice, il calendario mette in scena tre forme di resistenza alla museificazione della memoria. L’archivio diventa spazio di produzione, l’irregolarità si fa linguaggio, la rovina torna a essere un luogo da guardare.

Gibellina, una città che continua a interrogare il presente

A quasi sessant’anni dal terremoto del Belice, Gibellina continua a costruire la propria identità attraverso l’arte. Ma la sua vocazione contemporanea non coincide soltanto con la straordinaria stratificazione di opere, architetture e interventi che hanno trasformato la città in un laboratorio permanente.

Il programma del 2026 sembra voler spostare ulteriormente il discorso: non più soltanto raccontare Gibellina attraverso la sua storia, ma utilizzare la città come dispositivo critico. Le tre mostre di ottobre intrecciano infatti memoria, marginalità, archivio, corpo e paesaggio, mostrando come il contemporaneo possa ancora produrre nuove letture di un luogo profondamente segnato dalla storia.

Peppe Morra, l’archivio come organismo vivente

Dal 9 ottobre al 10 dicembre, Dialoghi di una vita. Omaggio a Peppe Morra attraversa alcuni dei luoghi simbolici della città: il Teatro Consagra, il MAC, l’ex chiesa di Gesù e Maria e l’Atelier della Fondazione Orestiadi. Curata da Giuseppe Morra e Andrea Cusumano, la mostra ripercorre la traiettoria di Peppe Morra, figura centrale della sperimentazione artistica italiana dagli anni Settanta. Fondatore dello Studio Morra a Napoli nel 1974, Morra ha costruito nel tempo un percorso capace di attraversare Azionismo Viennese, Body Art, Fluxus, Poesia Visiva e performance. Ma la mostra non vuole semplicemente celebrare una storia. Il suo interesse risiede soprattutto nella possibilità di riattivare un patrimonio.

Attraverso le collezioni e gli archivi della Fondazione Morra, del Museo Archivio Laboratorio Hermann Nitsch, dell’Associazione Shozo Shimamoto, di Casa Morra e di Atlantide/Nuova Atlantide di Caggiano, opere, fotografie, documenti e nuove produzioni entrano in relazione. L’archivio, dunque, smette di essere un luogo nel quale conservare ciò che è stato e diventa una macchina capace di produrre significati nuovi.

Dal Fluxus alla performance, una storia che non sta ferma

Il percorso mette insieme artisti come Allan Kaprow, Vettor Pisani, Luca Maria Patella, Shozo Shimamoto, Living Theatre, Cai Guo-Qiang, Hermann Nitsch e Mary Zygouri. Installazioni, video, fotografie, opere sonore e performance si distribuiscono negli spazi di Gibellina creando un rapporto diretto con la sua architettura.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: la città non funziona come semplice contenitore. Le sue forme, le sue stratificazioni e la sua memoria entrano nella mostra e ne modificano la percezione. A Gibellina, l’archivio di Morra incontra così un altro archivio: quello urbano. Due forme di memoria apparentemente lontane finiscono per dialogare attraverso il corpo delle opere e degli spazi.

TERRA MATTA, quando l’irregolarità diventa libertà

Dal 10 ottobre al 15 novembre, la Fondazione Orestiadi – Museo delle Trame Mediterranee ospita TERRA MATTA. Art Brut a Gibellina, a cura di Eva Di Stefano. Al centro ci sono cinque figure eccentriche dell’arte siciliana del Novecento: Giovanni Bosco, Mario Cassisa, Carmelo Morreale, Sabo e Annamaria Tosini.  Sono artisti che hanno lavorato ai margini dei circuiti ufficiali, talvolta per scelta, talvolta per condizioni biografiche e sociali. Le loro opere condividono tuttavia una radicalità comune: l’urgenza di creare senza necessariamente appartenere a una storia dell’arte riconosciuta.

Il titolo della mostra richiama Terra matta, il celebre racconto autobiografico di Vincenzo Rabito, bracciante siciliano semi-analfabeta la cui scrittura ha trovato una forma potentissima proprio nella sua distanza dalle regole. È una suggestione perfetta per introdurre il territorio dell’Art Brut: un’arte che non chiede autorizzazione, che procede per necessità e che spesso trasforma la marginalità in una forma di libertà.

Una Wunderkammer siciliana

Il percorso assume la forma di una Wunderkammer irregolare, popolata da totem, palinsesti pittorici, materiali recuperati, emblemi, metamorfosi, formule e figure che sembrano provenire da un immaginario privato e collettivo allo stesso tempo. Qui l’errore non è un difetto da correggere. È una possibilità.

