Giacometti surrealista a Parigi: la mostra che svela il confine tra oggetto e scultura

About the Author: Cristina Biordi

Published On: 6 Giugno 2026

Tempo stimato per la lettura: 9,7 minuti

Per decenni la stagione surrealista di Alberto Giacometti è stata letta come una parentesi decisiva ma isolata, una fase sperimentale destinata a condurre l’artista verso la grande avventura figurativa che lo renderà uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento. La mostra Giacometti surréaliste. Des objets comme des sculptures, in programma all’Institut Giacometti di Parigi dal 5 giugno al 1° novembre 2026, propone invece una rilettura più sottile e sorprendente. Al centro dell’esposizione non vi sono soltanto le celebri opere surrealiste realizzate tra il 1929 e il 1935, ma il dialogo continuo che esse intrattengono con una produzione meno conosciuta: quella degli oggetti decorativi.

La tesi della mostra, curata da Laura Braverman, è tanto semplice quanto feconda. Durante gli anni del surrealismo, Giacometti non sviluppa due percorsi distinti – da una parte la scultura d’avanguardia, dall’altra il design e la decorazione – ma un’unica ricerca che attraversa senza soluzione di continuità entrambi i territori. Gli oggetti diventano sculture e le sculture assumono l’ambiguità e la presenza concreta degli oggetti.

Un laboratorio creativo nel cuore degli anni Trenta

«Ci troviamo in un momento in cui l’artista, ancora giovane, è arrivato da poco a Parigi. Ha 27 anni quando entra a far parte del circolo dei surrealisti. All’interno di questo ambiente si sviluppa una rete di artisti e poeti che cercano di liberare il pensiero e la creazione attraverso l’esplorazione dell’inconscio. Da questa ricerca nascerà una serie di sculture estremamente enigmatiche, come quelle che potete osservare tutt’intorno a noi», spiega la curatrice della mostra. Tra il 1929 e il 1935 Giacometti vive uno dei momenti più intensi della propria formazione artistica. Appena entrato nel gruppo surrealista guidato da André Breton, produce una serie di opere che sfuggono alle categorie tradizionali della scultura.

Sono lavori enigmatici, spesso attraversati da tensioni erotiche, da impulsi aggressivi o da suggestioni oniriche. Opere come Boule suspendue, Pointe à l’œil, Objet désagréable à jeter o Objet invisible non rappresentano il mondo: lo reinventano. Si impongono come presenze autonome, realtà nuove che occupano lo spazio dello spettatore. Parallelamente, però, Giacometti riceve le sue prime commissioni nel campo delle arti decorative. È l’inizio della collaborazione con Jean-Michel Frank, uno dei più influenti decoratori francesi del tempo. Per lui progetta lampade, appliques, alari da camino, vasi, candelabri e bassorilievi. Oggetti destinati all’abitazione privata che tuttavia portano impressa la stessa immaginazione inquieta delle opere surrealiste.

La mostra dimostra come queste due attività siano contemporanee e profondamente intrecciate. Non esiste una gerarchia tra l’opera d’arte e l’oggetto funzionale: entrambe nascono dagli stessi processi mentali, dagli stessi disegni preparatori e dalla stessa ossessione per la forma.

Quando il surrealismo scopre l’oggetto

Negli anni Trenta la questione dell’oggetto occupa una posizione centrale nel pensiero surrealista. Breton, Dalí e gli altri membri del movimento sono affascinati dalla possibilità di trasformare gli oggetti quotidiani in strumenti di esplorazione dell’inconscio. Attraverso assemblaggi inattesi, accostamenti improbabili e manipolazioni simboliche, gli oggetti perdono la loro funzione originaria e diventano veicoli del desiderio, del sogno e dell’ambiguità.

Giacometti partecipa pienamente a questa ricerca, ma lo fa seguendo una strada personale. A differenza di molti surrealisti, non utilizza quasi mai oggetti preesistenti. Le sue opere sono modellate integralmente. Sembrano oggetti, evocano strumenti, giochi, macchine o reliquie, ma rimangono essenzialmente sculture. Questa differenza è fondamentale. Mentre altri artisti trasformano il reale attraverso il montaggio, Giacometti inventa forme nuove che possiedono immediatamente la densità mentale dell’oggetto surrealista.

Il dialogo tra due pratiche artistiche

«In questa mostra abbiamo scelto di mettere queste due pratiche in dialogo diretto, presentandole fianco a fianco per evidenziare le numerose connessioni che le legano. È un dialogo che si sviluppa su più livelli — formale, tematico e concettuale — e che approfondiremo insieme durante il percorso espositivo», spiega Laura Braverman che aggiunge, «L’obiettivo è restituire il periodo surrealista di Giacometti nella sua complessità e nella sua realtà storica, rimanendo il più possibile fedeli alla sua esperienza biografica. In quegli anni, infatti, l’artista porta avanti contemporaneamente queste due pratiche. La mostra invita così a superare una lettura tradizionale della storia dell’arte che tende a separarle, per riconoscere invece che entrambe sono il frutto di una stessa ricerca e di un unico pensiero creativo.»

La porosità tra arte e decorazione

Una delle intuizioni più interessanti della mostra riguarda proprio questa zona di confine. Le lampade progettate per Frank non sono semplici elementi decorativi. Le loro forme biomorfiche, i profili irregolari e le allusioni organiche le avvicinano alle opere esposte nelle gallerie surrealiste. Allo stesso modo, molte sculture sembrano nate per essere toccate, manipolate o utilizzate.

L’artista stesso riconoscerà questa vicinanza molti anni dopo. In una conversazione del 1962 dichiarerà di aver compreso di lavorare un vaso esattamente come una scultura, senza percepire alcuna differenza sostanziale tra i due ambiti. La frase diventa la chiave di lettura dell’intera esposizione. Per Giacometti, almeno in questi anni, la distinzione tra arte e oggetto non è ancora stabilita. Entrambi appartengono allo stesso universo creativo.

L’«Objet désagréable»: una nuova presenza nello spazio

L’esposizione si apre con un confronto emblematico. Da una parte si trova Objet désagréable à jeter del 1931, una delle opere più radicali della stagione surrealista. Dall’altra una lampada in gesso colorato nota come Flambeau. Il dialogo è sorprendente. Entrambi gli oggetti sembrano appartenere alla stessa famiglia formale. Entrambi richiedono una relazione fisica con lo spettatore. Entrambi abitano il mondo reale senza limitarsi a rappresentarlo.

Con opere di questo tipo Giacometti abbandona definitivamente la tradizione della scultura monumentale posta su un piedistallo. Le sue creazioni si collocano direttamente nello spazio quotidiano, dove assumono una presenza concreta e talvolta perturbante.

Forme lineari, eros e violenza

 Un’altra sezione della mostra ricostruisce gli incontri che portarono Giacometti verso il surrealismo. Intorno al 1929 l’artista frequenta il gruppo raccolto attorno a Georges Bataille e alla rivista Documents. Attraverso André Masson, l’inventore del disegno automatico, ottiene le prime commissioni decorative importanti. In una sorta di mise en abyme, nel caminetto dell’Istituto Giacometti è esposta una fotografia di un’opera realizzata per il pittore, che crea un suggestivo rimando tra lo spazio espositivo e il lavoro dell’artista. L’oggetto si basa su un gioco di parole francese tra chenets («alari») e chiens («cani»). I due alari, infatti, assumono la forma di cani quasi carbonizzati, dei quali sembra rimanere soltanto lo scheletro. Giacometti li definirà infatti «due sculture davanti al camino», sottolineando la natura ambigua di questi oggetti sospesi tra funzione e contemplazione.

Questo ambiente si interessa in particolare ai temi della crudeltà, dell’erotismo e dell’informe. A contatto con queste idee, Giacometti inizia a realizzare opere caratterizzate da una forte carica erotica e inquietante. Tra queste troviamo Apollo, che rappresenta una figura condannata e imprigionata in una sorta di gogna, e Donna che sogna, un’opera che l’artista intitolò anche Donna con la gola tagliata. Attraverso le sue forme sinuose e frammentate, la scultura evoca un corpo femminile attraversato da tensioni violente, in un intreccio di desiderio, sogno e crudeltà. Questi oggeetti condividono con le sue sculture una stessa tensione drammatica.