I materiali poveri diventano materia d’invenzione; la ripetizione si trasforma in ossessione; il segno diventa una forma di pensiero. Quello che emerge è un universo visivo difficile da ricondurre alle categorie tradizionali e proprio per questo particolarmente prezioso. La mostra assume inoltre un significato specifico per Gibellina. Tutti gli artisti presentati sono infatti legati alla città, attraverso le collezioni dei suoi musei o, nel caso di Carmelo Morreale, attraverso la sua stessa biografia. L’Art Brut entra così nel cuore di una città nata anche dall’utopia di fare della cultura uno strumento di ricostruzione.

Liu Bolin, il corpo che scompare nelle macerie

Il terzo appuntamento è Macerie, nuovo progetto di Liu Bolin, al MAC – Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao” dal 17 ottobre al 10 dicembre. Curata da Andrea Cusumano, la mostra nasce dalle fotografie realizzate dall’artista a Gibellina e nel territorio del Belice nel giugno 2026.

Liu Bolin è conosciuto internazionalmente come The Invisible Man. Da oltre vent’anni il suo lavoro utilizza il corpo dipinto e mimetizzato per mettere in discussione il rapporto tra individuo e ambiente, presenza e assenza. La sua scomparsa è sempre soltanto apparente. Più il corpo sembra dissolversi nello spazio, più diventa evidente la domanda che l’opera pone: che cosa significa appartenere a un luogo?

Leggi anche: Liu Bolin, l’uomo invisibile, tra fantasmi e bambini

Il Belice come superficie della memoria

A Gibellina e nelle rovine di Poggioreale, Liu Bolin porta il proprio dispositivo performativo dentro un paesaggio carico di storia. Ore di body painting trasformano la pelle dell’artista in una superficie sulla quale vengono riprodotti colori, pietre, vegetazione, ombre e dettagli architettonici. Il corpo tenta di coincidere con il paesaggio fino quasi a sparire.

Ma è proprio questa sparizione a produrre una presenza più forte. Nelle immagini di Macerie, la rovina non è soltanto il simbolo della distruzione provocata dal terremoto. Diventa una superficie della memoria, un luogo nel quale il passato continua a depositarsi e dal quale può ancora emergere qualcosa. La maceria, in questa prospettiva, non è soltanto ciò che resta. È ciò da cui può ricominciare una narrazione.

Tre mostre, una stessa domanda

Le tre esposizioni sembrano muoversi su territori molto differenti. Peppe Morra racconta una storia dell’avanguardia e della sperimentazione; TERRA MATTA recupera figure eccentriche dell’arte siciliana; Liu Bolin lavora sul paesaggio e sulla memoria del terremoto.

Eppure il loro punto d’incontro è evidente. Tutte e tre rifiutano l’idea della memoria come qualcosa di concluso. L’archivio può essere riaperto, l’arte marginale può essere riletta, la rovina può diventare un’immagine nuova. Gibellina appare così non come una città che conserva semplicemente il proprio passato artistico, ma come un luogo nel quale quel passato continua a produrre domande.

Una capitale contemporanea senza nostalgia

È forse qui che il progetto di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 trova la sua scommessa più interessante. Non trasformare la storia della città in un monumento a se stessa, ma utilizzare quella storia come materia contemporanea. L’obiettivo non sembra essere quello di costruire una celebrazione nostalgica della Gibellina che fu, bensì di interrogare ciò che quella vicenda può ancora dire al presente.

Tra archivi, corpi, rovine, materiali poveri e pratiche radicali, l’arte torna a essere uno strumento di conoscenza. E Gibellina, ancora una volta, più che una destinazione culturale diventa un laboratorio: un luogo dove ciò che sembrava concluso può ricominciare a parlare.

 

Crediti immagini:

Liu Bolin, Portofino, 2025. Courtesy: Galleria Gaburro

Allan KaprowYARDRealizzato perLiving Theatre – Labirinti dell’ImmaginarioCastel Sant’Elmo, Napoli, 2003

Hermann NitschAllestimento dei relitti, 2003Installazione realizzata in occasione della mostraLiving Theatre. Labirinti dell’Immaginario, CastelSant’Elmo, NapoliFoto: Clemente Florio

Giuseppe Morra, Casa Morra – Archivi d’Arte Contemporanea, NapoliFoto: Fabio Donato

Vettor Pisani, Casa Morra – Archivi d’Arte Contemporanea, Napoli, 2018Foto: Amedeo Benestante© Fondazione Morra

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Nell’ottobre 2026, il programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea si amplia con tre mostre molto diverse per linguaggi e genealogie, ma unite da una stessa idea di fondo: il passato non è un deposito immobile, bensì una materia da riattraversare.