La Table: un capolavoro al confine

Tra le opere più importanti della mostra spicca Table del 1933, concessa eccezionalmente in prestito dal Centre Pompidou. L’opera occupa una posizione centrale nel percorso perché incarna perfettamente il dialogo tra scultura e design. Si presenta come una console che accoglie elementi modellati: una mano mozzata, forme organiche, sostegni irregolari.

Osservandola, il visitatore non sa più se si trovi davanti a un mobile, a una scultura o a una macchina simbolica. È proprio questa indecisione a renderla uno dei lavori più significativi della ricerca di Giacometti negli anni Trenta. La Table appare come una soglia. Da una parte conserva la funzionalità implicita dell’arredo. Dall’altra si trasforma in un oggetto enigmatico, sottratto a ogni uso preciso.

Archeologia immaginaria

Molte opere esposte sembrano provenire da una civiltà sconosciuta. Giacometti incide frequentemente segni misteriosi nelle superfici di sculture e oggetti decorativi. Le forme appaiono erose dal tempo, consumate dagli elementi naturali, come reperti dissotterrati dopo secoli di oblio.

Opere quali Caresse o il Vase Lotus evocano una temporalità remota. Le loro superfici suggeriscono processi di trasformazione organica che rendono indistinguibile il confine tra natura e cultura. Anche la celebre Boule suspendue assume in questo contesto un significato nuovo. Non è soltanto una delle icone del surrealismo. Diventa un oggetto enigmatico la cui funzione rimane indecifrabile: strumento scientifico, giocattolo, dispositivo rituale o feticcio.

Natura inquieta e metamorfosi

Nell’ultima sala emerge con forza il rapporto tra Giacometti e l’immaginario naturale. Per i surrealisti la natura non rappresenta un rifugio armonioso ma un luogo attraversato da energie contraddittorie. Vita e morte, attrazione e minaccia, crescita e dissoluzione convivono nello stesso organismo.

Giacometti traduce queste tensioni in forme vegetali deformate e inquietanti. Fiori, semi, baccelli e germinazioni diventano figure ambigue, sospese tra seduzione e pericolo.

Particolarmente significativa è la ricostruzione documentaria di un insieme di fiori in gesso creati per Jean-Michel Frank tra il 1931 e il 1932. L’artista li descriveva come forme «fantastiche, malsane di vibrazioni, di sangue, di carne e di vita». Questa vegetazione immaginaria rivela un aspetto spesso trascurato della sua opera: la capacità di trasformare il mondo organico in un teatro psichico dove desideri e paure prendono forma.

Il progetto mancato di “Jeux d’enfants”

Il percorso si conclude con un episodio poco noto. Nel 1931 Boris Kochno invita Giacometti a progettare scenografie e costumi per il balletto Jeux d’enfants dei Ballets Russes di Monte-Carlo. Il progetto non verrà mai realizzato, ma i disegni preparatori mostrano ancora una volta la circolazione delle forme tra i diversi ambiti della sua produzione.

Motivi nati per il teatro riappaiono nelle sculture. Elementi pensati per i costumi vengono trasformati in oggetti decorativi. La distinzione tra le discipline si dissolve in un flusso continuo di invenzioni. Per rendere visibile questa storia incompiuta, l’Institut Giacometti ha commissionato al designer Jean-Simon Roch una maquette contemporanea che restituisce la dimensione immaginaria del progetto originario.

Un’altra storia di Giacometti

La forza di questa esposizione consiste nel sottrarre Giacometti a una lettura retrospettiva che vede negli anni surrealisti soltanto una tappa verso l’opera matura. Qui emerge invece un artista che sperimenta senza preoccuparsi delle frontiere disciplinari. Scultura, design, decorazione, scenografia e oggetto convivono nello stesso laboratorio creativo.

La mostra rivela come il giovane Giacometti abbia contribuito a ridefinire il significato stesso dell’oggetto artistico, anticipando questioni che diventeranno centrali nella seconda metà del Novecento. Guardando queste opere oggi, non si assiste soltanto alla nascita di un grande scultore. Si osserva il momento in cui un artista comprende che una lampada può possedere la stessa intensità di una scultura e che un oggetto quotidiano può diventare il luogo privilegiato dell’immaginazione.

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Published On: 6 Giugno 2026

About the Author: Cristina Biordi

Tempo stimato per la lettura: 29 minuti

Per decenni la stagione surrealista di Alberto Giacometti è stata letta come una parentesi decisiva ma isolata, una fase sperimentale destinata a condurre l’artista verso la grande avventura figurativa che lo renderà uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento. La mostra Giacometti surréaliste. Des objets comme des sculptures, in programma all’Institut Giacometti di Parigi dal 5 giugno al 1° novembre 2026, propone invece una rilettura più sottile e sorprendente. Al centro dell’esposizione non vi sono soltanto le celebri opere surrealiste realizzate tra il 1929 e il 1935, ma il dialogo continuo che esse intrattengono con una produzione meno conosciuta: quella degli oggetti decorativi.

La tesi della mostra, curata da Laura Braverman, è tanto semplice quanto feconda. Durante gli anni del surrealismo, Giacometti non sviluppa due percorsi distinti – da una parte la scultura d’avanguardia, dall’altra il design e la decorazione – ma un’unica ricerca che attraversa senza soluzione di continuità entrambi i territori. Gli oggetti diventano sculture e le sculture assumono l’ambiguità e la presenza concreta degli oggetti.

Un laboratorio creativo nel cuore degli anni Trenta

«Ci troviamo in un momento in cui l’artista, ancora giovane, è arrivato da poco a Parigi. Ha 27 anni quando entra a far parte del circolo dei surrealisti. All’interno di questo ambiente si sviluppa una rete di artisti e poeti che cercano di liberare il pensiero e la creazione attraverso l’esplorazione dell’inconscio. Da questa ricerca nascerà una serie di sculture estremamente enigmatiche, come quelle che potete osservare tutt’intorno a noi», spiega la curatrice della mostra. Tra il 1929 e il 1935 Giacometti vive uno dei momenti più intensi della propria formazione artistica. Appena entrato nel gruppo surrealista guidato da André Breton, produce una serie di opere che sfuggono alle categorie tradizionali della scultura.

Sono lavori enigmatici, spesso attraversati da tensioni erotiche, da impulsi aggressivi o da suggestioni oniriche. Opere come Boule suspendue, Pointe à l’œil, Objet désagréable à jeter o Objet invisible non rappresentano il mondo: lo reinventano. Si impongono come presenze autonome, realtà nuove che occupano lo spazio dello spettatore. Parallelamente, però, Giacometti riceve le sue prime commissioni nel campo delle arti decorative. È l’inizio della collaborazione con Jean-Michel Frank, uno dei più influenti decoratori francesi del tempo. Per lui progetta lampade, appliques, alari da camino, vasi, candelabri e bassorilievi. Oggetti destinati all’abitazione privata che tuttavia portano impressa la stessa immaginazione inquieta delle opere surrealiste.

La mostra dimostra come queste due attività siano contemporanee e profondamente intrecciate. Non esiste una gerarchia tra l’opera d’arte e l’oggetto funzionale: entrambe nascono dagli stessi processi mentali, dagli stessi disegni preparatori e dalla stessa ossessione per la forma.

Quando il surrealismo scopre l’oggetto

Negli anni Trenta la questione dell’oggetto occupa una posizione centrale nel pensiero surrealista. Breton, Dalí e gli altri membri del movimento sono affascinati dalla possibilità di trasformare gli oggetti quotidiani in strumenti di esplorazione dell’inconscio. Attraverso assemblaggi inattesi, accostamenti improbabili e manipolazioni simboliche, gli oggetti perdono la loro funzione originaria e diventano veicoli del desiderio, del sogno e dell’ambiguità.

Giacometti partecipa pienamente a questa ricerca, ma lo fa seguendo una strada personale. A differenza di molti surrealisti, non utilizza quasi mai oggetti preesistenti. Le sue opere sono modellate integralmente. Sembrano oggetti, evocano strumenti, giochi, macchine o reliquie, ma rimangono essenzialmente sculture. Questa differenza è fondamentale. Mentre altri artisti trasformano il reale attraverso il montaggio, Giacometti inventa forme nuove che possiedono immediatamente la densità mentale dell’oggetto surrealista.