Da Peppe Morra all’Art Brut siciliana, fino alle fotografie di Liu Bolin realizzate tra le architetture e le macerie del Belice, il calendario mette in scena tre forme di resistenza alla museificazione della memoria. L’archivio diventa spazio di produzione, l’irregolarità si fa linguaggio, la rovina torna a essere un luogo da guardare.

Gibellina, una città che continua a interrogare il presente

A quasi sessant’anni dal terremoto del Belice, Gibellina continua a costruire la propria identità attraverso l’arte. Ma la sua vocazione contemporanea non coincide soltanto con la straordinaria stratificazione di opere, architetture e interventi che hanno trasformato la città in un laboratorio permanente.

Il programma del 2026 sembra voler spostare ulteriormente il discorso: non più soltanto raccontare Gibellina attraverso la sua storia, ma utilizzare la città come dispositivo critico. Le tre mostre di ottobre intrecciano infatti memoria, marginalità, archivio, corpo e paesaggio, mostrando come il contemporaneo possa ancora produrre nuove letture di un luogo profondamente segnato dalla storia.

Peppe Morra, l’archivio come organismo vivente

Dal 9 ottobre al 10 dicembre, Dialoghi di una vita. Omaggio a Peppe Morra attraversa alcuni dei luoghi simbolici della città: il Teatro Consagra, il MAC, l’ex chiesa di Gesù e Maria e l’Atelier della Fondazione Orestiadi. Curata da Giuseppe Morra e Andrea Cusumano, la mostra ripercorre la traiettoria di Peppe Morra, figura centrale della sperimentazione artistica italiana dagli anni Settanta. Fondatore dello Studio Morra a Napoli nel 1974, Morra ha costruito nel tempo un percorso capace di attraversare Azionismo Viennese, Body Art, Fluxus, Poesia Visiva e performance. Ma la mostra non vuole semplicemente celebrare una storia. Il suo interesse risiede soprattutto nella possibilità di riattivare un patrimonio.

Attraverso le collezioni e gli archivi della Fondazione Morra, del Museo Archivio Laboratorio Hermann Nitsch, dell’Associazione Shozo Shimamoto, di Casa Morra e di Atlantide/Nuova Atlantide di Caggiano, opere, fotografie, documenti e nuove produzioni entrano in relazione. L’archivio, dunque, smette di essere un luogo nel quale conservare ciò che è stato e diventa una macchina capace di produrre significati nuovi.

Dal Fluxus alla performance, una storia che non sta ferma

Il percorso mette insieme artisti come Allan Kaprow, Vettor Pisani, Luca Maria Patella, Shozo Shimamoto, Living Theatre, Cai Guo-Qiang, Hermann Nitsch e Mary Zygouri. Installazioni, video, fotografie, opere sonore e performance si distribuiscono negli spazi di Gibellina creando un rapporto diretto con la sua architettura.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: la città non funziona come semplice contenitore. Le sue forme, le sue stratificazioni e la sua memoria entrano nella mostra e ne modificano la percezione. A Gibellina, l’archivio di Morra incontra così un altro archivio: quello urbano. Due forme di memoria apparentemente lontane finiscono per dialogare attraverso il corpo delle opere e degli spazi.

TERRA MATTA, quando l’irregolarità diventa libertà

Dal 10 ottobre al 15 novembre, la Fondazione Orestiadi – Museo delle Trame Mediterranee ospita TERRA MATTA. Art Brut a Gibellina, a cura di Eva Di Stefano. Al centro ci sono cinque figure eccentriche dell’arte siciliana del Novecento: Giovanni Bosco, Mario Cassisa, Carmelo Morreale, Sabo e Annamaria Tosini.  Sono artisti che hanno lavorato ai margini dei circuiti ufficiali, talvolta per scelta, talvolta per condizioni biografiche e sociali. Le loro opere condividono tuttavia una radicalità comune: l’urgenza di creare senza necessariamente appartenere a una storia dell’arte riconosciuta.

Il titolo della mostra richiama Terra matta, il celebre racconto autobiografico di Vincenzo Rabito, bracciante siciliano semi-analfabeta la cui scrittura ha trovato una forma potentissima proprio nella sua distanza dalle regole. È una suggestione perfetta per introdurre il territorio dell’Art Brut: un’arte che non chiede autorizzazione, che procede per necessità e che spesso trasforma la marginalità in una forma di libertà.