Il dialogo tra due pratiche artistiche

«In questa mostra abbiamo scelto di mettere queste due pratiche in dialogo diretto, presentandole fianco a fianco per evidenziare le numerose connessioni che le legano. È un dialogo che si sviluppa su più livelli — formale, tematico e concettuale — e che approfondiremo insieme durante il percorso espositivo», spiega Laura Braverman che aggiunge, «L’obiettivo è restituire il periodo surrealista di Giacometti nella sua complessità e nella sua realtà storica, rimanendo il più possibile fedeli alla sua esperienza biografica. In quegli anni, infatti, l’artista porta avanti contemporaneamente queste due pratiche. La mostra invita così a superare una lettura tradizionale della storia dell’arte che tende a separarle, per riconoscere invece che entrambe sono il frutto di una stessa ricerca e di un unico pensiero creativo.»

La porosità tra arte e decorazione

Una delle intuizioni più interessanti della mostra riguarda proprio questa zona di confine. Le lampade progettate per Frank non sono semplici elementi decorativi. Le loro forme biomorfiche, i profili irregolari e le allusioni organiche le avvicinano alle opere esposte nelle gallerie surrealiste. Allo stesso modo, molte sculture sembrano nate per essere toccate, manipolate o utilizzate.

L’artista stesso riconoscerà questa vicinanza molti anni dopo. In una conversazione del 1962 dichiarerà di aver compreso di lavorare un vaso esattamente come una scultura, senza percepire alcuna differenza sostanziale tra i due ambiti. La frase diventa la chiave di lettura dell’intera esposizione. Per Giacometti, almeno in questi anni, la distinzione tra arte e oggetto non è ancora stabilita. Entrambi appartengono allo stesso universo creativo.

L’«Objet désagréable»: una nuova presenza nello spazio

L’esposizione si apre con un confronto emblematico. Da una parte si trova Objet désagréable à jeter del 1931, una delle opere più radicali della stagione surrealista. Dall’altra una lampada in gesso colorato nota come Flambeau. Il dialogo è sorprendente. Entrambi gli oggetti sembrano appartenere alla stessa famiglia formale. Entrambi richiedono una relazione fisica con lo spettatore. Entrambi abitano il mondo reale senza limitarsi a rappresentarlo.

Con opere di questo tipo Giacometti abbandona definitivamente la tradizione della scultura monumentale posta su un piedistallo. Le sue creazioni si collocano direttamente nello spazio quotidiano, dove assumono una presenza concreta e talvolta perturbante.

Forme lineari, eros e violenza

 Un’altra sezione della mostra ricostruisce gli incontri che portarono Giacometti verso il surrealismo. Intorno al 1929 l’artista frequenta il gruppo raccolto attorno a Georges Bataille e alla rivista Documents. Attraverso André Masson, l’inventore del disegno automatico, ottiene le prime commissioni decorative importanti. In una sorta di mise en abyme, nel caminetto dell’Istituto Giacometti è esposta una fotografia di un’opera realizzata per il pittore, che crea un suggestivo rimando tra lo spazio espositivo e il lavoro dell’artista. L’oggetto si basa su un gioco di parole francese tra chenets («alari») e chiens («cani»). I due alari, infatti, assumono la forma di cani quasi carbonizzati, dei quali sembra rimanere soltanto lo scheletro. Giacometti li definirà infatti «due sculture davanti al camino», sottolineando la natura ambigua di questi oggetti sospesi tra funzione e contemplazione.

Questo ambiente si interessa in particolare ai temi della crudeltà, dell’erotismo e dell’informe. A contatto con queste idee, Giacometti inizia a realizzare opere caratterizzate da una forte carica erotica e inquietante. Tra queste troviamo Apollo, che rappresenta una figura condannata e imprigionata in una sorta di gogna, e Donna che sogna, un’opera che l’artista intitolò anche Donna con la gola tagliata. Attraverso le sue forme sinuose e frammentate, la scultura evoca un corpo femminile attraversato da tensioni violente, in un intreccio di desiderio, sogno e crudeltà. Questi oggeetti condividono con le sue sculture una stessa tensione drammatica.

La Table: un capolavoro al confine

Tra le opere più importanti della mostra spicca Table del 1933, concessa eccezionalmente in prestito dal Centre Pompidou. L’opera occupa una posizione centrale nel percorso perché incarna perfettamente il dialogo tra scultura e design. Si presenta come una console che accoglie elementi modellati: una mano mozzata, forme organiche, sostegni irregolari.

Osservandola, il visitatore non sa più se si trovi davanti a un mobile, a una scultura o a una macchina simbolica. È proprio questa indecisione a renderla uno dei lavori più significativi della ricerca di Giacometti negli anni Trenta. La Table appare come una soglia. Da una parte conserva la funzionalità implicita dell’arredo. Dall’altra si trasforma in un oggetto enigmatico, sottratto a ogni uso preciso.

Archeologia immaginaria

Molte opere esposte sembrano provenire da una civiltà sconosciuta. Giacometti incide frequentemente segni misteriosi nelle superfici di sculture e oggetti decorativi. Le forme appaiono erose dal tempo, consumate dagli elementi naturali, come reperti dissotterrati dopo secoli di oblio.

Opere quali Caresse o il Vase Lotus evocano una temporalità remota. Le loro superfici suggeriscono processi di trasformazione organica che rendono indistinguibile il confine tra natura e cultura. Anche la celebre Boule suspendue assume in questo contesto un significato nuovo. Non è soltanto una delle icone del surrealismo. Diventa un oggetto enigmatico la cui funzione rimane indecifrabile: strumento scientifico, giocattolo, dispositivo rituale o feticcio.

Natura inquieta e metamorfosi

Nell’ultima sala emerge con forza il rapporto tra Giacometti e l’immaginario naturale. Per i surrealisti la natura non rappresenta un rifugio armonioso ma un luogo attraversato da energie contraddittorie. Vita e morte, attrazione e minaccia, crescita e dissoluzione convivono nello stesso organismo.

Giacometti traduce queste tensioni in forme vegetali deformate e inquietanti. Fiori, semi, baccelli e germinazioni diventano figure ambigue, sospese tra seduzione e pericolo.

Particolarmente significativa è la ricostruzione documentaria di un insieme di fiori in gesso creati per Jean-Michel Frank tra il 1931 e il 1932. L’artista li descriveva come forme «fantastiche, malsane di vibrazioni, di sangue, di carne e di vita». Questa vegetazione immaginaria rivela un aspetto spesso trascurato della sua opera: la capacità di trasformare il mondo organico in un teatro psichico dove desideri e paure prendono forma.

Il progetto mancato di “Jeux d’enfants”

Il percorso si conclude con un episodio poco noto. Nel 1931 Boris Kochno invita Giacometti a progettare scenografie e costumi per il balletto Jeux d’enfants dei Ballets Russes di Monte-Carlo. Il progetto non verrà mai realizzato, ma i disegni preparatori mostrano ancora una volta la circolazione delle forme tra i diversi ambiti della sua produzione.

Motivi nati per il teatro riappaiono nelle sculture. Elementi pensati per i costumi vengono trasformati in oggetti decorativi. La distinzione tra le discipline si dissolve in un flusso continuo di invenzioni. Per rendere visibile questa storia incompiuta, l’Institut Giacometti ha commissionato al designer Jean-Simon Roch una maquette contemporanea che restituisce la dimensione immaginaria del progetto originario.

Un’altra storia di Giacometti

La forza di questa esposizione consiste nel sottrarre Giacometti a una lettura retrospettiva che vede negli anni surrealisti soltanto una tappa verso l’opera matura. Qui emerge invece un artista che sperimenta senza preoccuparsi delle frontiere disciplinari. Scultura, design, decorazione, scenografia e oggetto convivono nello stesso laboratorio creativo.

La mostra rivela come il giovane Giacometti abbia contribuito a ridefinire il significato stesso dell’oggetto artistico, anticipando questioni che diventeranno centrali nella seconda metà del Novecento. Guardando queste opere oggi, non si assiste soltanto alla nascita di un grande scultore. Si osserva il momento in cui un artista comprende che una lampada può possedere la stessa intensità di una scultura e che un oggetto quotidiano può diventare il luogo privilegiato dell’immaginazione.

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