Una Wunderkammer siciliana

Il percorso assume la forma di una Wunderkammer irregolare, popolata da totem, palinsesti pittorici, materiali recuperati, emblemi, metamorfosi, formule e figure che sembrano provenire da un immaginario privato e collettivo allo stesso tempo. Qui l’errore non è un difetto da correggere. È una possibilità.

I materiali poveri diventano materia d’invenzione; la ripetizione si trasforma in ossessione; il segno diventa una forma di pensiero. Quello che emerge è un universo visivo difficile da ricondurre alle categorie tradizionali e proprio per questo particolarmente prezioso. La mostra assume inoltre un significato specifico per Gibellina. Tutti gli artisti presentati sono infatti legati alla città, attraverso le collezioni dei suoi musei o, nel caso di Carmelo Morreale, attraverso la sua stessa biografia. L’Art Brut entra così nel cuore di una città nata anche dall’utopia di fare della cultura uno strumento di ricostruzione.

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Liu Bolin è conosciuto internazionalmente come The Invisible Man. Da oltre vent’anni il suo lavoro utilizza il corpo dipinto e mimetizzato per mettere in discussione il rapporto tra individuo e ambiente, presenza e assenza. La sua scomparsa è sempre soltanto apparente. Più il corpo sembra dissolversi nello spazio, più diventa evidente la domanda che l’opera pone: che cosa significa appartenere a un luogo?

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A Gibellina e nelle rovine di Poggioreale, Liu Bolin porta il proprio dispositivo performativo dentro un paesaggio carico di storia. Ore di body painting trasformano la pelle dell’artista in una superficie sulla quale vengono riprodotti colori, pietre, vegetazione, ombre e dettagli architettonici. Il corpo tenta di coincidere con il paesaggio fino quasi a sparire.

Ma è proprio questa sparizione a produrre una presenza più forte. Nelle immagini di Macerie, la rovina non è soltanto il simbolo della distruzione provocata dal terremoto. Diventa una superficie della memoria, un luogo nel quale il passato continua a depositarsi e dal quale può ancora emergere qualcosa. La maceria, in questa prospettiva, non è soltanto ciò che resta. È ciò da cui può ricominciare una narrazione.

Tre mostre, una stessa domanda

Le tre esposizioni sembrano muoversi su territori molto differenti. Peppe Morra racconta una storia dell’avanguardia e della sperimentazione; TERRA MATTA recupera figure eccentriche dell’arte siciliana; Liu Bolin lavora sul paesaggio e sulla memoria del terremoto.

Eppure il loro punto d’incontro è evidente. Tutte e tre rifiutano l’idea della memoria come qualcosa di concluso. L’archivio può essere riaperto, l’arte marginale può essere riletta, la rovina può diventare un’immagine nuova. Gibellina appare così non come una città che conserva semplicemente il proprio passato artistico, ma come un luogo nel quale quel passato continua a produrre domande.

Una capitale contemporanea senza nostalgia

È forse qui che il progetto di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 trova la sua scommessa più interessante. Non trasformare la storia della città in un monumento a se stessa, ma utilizzare quella storia come materia contemporanea. L’obiettivo non sembra essere quello di costruire una celebrazione nostalgica della Gibellina che fu, bensì di interrogare ciò che quella vicenda può ancora dire al presente.

Tra archivi, corpi, rovine, materiali poveri e pratiche radicali, l’arte torna a essere uno strumento di conoscenza. E Gibellina, ancora una volta, più che una destinazione culturale diventa un laboratorio: un luogo dove ciò che sembrava concluso può ricominciare a parlare.

 

Crediti immagini:

Liu Bolin, Portofino, 2025. Courtesy: Galleria Gaburro

Allan KaprowYARDRealizzato perLiving Theatre – Labirinti dell’ImmaginarioCastel Sant’Elmo, Napoli, 2003

Hermann NitschAllestimento dei relitti, 2003Installazione realizzata in occasione della mostraLiving Theatre. Labirinti dell’Immaginario, CastelSant’Elmo, NapoliFoto: Clemente Florio

Giuseppe Morra, Casa Morra – Archivi d’Arte Contemporanea, NapoliFoto: Fabio Donato

Vettor Pisani, Casa Morra – Archivi d’Arte Contemporanea, Napoli, 2018Foto: Amedeo Benestante© Fondazione Morra

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